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P. Federico Ruiz

San Giovanni della Croce

Mistico e Maestro

CAPITOLI 1-5 

Prologo

Giovanni della Croce è un uomo appassionato e appassionante. La sua apparente sobrietà non può nascondere questo fatto, che si rivela in piena luce nel lirismo delle sue poesie, nella radicalità delle sue posizioni dottrinali e nel suo vivere tutto incentrato nella vocazione. È dominato dalla passione di Dio e dalla passione del­l'uomo.

Già i suoi contemporanei avevano avvertito la presenza del mi­stero nel suo essere e nella sua parola. Irradiava fascino e dignità. Parlano testimoni oculari: «Dio nostro Signore gli aveva dato un modo di essere santo che tutti rispettavano»; «Molti prelati di questa Riforma [del Carmelo], uomini di primo piano in tutti i loro vari in­teressi, veneravano la persona e il prudente parlare di questo santo; e mi pare che tutti gli riconoscessero una superiorità che gli veniva ex consortio Domini». «Poco mancò che Dio già in questa vita gli si svelasse».

Ebbe in vita un ascolto molto intenso ma limitato. Fu un carmelitano contemplativo, efficace senza essere brillante, nemico degli alti incarichi e poco propenso alla vita di società. Nei suoi scritti non da spazio ai grandi avvenimenti della storia contemporanea. Impas­sibile davanti agli avvenimenti clamorosi, è un attento osservatore di Dio e dell'uomo nel loro muoversi attraverso la vita. Osservatore, portavoce, interprete. Non compie azioni spettacolari ma vive con passione: ama, agisce, ascolta, soffre, tace, scrive. Per uno strano destino è divenuto una delle figure rappresentative della hispanidad, del cristianesimo, dell'umanità.

Il lettore moderno, contemplativo o semplice credente, umani­sta o letterato, è attirato dall'enigma dei suoi scritti. Li accosta forse per curiosità o perché tutti ne parlano, per scoprire poi la propria storia e la propria speranza riflesse nell'avventura vissuta e narrata da san Giovanni della Croce. Lo sente uomo di Dio, amico e maestro, superando le differenze di vita e di cultura. Non indietreggia davanti alla elevatezza mistica, radicalità ascetica e misteriosità di linguaggio dei suoi scritti. San Giovanni della Croce, in certo modo, lo stiamo inaugurando noi. Non si è ancora cristallizzata la sua im­magine pubblica, come succede per altri autori e santi già classifica­ti. Risulta nuovo, giovanile, sorprendente.

Certe somiglianze ambientali favoriscono la sintonia. Anche a lui, come a noi, è toccato vivere alla fine di un secolo di copiosissima produzione religiosa: libri di preghiera, di meditazione, di virtù e misteri; pratiche di pietà, di mortificazione, di culto, di servizio. L'accumularsi di tutto ciò affrettò il logorio spirituale e diede origine al formalismo. Giovanni della Croce sente e vive il momento religio­so come saturo di pratiche e riflessioni, carente di esperienza, fecon­do di promesse. Non vuole continuare a produrre letteratura spiri­tuale. È tempo di creare: scopre aspetti essenziali, infrange schemi, semplifica, cambia temi e atteggiamenti. Radicato nel suo secolo, ha una strana aria di futuro e di modernità. Assimila quanto gli viene dai suoi contemporanei, ma scorge orizzonti nuovi. Manifesta una certa analogia con i metodi adottati dal quarto Vangelo nei confronti dei sinottici, alla fine del I secolo.

Il Dottore mistico sa farsi capire. Una ripetuta esperienza dimo­stra che è capace di entrare in comunione personale e in dialogo diretto con i lettori del nostro tempo. Con lui viviamo in comune espe­rienze e problemi: Dio, la fede, Cristo, l'amore, l'uomo nel disordine e nell'armonia, la sofferenza, la bellezza, lo sguardo interiore, l'oscurità, la trascendenza, la morte, il destino glorioso. Sono altrettanti temi di inesauribile attualità; sono anche primi nel nostro dialogo con il mistico cristiano. La sua parola rivela Dio in mezzo agli uomini e in ogni uomo davanti a Dio. Scrive servendosi di tutte le risorse letterarie e culturali; non ha però voluto parlarci di cultura e di linguaggio. Tutto è importante, ma nel proprio ordine.

Ho pensato che l'aiuto discreto offerto da questo libro potesse facilitare il dialogo. Giovanni della Croce è una figura complessa e unitaria: mistico e asceta, poeta e teologo, autore di Cantico e di Notte oscura. Vari secoli di sospetti e denunce, di parzialità ed impo­stazioni difettose hanno ricoperto la sua immagine con una crosta di tenace incomprensione. Col tempo e con lo sforzo affiorano forme e colori originali. Occorre però educarsi alla lettura integrale, per non cadere nella pretesa di conoscerlo attraverso la frase isolata, la raccomandazione dura, la bellezza lirica di qualche poesia, la prospetti­va limitata di qualcuna delle sue opere.

I tre criteri fondamentali che seguo in questo tentativo di inter-pretazione sono evidenti: in primo luogo, la lettura della sua parola scritta nel contesto immediato e nell'insieme della sua intera opera. Si mantiene, in secondo luogo, un riferimento discreto e costante al magistero orale e all'ambiente culturale. Assumono, infine, rilievo di parallelismo e complementarietà i dati della sua esperienza e i fatti della sua esistenza. L'ordine con cui i temi si susseguono può esse­re colto dando semplicemente uno sguardo attento all'indice.

Citerò abbondantemente le parole stesse dell'autore. Le sue espressioni non possono essere né compendiate né sostituite. Lo faccio anche per riguardo alle persone che si scoraggiano davanti ai suoi scritti, pensando che si troveranno davanti ad un vero e proprio geroglifico. Troveranno qui una anticipazione e forse l'incoraggiamento necessario per addentrarsi nella lettura diretta delle opere complete.

C'è anche un altro tipo di lettori che mi preoccupa. Sono quelli che hanno preso familiarità, i lettori costanti. Lo leggono molto, ma in modo disordinato e distratto. Non arrivano a scoprire la vitalità dell'esperienza, l'ordine del pensiero, la bellezza dell'espressione. Molte delle pagine e frasi che citerò nel libro sono loro passate inosservate.

Alcuni preferirebbero che il nostro mistico fosse un po' più somigliante, in fatto di esperienza, dottrina e linguaggio, ad altri classici della spiritualità. Ognuno è libero di sognare e di preferire quel che vuole. Io lo preferisco così, col suo fascino e con le sue durezze. Mi piace così com'è: originale e conciliante, con fine intelligenza e sensibilità, vitale e un po' rustico.

E un profeta, a fianco di molti altri che la chiesa e l'umanità hanno avuto e continuano ad avere. Non supplisce la lettura di altri autori, ma nemmeno si lascia da essi sostituire. Non dice tutto, spiega però in maniera originale e stimolante alcune cose essenziali.


 

1. Vita e vocazione

Giovanni della Croce vive e scrive con tutta la densità di una gra­zia, di una vita e di una cultura. Sta qui la fonte e la chiave di interpretazione della sua opera. Per entrare in comunione dobbiamo fa­miliarizzarci con il corso della sua vita e il mondo della sua storia. Il nostro mistico rifiuta di svelarci il segreto e i momenti intimi della sua esistenza. Non scrive nulla di esperienze interiori, realizza­zioni personali, incontri, circostanze, fonti. Tace. Lo fa di proposi­to, non per dimenticanza. Ciò nonostante, il silenzio lascia aperte al­cune vie di accesso al suo mondo personale. Possediamo numerose testimonianze degne di fede sugli avvenimenti della sua vita interiore ed esterna.

Disponiamo inoltre di un altro mezzo per arrivare fino all'intimità: l’autobiografia indiretta. Ha un modo di operare così pronunciato e trasparente da equivalere a una confessione autobio­grafica. Con gesti silenziosi e impegnativi manifesta il suo essere personale e il suo progetto di vita, i suoi amori e le sue convinzioni. Dall'inizio alla fine, in profondità e in estensione, la sua esistenza è permeata da una vocazione che lo assorbe completamente: la vo­cazione religiosa contemplativa.

Contemplazione vuol dire attrazio­ne radicale e ricerca di Dio, che concentra tutto l'essere e il vivere di una persona credente nella comunione con Dio e, a partire da lui, con persone e cose. Fra Giovanni è contemplativo per grazia, per natura, per interessamento e dedizione particolare.

Simile concentrazione unifica la ricca personalità religiosa e umana del santo; la potenzia al tempo stesso che le impone scelte esigenti. Il suo vivere unificato non gli risparmia però delle oscurità.

Possiede due qualità proprie delle persone saldamente fondate sulla vocazione: un forte istinto di orientamento, che gli fa ritrovare la strada in mezzo alle ambiguità e ai rischi; una ferma volontà, capace di rotture e di fedeltà anche se dolorosa. Ha dovuto scoprire e rea­lizzare la propria missione attraverso un sentiero accidentato, in cui ogni tappa è originale e imprevedibile. Riesce a forgiare un'esisten­za eminentemente libera e originale, con materiali per la maggior parte imposti da persone e circostanze. Nella sua vita nessuna tappa risulta superflua o ripete quella precedente. Fino all'ultimo respiro fra Giovanni si mantiene sorprendentemente nuovo.

Il primo capitolo presenta un abbozzo di biografia.

