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P. Federico Ruiz
San Giovanni della Croce
Mistico e Maestro
CAPITOLI 1-5
Prologo
Giovanni della Croce è
un uomo appassionato e appassionante. La sua apparente
sobrietà non può nascondere questo fatto, che si rivela in
piena luce nel lirismo delle sue poesie, nella radicalità
delle sue posizioni dottrinali e nel suo vivere tutto
incentrato nella vocazione. È dominato dalla passione di Dio
e dalla passione dell'uomo.
Già i suoi contemporanei
avevano avvertito la presenza del mistero nel suo essere e
nella sua parola. Irradiava fascino e dignità. Parlano
testimoni oculari: «Dio nostro Signore gli aveva dato un
modo di essere santo che tutti rispettavano»; «Molti prelati
di questa Riforma [del Carmelo], uomini di primo piano in
tutti i loro vari interessi, veneravano la persona e il
prudente parlare di questo santo; e mi pare che tutti gli
riconoscessero una superiorità che gli veniva ex
consortio Domini». «Poco mancò che Dio già in questa
vita gli si svelasse».
Ebbe in vita un ascolto
molto intenso ma limitato. Fu un carmelitano contemplativo,
efficace senza essere brillante, nemico degli alti incarichi
e poco propenso alla vita di società. Nei suoi scritti non
da spazio ai grandi avvenimenti della storia contemporanea.
Impassibile davanti agli avvenimenti clamorosi, è un
attento osservatore di Dio e dell'uomo nel loro muoversi
attraverso la vita. Osservatore, portavoce, interprete. Non
compie azioni spettacolari ma vive con passione: ama,
agisce, ascolta, soffre, tace, scrive. Per uno strano
destino è divenuto una delle figure rappresentative della
hispanidad, del cristianesimo, dell'umanità.
Il lettore moderno,
contemplativo o semplice credente, umanista o letterato, è
attirato dall'enigma dei suoi scritti. Li accosta forse per
curiosità o perché tutti ne parlano, per scoprire poi la
propria storia e la propria speranza
riflesse nell'avventura vissuta e narrata da san Giovanni
della Croce. Lo sente uomo di Dio, amico e maestro,
superando le differenze di vita e di cultura. Non
indietreggia davanti alla elevatezza mistica, radicalità
ascetica e misteriosità di linguaggio dei suoi scritti. San
Giovanni della Croce, in certo modo, lo stiamo inaugurando
noi. Non si è ancora cristallizzata la sua immagine
pubblica, come succede per altri autori e santi già
classificati. Risulta nuovo, giovanile, sorprendente.
Certe somiglianze ambientali favoriscono la
sintonia. Anche a lui, come a noi, è toccato vivere alla
fine di un secolo di copiosissima produzione religiosa:
libri di preghiera, di meditazione, di virtù e misteri;
pratiche di pietà, di mortificazione, di culto, di servizio.
L'accumularsi di tutto ciò affrettò il logorio spirituale e
diede origine al formalismo. Giovanni della Croce sente e
vive il momento religioso come saturo di pratiche e
riflessioni, carente di esperienza, fecondo di promesse.
Non vuole continuare a produrre letteratura spirituale. È
tempo di creare: scopre aspetti essenziali, infrange schemi,
semplifica, cambia temi e atteggiamenti. Radicato nel suo
secolo, ha una strana aria di futuro e di modernità.
Assimila quanto gli viene dai suoi contemporanei, ma scorge
orizzonti nuovi. Manifesta una certa analogia con i metodi
adottati dal quarto Vangelo nei confronti dei sinottici,
alla fine del I secolo.
Il Dottore mistico sa farsi capire. Una
ripetuta esperienza dimostra che è capace di entrare in
comunione personale e in dialogo diretto con i lettori del
nostro tempo. Con lui viviamo in comune esperienze e
problemi: Dio, la fede, Cristo, l'amore, l'uomo nel
disordine e nell'armonia, la sofferenza, la bellezza, lo
sguardo interiore, l'oscurità, la trascendenza, la morte, il
destino glorioso. Sono altrettanti temi di inesauribile
attualità; sono anche primi nel nostro dialogo con il
mistico cristiano. La sua parola rivela Dio in mezzo agli
uomini e in ogni uomo davanti a Dio. Scrive servendosi di
tutte le risorse letterarie e culturali; non ha però voluto
parlarci di cultura e di linguaggio. Tutto è importante, ma
nel proprio ordine.