La distribuzione in sette periodi facilita una lettura intelligente dei fatti. Ogni unità è caratterizzata dal ritmo dell'esperienza personale, degli av­venimenti storici e degli spostamenti geografici. Attraverso tutto questo emerge gradualmente la sua completa personalità di uomo, credente, contemplativo, mistico, formatore, poeta, scrittore. Mez­zo secolo scarso di esistenza è bastato a Giovanni per condurre a ter­mine un'opera solida, di valore permanente.

1. In   famiglia

A metà strada tra Avila e Salamanca si trova Fontiveros, un paesone di pianura, aperto da tutti i lati ai campi coltivati, ai venti e al sole. Qui nasce Giovanni nel 1542, figlio di Gonzalo de Yepes e di Catalina Alvarez, provenienti entrambi da Toledo. Per prima era arrivata sua madre, come modesta operaia in una piccola fabbrica di tessitori. In paese viene occasionalmente Gonzalo per viaggi d'affa­ri. Si conoscono, si innamorano, si sposano. Lui viene diseredato dai ricchi parenti per questo matrimonio tra disuguali.

È nella povertà che comincia a costruirsi la nuova famiglia. Na­scono tre figli: Francisco, Luis e Juan. Il lavoro scarseggia, cadono in miseria. Non guadagnano neppure il necessario per vivere. Muo­re il padre, muore Luis. La vedova abbandona la casa con i figli ri­masti: una famiglia sfasciata. Chiede aiuto alla ricca parentela del marito, mendica lavoro o qualcosa con cui tirare avanti. Non ottiene nulla e deve emigrare: dapprima ad Arévalo; in seguito, quando Giovanni entra nei nove anni, a Medina del Campo.

La narrazione più fresca e riuscita di questo primo periodo della vita di Giovanni ci è data da una Relación originale di suo fratello Francisco. Riferisce e organizza i fatti con la naturalezza e la forza di un testimone che della famiglia condivide sangue e povertà, gioie e sofferenze.

I genitori di fra Giovanni della Croce erano nativi di Toledo. Il padre era nobile, si chiamava Gonzalo de Yepes. La madre si chiamava Cata­lina Alvarez. Eravamo tre fratelli: il minore fu fra Giovanni. I suoi geni­tori vennero ad abitare a Fontiveros, dove Gonzalo de Yepes sposò Catalina Alvarez. Fra Giovanni nacque a Fontiveros, dove morì suo padre.

Divenuta vedova, la madre ebbe una vita molto travagliata. Cercò di mettere a mestiere il figlio minore, ma dopo aver egli provato quello di falegname, sarto, intagliatore, pittore, non si adattò a nessuno di essi, benché fosse molto desideroso di esercitare il lavoro della madre. Trovandosi in difficoltà a Fontiveros, (Catalina) venne ad abitare con i figli a Medina del Campo, e così disponendo Iddio, lo mise nel collegio dei fanciulli della dottrina, perché gli insegnassero a leggere e scrivere; la qual cosa in poco tempo apprese ottimamente. E da lì lo mandarono poi al monastero della Penitente (la Maddalena) per servire la chiesa e aiutare durante la messa.

Poco tempo dopo lo prese con sé un gentiluomo che chiamavano Alon-so Alvarez de Toledo, il quale aveva lasciato il mondo ritirandosi in un ospedale a servire i poveri. Mentre si trovava là, questo gentiluomo gli diede l'incarico di andare a questuare per i poveri; il quale gentiluomo e tutte le altre persone dell'ospedale gli volevano molto bene. Così gli diedero il permesso di seguire delle lezioni di grammatica nel collegio della Compagnia di Gesù. Ebbe come maestro il padre Bonifacio, ancor oggi in vita.

Con l'aiuto di nostro Signore, si applicò con tanta buona volontà allo studio da fare grandi progressi in poco tempo. E rac­contavano nell'ospedale che, quando andavano a cercarlo di sera, non riuscivano a trovarlo, finché lo scorgevano intento allo studio in mezzo ai fienili del rustico.

Con occhi e cuore di fratello, dissimulando la propria emozione, Francisco de Yepes accenna alle origini e ai difficili primi passi nell'esistenza di Giovanni: la vita in famiglia fino ai 21 anni. I biografi del santo non hanno saputo apprezzare in tutto il suo valore questa narrazione semplice, che seleziona e organizza i dati essenziali per tracciare un profilo psicologico e spirituale di Giovanni in questa prima fase della sua esistenza. Le inclinazioni manifestate allora an­ticipano tratti essenziali della sua personalità definitiva.

In primo luogo vengono rilevate le ripugnanze e le difficoltà. Giovanni non riesce nei lavori manuali. Ancor bambino avverte le difficoltà economiche di sua madre e si sforza per imparare mestieri di immediato rendimento. Lavora con impegno, ma non riesce a mettervi quell'interesse istintivo che nasce da vocazione intima.

Ben presto acquistano invece risalto tre qualità primarie: la reli­giosità, amore e servizio ai malati, e l'attaccamento allo studio. Ver­so queste realtà manifesta inclinazione spontanea e capacità speciali: se n'accorgono coloro che gli vivono accanto e gli offrono oppor­tunità per svilupparle.

La caratteristica che si nota per prima è la pietà. È appena stato ammesso nel collegio della dottrina, dove bambini orfani ricevono vitto e istruzione elementare, e vengono loro richiesti piccoli servizi. Date le sue predisposizioni, Giovanni riceve l'incarico di avere cura della chiesa e di aiutare per la messa. C'è già in germe il futuro contemplativo, il mistico a tempo pieno.

Si rivela ugualmente affezionato e dotato per il servizio ai malati e ai più bisognosi. Prima di essere chiamato all'ospedale, ha già vis­suto tale vita in famiglia, dove si pratica la povertà generosa, con la casa sempre aperta ad accogliere altre persone più povere di loro: «Non mangiare senza dare da mangiare ». Anche questa caratteristi­ca lo segnerà per tutta la vita.

Infine l'amore per l'istruzione e la dedizione agli studi: fece «grandi progressi in poco tempo», «in poco tempo apprese ottima­mente». Lo sottolinea il fratello, in evidente contrasto con la scarsa inclinazione per i mestieri manuali. Dai 17 ai 21 anni frequenta il collegio dei gesuiti, senza tralasciare il servizio all'ospedale. Il tem­po per studiare se lo trova «un po' al mattino e un po' al pomerig­gio»; sappiamo che spesso studia anche alla sera.

2. La   chiamata   al   Carmelo

A 21 anni, senza alcun preavviso, prende la sua decisione: entra nel noviziato dei carmelitani, che hanno appena fondato una casa in Medina. Inizia la vita religiosa nel 1563, l'anno in cui si chiude il concilio di Trento. Nessuno rimane sorpreso della sua vocazione re­ligiosa. Suscita invece stupore la direzione presa. Ha ricevuto inviti e sollecitazioni in due direzioni che risultavano per lui molto allettanti: da parte dell'ospedale, perché diventi sacerdote e poi conti­nuare come cappellano; e da parte dei gesuiti, che apprezzano le sue doti intellettuali unitamente alla sua pietà.

Ma la sua è una scelta pensata e voluta. Il movente dell'entrata nel Carmelo sembra chiaro: vi è attratto dallo spirito contemplativo e dalla pietà mariana. Questi due elementi sono fusi insieme fin dal­le origini dell'Ordine e si sono in seguito rafforzati attraverso una lunga tradizione di vita e di dottrina. Nel noviziato incontra effetti­vamente mezzi e ambiente per assimilare questa tradizione spiritua­le. Fa la professione nel 1564, prendendo il nome di fra Giovanni di san Mattia (fray Juan de Santo Matia).

Si trasferisce poi a Salamanca per continuare all'università gli studi di filosofia e teologia. La sua prima impressione deve essere stata abbagliante: chiese e cattedrali, palazzi e case signorili, cultura e vita frenetica. È tutto un rinascere nell'arte e fra la gioventù. L'u­niversità è nel periodo del suo massimo splendore: professori di prestigio, studenti in gran numero, studi biblici e teologici in primo pia­no, varietà di scuole e di tendenze.

Fra Giovanni risiede nel convento carmelitano di Sant'Andrea. Si distingue per la sua pietà e penitenza e per le sue capacità nello studio. Tra i suoi confratelli suscita ammirazione sincera. In un am­biente così euforico fra Giovanni si sente profondamente insoddi­sfatto e ne soffre in silenzio. Sarà forse per l'ambiente conventuale, più accademico che contemplativo? O forse per il clima spirituale dell'università, dove non si vede altro ideale che non sia quello degli studi, né altro orizzonte religioso all'infuori di titoli e cattedre, promozioni e prebende?

Quello che è certo è che, dopo aver vissuto nel Carmelo un noviziato sereno, entra in una crisi profonda. E ha in animo di ritirarsi nella Certosa...

Come al solito, vive, soffre, lavora e tace. Dalla strada che sceglierà, possiamo dedurre l'origine della crisi. È in gioco l'esperienza contemplativa. È una crisi situazionale, più che vocazionale. Non dubita della sua vocazione contemplativa, ma cerca il posto adatto per viverla in pienezza personale e comunitaria. È vero che gli piac­ciono gli studi di teologia e di filosofia, ma questo non basta a giusti­ficare la sua vocazione al Carmelo. Gli piaceva pure la letteratura, nel collegio di Medina, e l'ha lasciata.

La sintesi spirituale offertagli da Salamanca, significa fare marcia indietro nei confronti della decisione vocazionale presa prima di entrare in noviziato.

Siamo nel 1567, al terzo anno di università. Il disorientamento vocazionale raggiunge il suo momento cruciale quando due perso­naggi incrociano il suo cammino: il padre G. B. Rossi, superiore ge­nerale dell'Ordine, e madre Teresa di Gesù.

Ognuno gli presenta un progetto di vita differente come soluzione della sua crisi spirituale.

Nel febbraio di quell'anno, il padre Rossi compie una visita al convento di Salamanca dove vive fra Giovanni. Il Padre è un uomo di vita spirituale, che riforma e corregge abusi con decisione e deli­catezza.

Fra Giovanni ascolta, osserva, confronta fatti e promesse. Terminata la visita, fa un bilancio interiore: il programma non gli riesce attraente, né gli offre garanzie di una forte ripresa contempla­tiva. Rimane lo scontento di prima, i medesimi desideri di entrare nella Certosa.

Nel settembre-ottobre dello stesso anno, l'incontro casuale con santa Teresa a Medina, ha la virtù di impressionare il giovane carmelitano e di arginare la sua profonda insoddisfazione. Si capiscono su­bito, nonostante le molte differenze; Teresa, 52 anni, sperimentata, decisa e aperta; Giovanni, 25 anni, sacerdote novello, timido e ine­sperto.

Da parte sua, madre Teresa gli offre uno spirito nuovo, un progetto di vita provato e suggestivo; si impegna a procurargli ogni sorta di mezzi, permessi, organizzazione; esige molto spirito, un fer­mo impegno, capacità di sacrificio. Fra Giovanni è disposto a tutto, ormai sperimentato in preghiera e penitenza, scienza e bontà; accet­ta tutte le implicazioni e le scomodità di un inizio; ha posto solo una condizione, ed è che «non si andasse troppo per le lunghe»[1].

Un dialogo breve, concreto, responsabile chiude la seconda fase della vita di Giovanni, aprendogli la strada verso un futuro interessante ma ancora non del tutto definito. Così parlano e operano i santi.

Con un gesto di comunione profonda e di collaborazione sincera, Teresa di Gesù e Giovanni della Croce danno inizio alla riforma del Carmelo.

3. Tra   le   querce   di   Duruelo

Si chiama Duruelo il luogo scelto per iniziare la riforma. È un gruppetto di case sperdute tra querceti, non lontano da Fontiveros. Querce dalle ampie fronde, terra ondulata di campi coltivati ed erbe grigie da pascolo. Il paesaggio preannuncia la nuova direzione nella vita dello spirito: cielo aperto, stabilità, solitudine, gente semplice all'intorno.

Dalla agitazione chiassosa delle aule salamantine a questo casale abbandonato, ha compiuto un salto abissale, non tanto geografico, poiché la distanza è di sole dieci leghe, quanto piuttosto spirituale: dai libri e dallo studio è passato alla vita e all'esperienza.

L'inaugurazione si compie la prima domenica di avvento, il 28 novembre 1568. Fa comunità con altri due religiosi venuti anch'essi dall'antico Carmelo: fra Antonio de Jesùs, fra José de Cristo. Nel rinnovare la professione, sceglie il nome definitivo: Juan de la Cruz; nome breve, spezzato, fatto di quattro monosillabi.

Ci siamo bruscamente trasferiti a Duruelo, senz'altro preambolo che la crisi interiore di Salamanca e l'incontro occasionale di Medina con madre Teresa. Tra i due riformatori sono intervenuti, nel settembre del 1568, nuovi e più prolungati incontri a Valladolid, mentre si porta a termine la fondazione del Carmelo femminile.

Qui hanno tempo e modo di conversare con calma sullo spirito e sui pro­blemi inerenti alla prossima inaugurazione di Duruelo. Tema cen­trale è lo spirito della riforma: ritmo intenso di preghiera, austerità di vita, stile di fraternità e distensione, moderata attività pastorale. Si parla anche dell'aspetto materiale: casa, abito, orari, sostentamento.

La vita reale di Duruelo risponde al progetto. Va anche leggermente oltre le previsioni di Teresa in materia di preghiera e di peni­tenza. Non conosciamo molti dettagli sul modo con cui i tre carmeli­tani vivono la loro prima esperienza. Hanno fatto un patto che li le­ga al silenzio, impegnandosi a non parlare dell'esperienza di Durue­lo (grazie ricevute, servizi prestati, sacrifici compiuti) né tra i loro contemporanei né per la posterità. Lo dichiara fra Giovanni alcuni giorni prima di morire. Quando il suo compagno padre Antonio si lascia sfuggire alcuni dettagli sulla vita eroica di quei primi giorni, lo inter­rompe: «Padre, è questa la parola che ci siamo dati: che nella nostra vita non avremmo mai dovuto riferire né far sapere nulla di questo».

Fin dal principio rimane ben definita la missione di Giovanni nell'incipiente riforma: maestro dei novizi, formatore spirituale, mistagogo del Carmelo teresiano. Il santo accetta il compito come un servizio di urgenza immediata. Senza quasi rendersene conto, ha trovato la strada adatta per il suo carisma; è al tempo stesso una ec­cellente preparazione per la sua attività come scrittore.

Dei dieci an­ni che compongono questa fase, ne dedica cinque alla formazione dei carmelitani scalzi (1568-1572), altri cinque alla formazione delle religiose carmelitane (1572-1577).

È il primo maestro dei novizi a Duruelo e a Mancera. Poco dopo organizza il nuovo noviziato di Pastrana. Nell'aprile del 1571 è no­minato rettore del primo collegio della riforma, ad Alcalà de Henares. Avendo fatto tesoro della triste esperienza personale di Salamanca, non si stanca di inculcare agli studenti carmelitani la massima:«Religioso e studente, ma religioso per prima cosa» (religioso y estudiante, religioso por delante).

Nel maggio del 1572 si trasferisce ad Avila come confessore del monastero dell'Incarnazione, chiamatovi da santa Teresa, divenuta priora l'anno precedente. Compie adesso i trent'anni.

Viene per la prima volta a contatto in maniera prolungata con il mondo religioso femminile, che sarà in futuro uno dei suoi campi preferiti di azione spirituale. In questa occasione i rapporti tra i due riformatori si fan­no più profondi e continui. Conosciamo fatti e aneddoti. Un medesi­mo destino di vita e di vocazione, di amicizia e di servizio ha unito questi due maestri della mistica cristiana: così simili, così differenti, così complementari tra loro. Tutto fa presagire nella vita di Giovan­ni della Croce un immediato futuro di brillante espansione.

 

4. Nel   carcere   di   Toledo

 

Le previsioni vengono vanificate nel dicembre del 1577 da un fatto strano, che opera una frattura violenta nel corso normale della sua esistenza. Ai nove anni di espansione fanno ora riscontro nove mesi di annientamento totale. Trascorre questo periodo rinchiuso, quasi sepolto nel carcere conventuale di Toledo: un crogiuolo che divide in due parti uguali la vita del santo.

Per una curiosa coincidenza, questa esperienza di morte e di risurrezione ha luogo esattamente alla metà della sua vita religiosa: 14 anni prima era entrato nel Carmelo (1563), 14 anni più tardi morirà a Ubeda (1591).

La prigionia toledana è diventata un punto di riferimento obbli­gato per biografi e storici, mistici e letterati, commentatori della Notte e del Cantico.

È necessario farsi un'idea di questo fatto, carico di inesauribili risonanze nella vita e nell'opera di fra Giovanni. Per dipanare un po' l'intricata vicenda, siamo costretti a distinguerne i vari piani: storico, giuridico, divino, personale.

La storia comincia ad Avila. Meglio ancora, dovremmo dire che ha origine a Roma, a Madrid, nell'intera Spagna, con una conflittua­lità esasperata tra i membri dell'antico Carmelo e quelli della nuova riforma.

Veniamo al caso di Giovanni.

Un gruppo di religiosi dell'antico Ordine fanno irruzione di notte nella casetta dell'Incarnazione e lo sequestrano. Per strade ignote, a tratti con gli occhi ben­dati, lo trasportano nel convento di Toledo, per esservi processato e punito come ribelle.

Del suo recapito nessuno sa nulla, né i suoi fra­telli, né le autorità civili. Viene rinchiuso in un angolo della casa, una cella angusta, senz'aria e senza luce. Vi passa un inverno e un'e­state, patendo fame e sete, freddo e caldo, sporcizia del luogo, pidocchi compresi, senza poter cambiare vestito; è privato di ogni con­forto religioso e sacramentale. Gli vengono imposte penitenze e ri­volti inviti a ritrattarsi e ad abbandonare la riforma; gli sono offerti priorato, crocifisso d'oro, una buona biblioteca...

Dal punto di vista giuridico, si tratta di uno tra i tanti episodi si­mili che ebbero luogo nella vita religiosa di allora. La legislazione prevedeva tale genere di punizione.

Si dava il nome di «carcere conventuale» a una stanza stretta, una specie di cella di isolamento. Veniva nominato carceriere un religioso, incaricato di vigilare, portare il cibo, accompagnare il prigioniero quando questi dovesse apparire in pubblico. Alle punizioni già previste dalla legge, il superiore o il carceriere aggiungevano talvolta una certa dose di passione o di cru­deltà personale. Il conflitto tra carmelitani calzati e carmelitani scal­zi si fece enormemente complicato a motivo dell'incrociarsi di autorità, di ordini e contrordini. Giovanni della Croce dovette pagare come ribelle, lui che era l'uomo più pacifico in tutte quelle agitate vi­cende.