Ho pensato che l'aiuto discreto offerto da
questo libro potesse facilitare il dialogo. Giovanni della
Croce è una figura complessa e unitaria: mistico e asceta,
poeta e teologo, autore di Cantico e di Notte
oscura. Vari secoli di sospetti e denunce, di parzialità
ed impostazioni difettose hanno ricoperto la sua immagine
con una crosta di tenace incomprensione. Col tempo e con lo
sforzo affiorano forme e colori originali. Occorre però
educarsi alla lettura integrale, per non cadere nella
pretesa di conoscerlo attraverso la frase isolata, la
raccomandazione dura, la bellezza lirica di qualche poesia,
la prospettiva limitata di qualcuna delle sue opere.
I tre criteri fondamentali che seguo in
questo tentativo di inter-pretazione sono evidenti: in primo
luogo, la lettura della sua parola scritta nel contesto
immediato e nell'insieme della sua intera opera. Si
mantiene, in secondo luogo, un riferimento discreto e
costante al magistero orale e all'ambiente culturale.
Assumono, infine, rilievo di parallelismo e complementarietà
i dati della sua esperienza e i fatti della sua esistenza.
L'ordine con cui i temi si susseguono può essere colto
dando semplicemente uno sguardo attento all'indice.
Citerò abbondantemente le parole stesse
dell'autore. Le sue espressioni non possono essere né
compendiate né sostituite. Lo faccio anche per riguardo alle
persone che si scoraggiano davanti ai suoi scritti, pensando
che si troveranno davanti ad un vero e proprio geroglifico.
Troveranno qui una anticipazione e forse l'incoraggiamento
necessario per addentrarsi nella lettura diretta delle opere
complete.
C'è anche un altro tipo di lettori che mi
preoccupa. Sono quelli che hanno preso familiarità, i
lettori costanti. Lo leggono molto, ma in modo disordinato e
distratto. Non arrivano a scoprire la vitalità
dell'esperienza, l'ordine del pensiero, la bellezza
dell'espressione. Molte delle pagine e frasi che citerò nel
libro sono loro passate inosservate.
Alcuni preferirebbero che il nostro mistico
fosse un po' più somigliante, in fatto di esperienza,
dottrina e linguaggio, ad altri classici della spiritualità.
Ognuno è libero di sognare e di preferire quel che vuole. Io
lo preferisco così, col suo fascino e con le sue durezze. Mi
piace così com'è: originale e conciliante, con fine
intelligenza e sensibilità, vitale e un po' rustico.
E un profeta, a fianco di molti altri che la
chiesa e l'umanità hanno avuto e continuano ad avere. Non
supplisce la lettura di altri autori, ma nemmeno si lascia
da essi sostituire. Non dice tutto, spiega però in maniera
originale e stimolante alcune cose essenziali.
1.
Vita e vocazione
Giovanni della Croce
vive e scrive con tutta la densità di una grazia, di una
vita e di una cultura. Sta qui la fonte e la chiave di
interpretazione della sua opera. Per entrare in comunione
dobbiamo familiarizzarci con il corso della sua vita e il
mondo della sua storia. Il nostro mistico rifiuta di
svelarci il segreto e i momenti intimi della sua esistenza.
Non scrive nulla di esperienze interiori, realizzazioni
personali, incontri, circostanze, fonti. Tace. Lo fa di
proposito, non per dimenticanza. Ciò nonostante, il
silenzio lascia aperte alcune vie di accesso al suo mondo
personale. Possediamo numerose testimonianze degne di fede
sugli avvenimenti della sua vita interiore ed esterna.
Disponiamo inoltre di un
altro mezzo per arrivare fino all'intimità: l’autobiografia
indiretta. Ha un modo di operare così pronunciato e
trasparente da equivalere a una confessione autobiografica.
Con gesti silenziosi e impegnativi manifesta il suo essere
personale e il suo progetto di vita, i suoi amori e le sue
convinzioni. Dall'inizio alla fine, in profondità e in
estensione, la sua esistenza è permeata da una vocazione che
lo assorbe completamente: la vocazione religiosa
contemplativa.
Contemplazione vuol dire
attrazione radicale e ricerca di Dio, che concentra tutto
l'essere e il vivere di una persona credente nella comunione
con Dio e, a partire da lui, con persone e cose. Fra
Giovanni è contemplativo per grazia, per natura, per
interessamento e dedizione particolare.
Simile concentrazione
unifica la ricca personalità religiosa e umana del santo; la
potenzia al tempo stesso che le impone scelte esigenti. Il
suo vivere unificato non gli risparmia però delle oscurità.