Nascosta ma non meno efficace, la mano di Dio muove ogni cosa. Siamo passati ad un altro piano, non però in maniera arbitraria, ma obbligati dall'interpretazione che di un fatto analogo darà anni dopo lo stesso Giovanni della Croce: «Certe cose non sono opera degli uomini, ma di Dio, il quale, sapendo quel che è conveniente per noi, dispone tutto a nostro bene. Non pensi altro, se non che tut­to è disposto da Dio. E dove non v'è amore, metta amore e ne rica­verà amore» (L 24).

Il fattore decisivo è dato dal libero atteggiamento personale. Il carcere di Toledo non è quello che dicono le Costituzioni, né quello che altre persone hanno potuto mettervi di zelo o di durezza: è ciò che il protagonista Giovanni ha fatto di esso e in esso con la propria fede, amore e speranza. Avrebbe potuto significare la sua distruzio­ne fisica, psichica e morale. Invece la grazia è scesa su un uomo di carattere, e questi nove mesi di inferno sono stati la gestazione dolo­rosa di una nuova creatura umana e spirituale. In tante ore di solitu­dine, di contemplazione e di afflizione, le sue conoscenze ed espe­rienze si vanno organizzando unicamente intorno a Dio, che diventa così il Tutto della sua esistenza.

Ha assaporato la passività più asso­luta, lasciando nelle mani di Dio e degli uomini il proprio destino. Constata che Dio può compiere in noi meraviglie senza di noi.

L'enigma letterario del carcere è ancora da spiegare. Su per giù nel mese di maggio o giugno, gli cambiano il carceriere. A quello nuovo, che si mostra più benevolo, «un giorno il padre fra Giovanni chiese che gli facesse la carità di un po' di carta e inchiostro, perché voleva fare alcune cose di devozione per passare meglio il tempo. E quello glieli portò».

Così egli può scrivere le strofe del Cantico spirituale, la poesia della «fonte», le romanze. Cose di devozione per issare meglio il tempo!

Sono nientemeno che il vertice della lirica spagnola e, per giunta, opera di un poeta alle prime armi, che compone i suoi primi versi nelle peggiori condizioni fisiche e psichiche

si possano immaginare. Privato di ogni orizzonte esteriore, gli si sono aperti «gli antri profondi dell'umano senso» con immagini luminose e spazi mistici... Sono solo supposizioni. Continuiamo a essere totalmente all'oscuro di come si siano intimamente svolte le cose.

Delicato e difficile da vivere, come l'esperienza stessa del carcere, è il periodo post carcerario. Durante i 13 anni che seguono, di tanto in tanto sarà sollecitato a riferire l'esperienza e gli orrori del carcere. Tentazione pericolosa di trasformarsi in eroe o in vittima. Con grande maturità e bontà di cuore, Giovanni sfata ogni mito di crudeltà o di eroismo.

Di chi l'aveva maltrattato parla con rispetto e commenta: hanno fatto così perché pensavano di far bene, applicando tali castighi a un ribelle. Qualche volta arriva perfino a scherzare quando si parla delle sue sofferenze: «Anni dopo diceva il santo, celiando, che lo avevano fustigato più di san Paolo»(Pr 387).

Nel suo atteggiamento c'è qualcosa che va oltre l'umiltà e il perdono. Sente l'esperienza del carcere come un dono di Dio, dono immenso e immeritato.

Le grazie ricevute compensano a usura le sofferenze della prigione.

Ne valeva ben la pena. Alla suora Anna di sant' Alberto, che anni più tardi mostrava compassione per quei fat­ti dolorosi, fra Giovanni così confida: «Anna, figlia mia, una sola grazia di quelle che Dio mi fece in quel luogo non si può pagare con una prigionuccia (carcelilla), fosse pure di molti anni» (Pr 401). Così la ricordava Giovanni durante tutta la sua vita: una «prigionuccia», al diminutivo e con nostalgia.

Nelle lunghe ore di solitudine ha modo, però, anche di pensare e preparare la fuga. Non può chiedere aiuto o consiglio a nessuno. To­talmente isolato, deve decidere e agire da solo e a proprio rischio. In una notte di agosto del 1578 strappa il chiavistello dalla porta e le­gando assieme le strisce della coperta, si cala da una finestra. Va a finire sulla muraglia sovrastante un precipizio che da sul fiume Tago. Fugge senza sapere dove. Domandando e cercando, arriva al convento delle carmelitane scalze, che lo nascondono per alcune ore e lo raccomandano quindi a un benefattore, perché possa riprendersi prima di mettersi in viaggio.

5. L'attività   in   Andalusia

Prende la strada del sud, verso l'Andalusia, lontano dai suoi nemici, ma anche dagli amici. La prima impressione lo lascia abbagliato di sole, di orizzonti, di strade aperte e libertà. Al tempo stesso si sente un estraneo tra religiosi che non conosce, e tra gente con una psicologia così diversa da quella castigliana.

I dieci anni che trascorre in Andalusia (1578-1588) sono i più fecondi e attivi, quasi agitati, di tutta la sua vita: governo di piccole comunità e costruzioni, servizio pastorale e direzione spirituale, viaggi e stesura degli scritti.

Sua prima destinazione è El Calvario (Jaén), un convento solitario tra Ubeda e Beàs. È circondato dalla radura dove scorre il fiume Guadalquivir, in mezzo ad una natura viva e varia come piace a lui: cielo, campagna, fiume, montagna; e una luce trasparente che rigenera la sua vista, dopo le oscurità della prigione.

Possiedono un orto coltivato a fianco del convento. Giovanni è sempre occupato nella preghiera o in lavori manuali: «È bello maneggiare queste creature mute, meglio che essere maneggiati da quelle vive», scriveva più tardi in circostanze analoghe (L 25). Nella gioia della libertà rivive il carcere trasfigurato e scrive le strofe della Notte oscura. Benché superiore, gli rimane il tempo per assistere le carmelitane di Beàs, confessarle e dare loro ogni sorta di aiuto spirituale. Per esse scrive Cautele e avvisi, forse anche alcune pagine isolate di commento alle poesie. Trascorre così nove mesi di gioiosa solitudine, una giusta compensazione del tempo di agonia nella prigione.

Fonda di persona una comunità di religiosi a Baeza. Viene inaugurata il giorno della santissima Trinità, nel giugno del 1579. Rima­ne lui come superiore. Fioriscono in questa città gli studi universitari e i movimenti spirituali e i carmelitani vogliono organizzarvi un buon collegio di teologia. Come rettore, fra Giovanni si assume tutti gli incarichi: governo della comunità, formazione degli studenti, confessioni nella chiesa al mattino e al pomeriggio, direzione spiri­tuale delle religiose. Gli rimane ancora il tempo per redigere fram­menti delle sue opere in prosa. È molto attivo e va poco in giro. Un conoscente di Baeza ricorda che poche volte si vedeva per strada, ed era quasi sempre quando andava a visitare i malati dell'ospedale.

Granada è l'ultima e più lunga permanenza del santo in Andalu­sia (1582-1588).

Arriva nel gennaio del 1582, come priore del con­vento de Los Màrtires, situato su una collina panoramica, all'altezza della Alhambra. È un paesaggio di fronte al quale si rimane estasia­ti. Dal convento si scorgono le ville della città, le pianure della Vega, i contrafforti e le cime della Sierra Nevada. È ormai trascorso un secolo dalla «reconquista» e si respira ancora la cultura e il fascino arabo della città.

Ma egli non è venuto a contemplare paesaggi, pur sapendo prendersi del tempo anche per questo. C'è un compito urgente e ingente da svolgere. Il governo della casa gli porta via molto tempo, a co­minciare dalle cose materiali. Costruisce un acquedotto per portare acqua dal Generalife fino all'orto del convento e termina la sistemazione del chiostro che suscita meraviglia per la perfezione delle sue arcate. Non parliamo poi dei viaggi, soprattutto durante i due anni in cui è provinciale, a Siviglia, Caravaca, Beàs, Madrid, Màlaga, Córdoba. Arriva fino a Lisbona in occasione di un'assemblea capitolare.

Dove impiega poco tempo è unicamente nelle visite e nei con­venevoli.

Sa ricavare lunghi e frequenti spazi per la lettura della Bibbia e la contemplazione nella solitudine. Attende alle richieste di molte persone che cercano aiuto spirituale nel Carmelo. Assiste in campo spirituale e materiale le carmelitane scalze di Granada, che egli stes­so ha già accompagnate e aiutate nella fondazione. Si mantiene in comunicazione speciale con due persone: madre Ana de Jesùs e dona Ana de Penalosa, alle quali dedica rispettivamente i commenti al Cantico e a Fiamma.

Tra compiti di governo, costruzione, direzione, viaggi, gli resta ancora il tempo per comporre i suoi libri. Granada è il suo studio, il momento culminante della sua creazione letteraria. Qui compone per intero o termina le sue quattro grandi opere: Salita del Monte Carmelo, Notte oscura, Cantico spirituale, Fiamma viva d'amore. È il periodo della piena maturità, dai 40 ai 44 anni. Il segretario lo ha visto scrivere il commento a Fiamma mentre era provinciale in An-dalusia, «nei quindici giorni che rimase qui, sovraccarico di occupazioni»[2].

Qui in Andalusia lo ritroviamo così attivo, ispirato e comunicativo da pensare che abbia dimenticato il suo amore per la solitudine di un tempo. In realtà non cessa di sospirare silenziosamente per la na-tia Castiglia.

 

6. Segovia

 

Il desiderio di vivere in Castiglia prende finalmente «corpo e for­ma» nella terra di Segovia. Tutto qui è in sintonia con lo stile castigliano: città, clima, paesaggio, modo di fare della gente, ubicazione del convento. È la Castiglia della pianura da un lato e dall'altro la Castiglia che si eleva fino alle cime del Guadarrama, ma anche nelle sagome affilate dall'alcàzar, della cattedrale, dell'acquedotto. Già prima fra Giovanni era stato alcuni giorni a Segovia, quand'era ve­nuto con la madre Teresa a fondar il monastero delle suore nel 1574.

Il triennio di Segovia, 1588-1591, rappresenta nel suo insieme il periodo di maggior maturità psicologica e spirituale nella vita del mistico. Si avverte a prima vista il cambiamento di ritmo, se lo con­frontiamo con i sei anni di Granada. Richiamano subito l'attenzione due elementi di carattere negativo: non viaggia più, non scrive più.

Nei tre anni non è uscito a far visita a frati e a suore, che pure cono­sce, ad Avila, Medina, Alba... Altra novità che colpisce è il silenzio della penna, quando ha tra le mani opere incompiute e si trova nella piena maturità per scrivere.

Caratteristica di Segovia è la sintesi, una sintesi armonica di vita attiva e contemplativa, di convivenza e di solitudine, di mistica e la­voro manuale, di collaborazione e conflitto.

Si può ben valutare la sua maturità da una breve rassegna delle attività:

 

1).  Primo definitore del governo generale e vicario dell'Ordine, in assenza di padre Doria;

2). Superiore della casa e responsabile dei lavori di ampliamento del convento e di ricostruzione della chiesa;

3). Lavoro ma­nuale intenso nel cantiere, nella cava e nell'orto;

4). Direzione spirituale delle carmelitane e di numerose persone della città;

5). Lunghe ore di contemplazione silenziosa sui gradini davanti al Santissimo, alla finestrina della cella durante la notte o nella grotta formata da alcune rocce in un angolo dell'orto.

 

Giovanni della Croce è sempre contemplativo. Qualunque sia la sua attività, preoccupazione o ritmo di lavoro, riserva ampi spazi alla solitudine e alla contemplazione. Di giorno o di notte, in casa o nell'orto. Anche il convento di Segovia, come quello di Granada, gode di una posizione panoramica.

Gli piace pregare in una piccola grotta scavata nella roccia, dalla quale si contempla un paesaggio meravi­glioso di cielo, monti, campagna, fiume e strada alberata...[3]

Non è però un eremita. E un uomo dai modi piacevoli, servizievole.

Gli fanno visita molte persone della città per la direzione spiri­tuale, per amicizia, per i lavori del convento. Molte ore dedica a do­na Ana, benefattrice del convento e amica fin dagli anni di Granada. Sale sovente al monastero delle carmelitane.

Le sue responsabilità nel governo generale gli hanno procurato molti rompicapo e dissa­pori, specialmente durante l'ultimo anno, quando egli si oppone ai procedimenti e alle decisioni del padre Doria in alcune questioni gravi. Così è e vive fra Giovanni: ha tempo per tutto e per tutti.

Di tempo gliene avanza ancora per il lavoro manuale, elemento immancabile lungo tutta la sua vita. Il suo contatto con la natura non si limita alla contemplazione del paesaggio. Lo stesso gruppo di roc­ce delle sue contemplazioni è anche la cava dalla quale estrae la pie­tra per la costruzione del convento e della chiesa. Vi sale digiuno, per scendere poi certi giorni a mangiare dopo la comunità, ormai verso sera. Non interrompe il suo lavoro per motivo alcuno, anche se cade la pioggia, la neve o la grandine. «Sembra una quercia», di­cono i religiosi vedendolo muoversi tra le rocce. Nessuno sa come possa venir fuori tanta energia da quel corpicino fragile e sciupato. Senza saperlo, si sta costruendo il monumento per la sua sepoltura. Il corpo di fra Giovanni tornerà a Segovia due anni dopo la morte.

 

7. Giorni   di   passione

 

Le tensioni nel governo generale del Carmelo lasciano presagire nuove svolte nell'esistenza di Giovanni. Non durerà a lungo la rela­tiva serenità di Segovia. Entriamo nella fase culminante: sei mesi di calvario come esperienza finale.

Il dramma si svolge dal giugno al di­cembre del 1591, in tre scene: capitolo generale di Madrid, periodo trascorso nel deserto di La Penuela, finale a Ubeda.

In giugno si celebra il capitolo generale a Madrid. Il padre Giovanni della Croce interviene in difesa delle suore carmelitane e del padre Gracia'n e biasima i procedimenti seguiti dal padre Nicola Doria. Interviene con decisione, perché in quei modi di agire vede spirito di rivincita e ingiustizia. Ma deve pagare il suo ardire. Escono rieletti tutti i mem­bri del consiglio, meno lui. Al suo posto entra padre Diego Evangelista che, giovane e fanatico, già durante il capitolo inizia la sua campa­gna di aggressività e di calunnie contro il santo. Questi aveva chiesto molte volte che lo lasciassero senza incarichi di governo. Ora glielo concedono, consegnandolo nelle mani dell'arroganza e della passio­ne.

La seconda scena, con cambiamento totale di quadro, è data dal deserto di La Penuela (Jaén). Là si ritira provvisoriamente, in vista di una nuova missione. È stato nominato provinciale per il Messico, dove si dovrà recare con un gruppo di dodici religiosi. Della sua per­manenza nel deserto scriverà egli stesso, rifacendosi a una lettera precedente: «Mi ero voluto fermare in questo deserto di La Penue­la, sei leghe prima di Baeza, dove mi trovo da circa nove giorni. Grazie a Dio mi ci trovo molto bene, poiché la vastità del deserto aiuta molto l'anima e il corpo, anche se l'anima è molto povera. Il Signore deve volere che anche l'anima abbia il suo deserto spiritua­le. Sono contento che avvenga come a lui piace, giacché egli sa bene quello che noi siamo da parte nostra... Stamane siamo già tornati dal cogliere i nostri ceci e così tutte le mattine. Un altro giorno li batteremo. È bello prendere in mano queste creature mute, meglio che essere manipolati da quelle vive. Dio me lo conservi a lungo» (L 25: 19/8/91). È questa la sua «vita nel deserto»: preghiera in casa e in campagna, lavoro nei campi coltivati della fattoria, nuova redazione di Fiamma.

Un piccolo ma insistente malessere è motivo di un altro cambiamento di scena. «Domani parto per Ubeda per curarmi di alcune febbriciattole che, a mio parere, hanno bisogno dell'aiuto della medicina perché mi tormentano da otto giorni» (L 27). Il 28 settembre fa il viaggio. Ha scelto egli stesso il convento di Ubeda. La comunità di Baeza ha insistito, anche attraverso persone influenti, perché va­da a curarsi nella loro città; sarebbe per essi un piacere e un onore. Ma egli non accetta. Preferisce Ubeda e da alla preferenza una moti­vazione tutta sua: non è mai stato a Ubeda e nessuno lo conosce. Vi è inoltre priore un religioso amico di Diego Evangelista, che gli ri­serverà identico trattamento.

Fin dal primo giorno il priore lo obbliga ad assistere a tutti gli at­ti della comunità, anche se con febbre altissima e strascicando la gamba. Gli butta in faccia le spese che sono a suo carico; proibisce che gli facciano visite o si accettino regali per lui. Fratel Bernardo, suo infermiere affettuoso e premuroso, suggerisce in una sola frase le dimensioni del dramma: «Era incredibile quello che succedeva a questo riguardo».

La malattia si aggrava. Alle febbri fa seguito una profonda ferita che si è aperta sulla gamba destra, con varie eruzioni. Hanno dovuto segargli pezzi d'osso dal vivo. Le piaghe si estendono anche sulla spalla.

Non può essere toccato. Passa il tempo pregando, restando in silenzio o conversando adagio e calmo con l'infermiere o con chi va a trovarlo. «Più pazienza, più amore, più dolore», gli sentono di­re alcune volte.

Principio e fine di tutto, come sempre nella vita di Giovanni del­la Croce, è l'amore in tutte le sue tonalità: di amicizia, di riconcilia­zione, di unione con Dio.

In questi ultimi momenti Giovanni sente la tenerezza delle persone e ne provoca anche la manifestazione: «Fratello Diego, ti dispiace che io muoia?». Ha però anche amore d'altro tono, quello forte, per affrontare in atteggiamento di «colpe­vole» la durezza del priore. Due giorni prima di morire lo chiama, gli chiede perdono per le molestie e le spese, gli chiede la carità dell'abito che ha indosso per essere sepolto con esso. Il priore comprende, piange; rinasce affetto e comunione. La fonte nascosta e manifesta di tutti questi amori sta nell'amore di Dio. Ormai agoniz­zante, esprime il suo desiderio che non gli leggano altro se non paro­le d'amore e di vita: leggetemi qualcosa del Cantico dei Cantici... Che perle preziose!

Sta per morire. È appena passata la mezzanotte tra il 13 e il 14 dicembre. Ode suonare la campana del mattutino ed esclama: «Glo­ria a Dio, andrò a cantarlo in cielo». Come se si trattasse di andare al successivo atto di comunità.

 

 

 


 

Maestro e scrittore

 

Di pari passo con la vocazione contemplativa svolge, sia pure in subordine, il compito di maestro e di scrittore. Il collegamento tra esperienza personale e scritti passa attraverso il magistero orale. Il vivere lo porta a parlare e il parlare si prolunga nello scrivere. Vivere, parlare, scrivere, si intrecciano tra loro nell'esperienza sangiovannea. Non sono compiti affiancati o successivi l'uno all'altro.

Chi conosce san Giovanni della Croce solamente dalla qualità dei suoi libri, lo immaginerebbe dedito allo studio e alla loro com­prensione nel quadro di un'esistenza di scrittore di professione. La realtà è del tutto diversa. Nella sua valutazione intima e nei suoi im­pegni quotidiani l'attività letteraria occupa l'ultimo posto.

La sua vera scala di valori vitali e di lavoro effettivo, segue quest'ordine di importanza:

 

1). vita personale e comunitaria di religioso carmelitano, con tutte le implicazioni ed esigenze che ciò comporta quanto a pietà, raccoglimento, servizi, lavori manuali;

2). funzioni di governo e di formazione diretta dei religiosi, funzioni affidategli durante tutta la sua vita;

3). confessione e direzione spirituale con le re­ligiose carmelitane e anche con i laici;

4). infine, scrivere cose dello spirito, quando gliene rimanesse tempo e voglia.

 

Ci è giunta una testimonianza molto espressiva e realista della vita che conduce Giovanni negli ambienti dove esercita il suo magi­stero. Si riferisce ai giorni che in determinati periodi trascorre a Beàs, per assistere spiritualmente le carmelitane. Racconta una di esse:

Aveva grande cura di rifuggire dall'ozio e, disponendo di qualche mo­mento libero, scriveva o chiedeva la chiave dell'orto e andava a mondarlo dalle erbacce o cosa simile. Qualche volta si occupò anche di fare qualche tramezzo di mattoni e pavimenti nel nostro convento. Se poi aveva un compagno, lo faceva entrare perché lo aiutasse; se no, chiede­va ad alcune monache di dargli una mano. Amava anche preparare e or­nare gli altari e lo faceva con grande cura e pulizia e in silenzio[4].

Benché incompleto, il quadro è significativo e rivela il contesto umano e religioso dell'attività redazionale, aiutando a capire moda­lità importanti della medesima.

In questo capitolo seguiremo le fasi della creazione: maestro, scrittore, scritti.

 

1. Maestro

 

Durante tutta la sua vita nel Carmelo teresiano, ha svolto opera di formatore e mistagogo: maestro di novizi e di studenti, superiore, direttore spirituale e consigliere di religiose e laici. È l'attività prefe­rita, caratteristica e dominante di fra Giovanni.

Lo ha disposto ad essa una serie di fattori convergenti: volontà di Teresa e dei superio­ri; le sue stesse doti e preferenze, che lo orientavano verso questo ti­po di lavoro; le sue limitazioni, che lo tennero discretamente lonta­no da responsabilità primarie di governo.

Formando gli altri, forma se stesso; impara insegnando. È rifor­mato e riformatore al tempo stesso. Nel darsi agli altri, trova se stes­so. Di modo che il giovane carmelitano trova, nel magistero orale, non solo la preparazione alla sua opera di scrittore, ma anche la pre­sa di coscienza, la riflessione su ciò che vuole essere e sulla propria vocazione.

L'attività formativa è per lui una vera sorgente di espe­rienza spirituale, sia per ciò che riceve dagli altri, sia per ciò che sca­turisce intimamente da lui stesso a contatto con gli altri[5].

Il fatto di esercitare il suo magistero tra frati e monache del Carmelo gli conferisce un tono dì fraterna comunione spirituale, dove tutti insegnano e tutti imparano, tutti aiutano e sono aiutati. È più un condividere che un insegnare. È dovuto a questo ambiente, e non alla sua giovane età, che Giovanni si stia formando attraverso l'insegnamento. Non è perché sia giovane o inesperto; vuole creare invece uno stile di maturazione che sia condiviso tra i membri del nuovo Carmelo. Per questo preferisce lo stile della conferenza-conversa­zione familiare (plàtica) e dell'incontro personale, che permette reciprocità di comunicazione; rifugge dai sermoni più solenni che sono un monologo del predicatore.[6]

Apprende molto dal trattare con la gente, perché sa ascoltare. «Riluttava a fare come quei maestri di spirito che impiegano tutto il loro tempo nel fare discorsi ai loro novizi, e non nel riconoscere e guidare il loro spirito». «Era un grande maestro di spirito, capace di comprendere le anime da poche parole» (Pr 41).

Quando uno gli fa una domanda, o gli da un suggerimento, o gli canta una canzone, o racconta un'esperienza, Giovanni della Croce ne trae ispirazione, sente che si mettono in moto le sue migliori energie creative. Così hanno avuto origine molti dei suoi commenti, avvisi, poesie, confe­renze.

Nella conversazione spirituale scopre se stesso e gli altri, quasi senza rendersene conto. Parco e riservato com'è quando si tratta di confessione diretta, si proietta invece con naturalezza nel dialogo fa­miliare. Dichiara una religiosa di Beàs: «Santo com'era, a ogni paro­la che gli dicevamo pareva che gli aprissimo una porta per poter go­dere anche noi dei grandi tesori e ricchezze che Dio aveva posto nel­la sua anima e nel suo cuore».[7]

L'esprimersi provoca in Giovanni una maggiore presa di coscienza e un rafforzamento dell'esperienza stessa.

Tenendo conto della polivalenza del magistero orale, compren­diamo come sia stato questo il lavoro più intenso ed esteso durante tutta la sua vita: intenso per il tempo e la cura che gli dedica; esteso perché comincia per primo e finisce per ultimo. Questa preferenza risalta ancor più se la mettiamo a confronto con la sua attività di scrittore.

Scrive poco, con interruzioni, e solo per un certo numero di anni. Lo fa quasi controvoglia, costrettovi dalle richieste e la­sciando le cose a metà. Parlare invece, lo fa in maniera spontanea e continua, prima e dopo avere scritto. Parla volentieri ed è instanca­bile: «Manifestandogli una volta cordialmente la grande contentezza che provavo nell'ascoltarlo e come non avrei voluto che si stancasse, mi disse che anche se avesse parlato per giorni e notti di seguito di nostro Signore, non si stancava né si sarebbe mai stancato, purché non si stancassero quelli che lo ascoltavano» (Pr 378).

Ha indubbiamente delle qualità al riguardo. Possiede conoscen­ze bibliche e teologiche, esperienza religiosa e mistica, discrezione e tatto. Ispira fiducia e suscita confidenze in coloro che hanno occasione di trattare personalmente con lui. Mette una particolare densità di contenuti e di animazione quando ha direttamente a che fare con le persone. Non ha mai permesso che i suoi libri lo sostituissero nella parola viva e nella comunicazione personale[8].

Conosciamo con sufficiente precisione i contenuti che il suo magistero orale preferisce. Riassumendo varie testimonianze, se ne possono segnalare alcuni settori.

Uno di essi, riaffermato con insi­stenza, è la sua abitudine di iniziare le sue conferenze e istruzioni a partire dalla sacra Scrittura; in particolare «leggeva i vangeli e ne spiegava la lettera e lo spirito». Trinità, misteri di Cristo, virtù teologali, eucaristia, salmi, Maria santissima, nudità di spirito, preghiera, ecc, figurano tra i suoi «temi» preferiti.

Il suo stile espositivo riveste anche modalità peculiari, notate e trasmesseci dai testimoni. È diretto, dialogico, plastico. È soprattut­to la forza della parola ciò che molti ricordano: sono parole che dan­no luce e suscitano amore; sono sostanziose, persuasive e fanno sì che uno si senta già a metà del cammino. Per sintetizzare: «Vedevo che le parole che uscivano dalla sua bocca non erano fredde come quelle che nascono dallo studio, bensì parole che comunicavano ca­lore e desiderio di migliorare e di cercare Dio» (Pr 371).

Per apprezzare i risultati della parola sangiovannea, valga per tutte la testimonianza di santa Teresa. Era solita dire alle sue mona­che che le sarebbe proprio piaciuto avere un fra Giovanni della Cro­ce come direttore per ognuno dei suoi monasteri. Scrive alle religio­se di Beàs:

Vi assicuro che desidererei molto avere da queste parti il mio padre fra Giovanni della Croce: egli è davvero padre della mia anima e uno di quelli dalla cui conversazione essa ricavava maggior profitto... È molto spirituale e di grande esperienza e istruzione. Da noi ne sentono molta nostalgia quelle che erano abituate alla sua dottrina.

E un uomo celestiale e divino. Io le dico dunque, figlia mia, che, dopo che se ne fu andato, non ho trovato in tutta la Castiglia un altro come lui, né che sappia tanto infervorare per la strada del cielo. Non può cre­dere quanta solitudine mi causi la sua mancanza.[9]

Questa valutazione di santa Teresa si riferisce ai primi passi di fra Giovanni, quando esordisce come direttore di religiose al Carmelo dell'Incarnazione, fra i trenta e i trentacinque anni d'età. Seguiterà a migliorare in tutto: istruzione, esperienza, pedagogia, sicurezza.

Il magistero orale è compito primario e autonomo, generatore di esperienza, e non solamente preparazione alla sua opera di scritto­re, come invece solitamente si pensa.

Rimane compito attivo e pre­valente durante gli anni stessi in cui scrive, e continua a pieno ritmo una volta terminati i suoi libri. Sono due strade parallele e comple­mentari del suo pensiero. Vi sono molti temi comuni a entrambe; vi sono anche valori fondamentali che egli sviluppa solo con la parola o solo per iscritto.

 

2. Scrittore

 

Da maestro passa a scrittore quasi senza avvedersene. Come mezzo per rafforzare la comunicazione orale, scrive fin dagli anni di Avila dei biglietti o fogliettini con qualche pensiero adatto alle ne­cessità della persona. Sono sentenze brevi e dense che riassumono e richiamano lunghe spiegazioni. «Lo legga spesso», scrive al termine di un avviso ricopiato da una carmelitana di Beàs, Maddalena dello Spirito santo.

Nel carcere di Toledo il silenzio opprimente si popola di immagi­ni e di parole. In tante ore di solitudine l'esperienza sta producendo i suoi germogli. A poco a poco assume forme concrete nella mente, e si trasforma in strofe scritte di raffinata fattura. Vengono così alla luce il Cantico, la poesia della «Fonte» e poco dopo la Notte.

La spontaneità dei versi e il valore educativo delle prime senten­ze lo spingono a un compito che diventa presto inevitabile: quello di scrittore.

Le strofe richiedevano un commento, gli avvisi una conti­nuazione. Non è mosso a scrivere per obbedienza, neppure da ambi­zioni letterarie. Cede invece alle richieste insistenti di fratelli e di­scepoli che hanno preso gusto alle prime pagine e non si tirano più indietro finché non abbiano da lui ottenuto esposizioni sistematiche.

Nel prologo delle sue grandi opere confessa l'influenza che hanno avuto le istanze degli amici. È un'opera letteraria nata dalla vita e per la vita, dalle persone e per le persone. D'altra parte, egli stesso ne ha verificato la necessità.

Sente una duplice ripugnanza ad assumersi un compito che non era contemplato nella sua intenzione originaria: commentare le sue poesie e scrivere libri più ampi in prosa. Manifesta ripetutamente la sua contrarietà al fatto di dover spiegare le strofe. Teme che ne vada persa l'essenza mettendosi su un piano diverso. Meno avvertita, ma non meno grave, è la sua resistenza a scrivere opere di ampio respiro.

Le compone a frammenti, le interrompe, giunge raramente alla fine. Lo si trova più spontaneo negli scritti brevi.

La creazione letteraria si estende praticamente dal 1578 al 1586. Questi otto anni possono essere ancora suddivisi in due periodi di quattro anni ciascuno.

Nel primo periodo, 1578-81, nascono le com­posizioni brevi: poesie, sentenze, frammenti. Nei quattro anni se­guenti, 1582-86, si da alla creazione sistematica, con la redazione delle quattro opere maggiori in prosa.

Ha ricevuto una preparazione accurata e completa: per lo stile letterario a Medina del Campo, per la dottrina a Salamanca, per l'e­sperienza spirituale in ogni tempo, per il magistero a partire da Du-ruelo. Ha vissuto, osservato, studiato e riflettuto molto.

Conosce la sacra Scrittura, la teologia, la tradizione mistica, correnti e opere della spiritualità contemporanea. Lo vedremo nel capitolo seguente.

Ben poco sappiamo di come inizia la sua creazione letteraria. Conosciamo soltanto il punto d'arrivo. Quando comincia a comporre, ha già in mente la poesia completa e il pensiero ben definito. I suoi primi balbettii poetici nel carcere sono opere della massima perfezione; nel­le medesime condizioni si presenta il pensiero sistematico, quando ne inizia la stesura. Non si sono conservati autografi importanti, né sap­piamo dei modi e delle ore in cui compie il suo lavoro.

Quello che possiamo invece assicurare è che i suoi scritti sono in­sieme spontanei e lavorati, frutto di ispirazione e di riflessione. La sua poesia ha voli di puro lirismo e si avvale di tecnica raffinata. Ammirata della bellezza delle sue poesie, una religiosa gli domandò un giorno «se gliele avesse date Dio quelle parole così divine, e lui aveva risposto: "Figlia, qualche volta me le dava Dio; altre volte ero io a cercarle"».

Risposta evasiva e realista. Certe volte l'ispirazione viene dal di dentro o dall'alto; altre volte riceve lo stimolo delle cir­costanze e delle persone. Ma in tutto svolgono sempre una parte im­portante lo sforzo e la riflessione. Scrive poco, perciò lascia ampio spazio a ciò che germoglia nell'intimo.

 

3. Gli   scritti

 

Gli scritti del dottore mistico sono pochi e relativamente brevi. In cifre tonde: poco più di mille pagine in prosa, e poco meno di mil­le versi. I componimenti poetici che gli hanno dato celebrità assom­mano a un totale di 264 versi (strofe di Notte, Cantico e Fiamma).

Ci troviamo di fronte a un'opera di dimensioni molto ridotte. La fa­ma che essa gli ha meritato è dovuta senza dubbio alla qualità.

Scrive poco, lasciando perfino incompiute due o tre delle sue quattro opere più estese.

La ragione di tale brevità è duplice. In primo luogo, egli da mag­giore importanza ad altre attività e servizi della sua vocazione di car­melitano. Ha inoltre coscienza di avere scritto ciò che realmente vo­leva dire. È essenzialista e funzionale. Una volta date risposte nuove a situazioni nuove, tace. La sua vocazione è creare, non produrre.

È di aiuto alla lettura dei suoi scritti una semplice classificazione che li organizza in due gruppi, per un totale di otto unità:

 

-  Scritti brevi:

 

1.  Poesie: 5 poesie, 2 romanze, 5 glosse

2.  Parole di luce e d'amore e altri avvisi: circa 200

3.  Cautele o consigli per raggiungere la perfezione

4.  Lettere: circa 33

 

-  Opere maggiori:

 

5.  Salita del Monte Carmelo: 3 libri

6.  Notte oscura: 2 libri (8 strofe)

7.   Cantico spirituale 39/40 strofe (prima e seconda redazione) e spiegazione

8.  Fiamma viva d'amore: 4 strofe e spiegazione

 

È tutto quello che conserviamo di lui; ed è ciò che il lettore trova in una edizione normale dei suoi scritti. Ci familiarizzeremo poco al­la volta con essi, ricorrendovi costantemente nel corso di questo li­bro. Bisogna però fornire fin d'ora qualche piccolo cenno per poter capire le citazioni e iniziare la lettura diretta.

Presentiamo breve­mente ognuna delle otto unità. Lo faremo tenendo presenti ed evidenziando tre aspetti: struttura, tematica, punti di maggior interesse attuale.

 

1. Poesie

 

Sono le composizioni di maggiore rilievo nella sezione degli scritti brevi. Dodici composizioni, distribuite in tre categorie: 5 poe-metti, 2 romanze, 5 glosse. Raggiungono in tutto i 956 versi. La loro importanza non sta nel numero o nell'estensione, ma nella densità mistica e nella qualità letteraria. L'autore le considera espressione Primordiale dell'esperienza.

La tematica è unitaria e al tempo stesso diversificata. Le romanze e i poemetti cantano la storia della salvezza e della santificazione, guardando a vasti orizzonti. Le glosse trattano di esperienze o temi limitati: fede, trascendenza, speranza.

Breve com'è, vale la pena leggere per intero la sua creazione poetica. Le strofe di Notte, Cantico e Fiamma si leggono già nelle ri­spettive opere. La prima romanza, sulla Trinità e l'Incarnazione, sviluppa in nove scene la comunicazione storica di Dio con l'uomo, che è alla base del processo di unione. Merita anche una attenta let­tura il poemetto della Fonte.

 

2.  Parole di luce e d'amore (Dichos de luz y amor)

 

Sotto questo titolo, dato dall'autore stesso, sono riunite alcune sentenze o raccolte di sentenze che egli andava componendo come riassunto o a complemento del suo magistero orale. Il gruppo più importante abbraccia 78 assiomi che si conservano nell'autografo di Andùjar (Jaén).

A questi si aggiungono varie altre serie, arrivando a un totale di 200 avvisi. «Sono una specie di concentrato ascetico mistico, un con­densato di elevati principi dottrinali, di esperienze mature e di squi­site analisi psicologiche, di cui il grande scrittore del Carmelo ha in­triso tutta la sua mirabile dottrina» (Silverio de S.Teresa). È un ge­nere letterario che Giovanni della Croce domina con vera maestria.

La loro tematica è molto varia, rispondendo a necessità di persone differenti.

Si parla di tutto: amore, raccoglimento, presenza di Dio, dignità dell'uomo, valore della ragione naturale, rinuncia, for­tezza e silenzio ... Ce n'è per tutti i gusti e tutte le situazioni.

Davanti a un'opera di così piccole proporzioni il lettore moder­no non ha bisogno di particolari sforzi di sintonizzazione. Quasi tutti gli argomenti toccano il suo spirito e la sua sensibilità. Dovrebbe im­parare a memoria molti di questi avvisi: «Un solo pensiero dell'uo­mo vale più del mondo intero ...»; «Alla sera sarai esaminato sull'amore»; «Orazione dell'anima innamorata», ecc.

 

3.  Cautele (Cautelas)

 

È un titolo che non deve ingannare nessuno. Offre alcuni avvisi per difendersi da certi nemici che distruggono o paralizzano la vita spirituale: il mondo, il demonio, la carne. Scopre dove sta il pericolo e offre tre cautele appropriate contro ciascuno di essi: nove cautele in tutto.

Dedica l'opuscoletto alla comunità di Beàs, che lo ascolta quan­do commenta il Cantico e la Salita. Le Cautele si iscrivono nell'ambito della convivenza religiosa. Non riflettono la vita reale, ma si limi­tano a prevenire alcuni pericoli frequenti di attaccamenti e nostal­gie, curiosità e suscettibilità, tensioni e chiusure di gruppo che facil­mente si creano nella vita di comunità.

Prese nella loro intenzione originale, come mezzi limitati per fa­vorire lo sviluppo della vita teologale, conservano il loro valore e si possono applicare a ogni genere di convivenza. A una prima lettura riescono sgradite per la loro formulazione urtante ed esagerata. A una rilettura fatta con più calma, non tardano a rivelarsi suggestive e piacevoli.

 

4. Lettere

 

Dei vari generi di scritti di san Giovanni della Croce, il più povero è quello epistolare. Carenza che si fa ancor più sentire quando sap­piamo che ne scrisse molte di più e che sono andate perdute per l'in­curia o per la malizia delle persone. Se ne conservano poco più di 30; di alcune di esse solo frammenti.

Non vi figura una grande varietà di temi o di destinatari. Sono tutte indirizzate a frati e suore carmelitane, o a persone vicine al Carmelo. Alcune trattano temi di governo. La maggior parte sono di direzione spirituale. Della propria persona (esperienze interiori, occupazioni, viaggi, malattie) parla assai poco. Rivela invece la sua psicologia e la sua cordialità nei saluti e nelle esposizioni dottrinali.

Risultano insostituibili per conoscere intimamente Giovanni del­la Croce. È lo stesso maestro dei grandi scritti, ma vicino e dolce co­me un fratello e un compagno di viaggio, affabile ed esigente. Sono da annoverare tra le migliori quelle indirizzate alla comunità di Beàs, alle fondatrici di Córdoba, a Juana Pedraza, Ana de Jesùs, Ana de Penalosa...

 

5. Salita del Monte Carmelo (Subida del Monte Carmelo)

 

Titolo figurato, che indica la duplice tonalità dell'opera: l'alta unione con Dio a cui mira, e lo sforzo per salirvi. L'autore ha trac­ciato lo schizzo di un monte, con sentieri e indicazioni scritte che portano fino in cima. Lo ha posto all'inizio, come riassunto intuiti­vo. Segue anche discretamente, come orientamento, le strofe della Notte oscura, senza ritenersi legato a fare un commento. Consta di 3 «ori, rispettivamente di 15, 32, 45 capitoli. È la sua opera più estesa. Obiettivo centrale è portare alla massima purezza e autenticità la vita teologale. La sua forza sta nell'originalità con cui sa analizzare strutturare la vita teologale di fede, carità e speranza, applicate rigorosamente a tutte le attitudini della persona e a tutte le situazio­ni dell'esistenza credente.

Da qui deriva pure la sua durezza, dal momento che prende queste virtù nella loro fase di crescente purifi­cazione, e non in quella più caratteristica di espansione unitiva. Par­ticolare rilievo acquista lo sforzo di innestare grazie e fenomeni della vita mistica sul tronco della vita teologale.

Bastano questi brevi cenni per intuirne già l'attualità perenne. Le sue pagine di fenomenologia mistica non ci devono nascondere i contenuti prevalenti: vita teologale, funzione essenziale di ognuna delle virtù, ruolo essenziale dell'amore in positivo e in negativo. L'e­sperienza e la dottrina mistica di epoche successive rivelano l'im­pronta lasciata da quest'opera.

 

6. Notte oscura (Noche oscura)

 

È come la seconda parte, che viene a completare Salita. Com­menta le prime due strofe della poesia «In una notte oscura», soffer­mandosi particolarmente sulla spiegazione di questo primo verso. Il santo ha seguito l'ordine dei versi, che hanno talvolta dieci/quindici pagine di commento senza alcun'altra divisione. Per facilitare la let­tura, il primo editore (nel 1618) introdusse la divisione in due libri di 14 e 25 capitoli rispettivamente: la notte dei sensi nel primo, e nel secondo la notte dello spirito.

Il tema continua il processo iniziato in Salita: purificazione e consolidamento della vita teologale. La differenza, certamente mol­to sensibile, è che la Notte sviluppa l'aspetto passivo di tale dinamica.

L'intervento di Dio manda all'aria i programmi dell'uomo, sotto­ponendolo a un violento processo di trasformazione, che il santo pa­ragona a un'esperienza vissuta in profondità di morte risurrezione.

Dell'attualità della Notte ci resta poco da dire. Il simbolo, le strofe, il libro sono diventati qualcosa di familiare al nostro mondo culturale. Soprattutto è nostro pane quotidiano l'esperienza di vuo­to e di disorientamento, della presenza assente di Dio.

Per questo il libro della Notte oscura proietta oggi tanta luce sulla nostra esistenza difficile e tormentata.

 

7. Cantico spirituale (Càntico espiritual)

 

Spiega interamente, verso per verso, le strofe che incominciano col verso «Dove ti nascondesti», alle quali l'autore da per titolo: «Le canzoni della sposa» (Las canciones de la esposa). Ha fatto due ste­sure dell'opera. La prima (CA) commenta le 39 strofe in tono lirico, breve, spontaneo. La seconda (C) aggiunge una strofa, l'undicesima («Scopri la tua presenza»), cambia ordine per molte di esse nella parte centrale e amplia considerevolmente le spiegazioni delle 40 strofe, dando loro un tono più dottrinale e pedagogico.

Il prologo è la chiave di volta per la comprensione di quest'opera nei suoi contenuti e nella sua dinamica interiore di esperienza dottrina linguaggio.

Il simbolismo dell'amore, preso dal Cantico dei Cantici, da senso biblico, impulso e unità all'opera intera. Segue lo svolgimento, ritmato in quattro tempi: ricerca ansiosa (1-22), incon­tro (13-21), unione piena (22-35), aspirazione alla gloria (36-40).

E l'opera prediletta di Giovanni della Croce, la sua creatura più cara e anche la più laboriosa.

Nella prigione di Toledo compone, re­cita, canta, vive queste parole d'amore inesauribile. Quindi le spie­ga, le rilegge, le ritocca senza posa. Chi acquista familiarità con l'e­sperienza e il linguaggio simbolico dell'opera, non ha bisogno di rac­comandazioni per affezionarsi ad essa.

 

8. Fiamma viva d'amore (Llama de amor viva)

 

Il titolo generale coincide col primo verso delle strofe, e indica bene i contenuti e l'andamento dell'opera. Trattandosi di sole 4 strofe, 24 versi in tutto, ha la possibilità di dilungarsi nella spiegazione dei singoli versi. Anche Fiamma ha avuto una prima e una seconda stesura (FA e F). I ritocchi sono di minore importanza. Rimane in­tatto il numero e l'ordine delle strofe, più ampio invece il commen­to.

Temi centrali: dimensione trinitaria della vita mistica, l'amore autentico, l'azione dello Spirito santo, principi di glorificazione. Sot­to forma di digressione, benché fermamente voluta, torna ripetuta-mente sulle fasi della notte oscura.

Non deve il lettore tirarsi indietro per paura delle altezze in cui spazia Fiamma viva d'amore.

Con un po' di sforzo e di sensibilità spirituale si accorgerà di entrare presto in sintonia. È un'opera mol­to indicata per potenziare l'esperienza del mistero cristiano: presen­za, amore, gratuità, interiorità, libertà...

 

4.  Poesia   e   prosa

 

E la modalità esterna e visibile che si rivela per prima nei suoi scritti. Ha composizioni poetiche e pagine in prosa. Nell'una e nell’altra forma scrive alla perfezione. Più ancora, le sue migliori creazioni conservano l'unità indissolubile di poesia-spiegazione.

Non si deve a virtuosismo letterario questa dualità di espressione. E una caratteristica che riflette stilisticamente una complessa esperienza interiore, che ha vari possibili canali di approccio: espe­rienza del mistero divino, percezione simbolica, elaborazione teolo­gica, intenzione pedagogica. Utilizza l'una e l'altra forma di linguag­gio per cantare, suggerire, spiegare: sono balbettii che convergono verso la molteplice ricchezza della realtà. Poesia e prosa non si equi­valgono, non si ripetono, non si sostituiscono.

Le strofe riflettono più direttamente l'esperienza mistica nel suo carattere personale, globale, affettivo, suggestivo. Presuppongono nel lettore un'idea della realtà dogmatica e spirituale a cui alludono, e tale realtà è percepita come viva e personale, penetrante e trascen­dente.

Il ricorso al simbolo unisce in sé afflato e colorito dell'azione di­vina e dell'esperienza umana. Le strofe continuano a essere insostitui­bili anche dopo aver ricevuto un commento ampio dello stesso autore.

Le poesie hanno significato proprio e godono di una particolare forza di comunicazione. Negli ambienti carmelitani si leggevano e si cantavano intendendone pienamente il senso, senza pensare che un giorno sarebbe arrivata la spiegazione. Sappiamo che santa Teresa conosceva e amava cantare le strofe del Cantico spirituale.

Egualmente essenziali risultano per noi i commenti. Il Santo li ha scritti con una certa riluttanza, ma vi ha messo impegno e origina­lità. Comprendiamo l'insoddisfazione che causavano a lui, come ul­teriore allontanamento dalla grazia originale. Per noi sono invece un altro passo per innalzarci e accostarci maggiormente all'enigma liri­co e mistico delle strofe. Conferiscono alla vita mistica spessore di storia, di cammino, di esistenza concreta e completa. Fissano basi dottrinali, tappe, norme di discernimento.

Questa forma intrecciata di scrivere in poesia-prosa è lo stile del­la sua maturità, che inizia a partire dai quarant'anni. Risponde a un'intima necessità di creare armonia interiore tra il mistico, il teo­logo,