Possiede due qualità
proprie delle persone saldamente fondate sulla vocazione: un
forte istinto di orientamento, che gli fa ritrovare la
strada in mezzo alle ambiguità e ai rischi; una ferma
volontà, capace di rotture e di
fedeltà anche se dolorosa. Ha dovuto scoprire e realizzare
la propria missione attraverso un sentiero accidentato, in
cui ogni tappa è originale e imprevedibile. Riesce a
forgiare un'esistenza eminentemente libera e originale, con
materiali per la maggior parte imposti da persone e
circostanze. Nella sua vita nessuna tappa risulta superflua
o ripete quella precedente. Fino all'ultimo respiro fra
Giovanni si mantiene sorprendentemente nuovo.
Il primo capitolo presenta un abbozzo di
biografia.
La distribuzione in sette periodi facilita
una lettura intelligente dei fatti. Ogni unità è
caratterizzata dal ritmo dell'esperienza personale, degli
avvenimenti storici e degli spostamenti geografici.
Attraverso tutto questo emerge gradualmente la sua completa
personalità di uomo, credente, contemplativo, mistico,
formatore, poeta, scrittore. Mezzo secolo scarso di
esistenza è bastato a Giovanni per condurre a termine
un'opera solida, di valore permanente.
1. In famiglia
A metà strada tra Avila e Salamanca si trova
Fontiveros, un paesone di pianura, aperto da tutti i lati ai
campi coltivati, ai venti e al sole. Qui nasce Giovanni nel
1542, figlio di Gonzalo de Yepes e di Catalina Alvarez,
provenienti entrambi da Toledo. Per prima era arrivata sua
madre, come modesta operaia in una piccola fabbrica di
tessitori. In paese viene occasionalmente Gonzalo per viaggi
d'affari. Si conoscono, si innamorano, si sposano. Lui
viene diseredato dai ricchi parenti per questo matrimonio
tra disuguali.
È nella povertà che comincia a costruirsi la
nuova famiglia. Nascono tre figli: Francisco, Luis e Juan.
Il lavoro scarseggia, cadono in miseria. Non guadagnano
neppure il necessario per vivere. Muore il padre, muore
Luis. La vedova abbandona la casa con i figli rimasti: una
famiglia sfasciata. Chiede aiuto alla ricca parentela del
marito, mendica lavoro o qualcosa con cui tirare avanti. Non
ottiene nulla e deve emigrare: dapprima ad Arévalo; in
seguito, quando Giovanni entra nei nove anni, a Medina del
Campo.
La narrazione più fresca e riuscita di
questo primo periodo della vita di Giovanni ci è data da una
Relación originale di suo fratello Francisco.
Riferisce e organizza i fatti con la naturalezza e la forza
di un testimone che della famiglia condivide sangue e
povertà, gioie e sofferenze.
I genitori di fra Giovanni della Croce erano
nativi di Toledo. Il padre era nobile, si chiamava Gonzalo
de Yepes. La madre si chiamava Catalina Alvarez. Eravamo
tre fratelli: il minore fu fra Giovanni. I suoi genitori
vennero ad abitare a Fontiveros, dove Gonzalo de Yepes sposò
Catalina Alvarez. Fra Giovanni nacque a Fontiveros, dove
morì suo padre.
Divenuta vedova, la madre ebbe una vita
molto travagliata. Cercò di mettere a mestiere il figlio
minore, ma dopo aver egli provato quello di falegname,
sarto, intagliatore, pittore, non si adattò a nessuno di
essi, benché fosse molto desideroso di esercitare il lavoro
della madre. Trovandosi in difficoltà a Fontiveros,
(Catalina) venne ad abitare con i figli a Medina del Campo,
e così disponendo Iddio, lo mise nel collegio dei fanciulli
della dottrina, perché gli insegnassero a leggere e
scrivere; la qual cosa in poco tempo apprese ottimamente. E
da lì lo mandarono poi al monastero della Penitente (la
Maddalena) per servire la chiesa e aiutare durante la messa.
Poco tempo dopo lo prese con sé un
gentiluomo che chiamavano Alon-so Alvarez de Toledo, il
quale aveva lasciato il mondo ritirandosi in un ospedale a
servire i poveri. Mentre si trovava là, questo gentiluomo
gli diede l'incarico di andare a questuare per i poveri; il
quale gentiluomo e tutte le altre persone dell'ospedale gli
volevano molto bene. Così gli diedero il permesso di seguire
delle lezioni di grammatica nel collegio della Compagnia di
Gesù. Ebbe come maestro il padre Bonifacio, ancor oggi in
vita.
Con l'aiuto di nostro Signore, si applicò
con tanta buona volontà allo studio da fare grandi progressi
in poco tempo. E raccontavano nell'ospedale che, quando
andavano a cercarlo di sera, non riuscivano a trovarlo,
finché lo scorgevano intento allo studio in mezzo ai fienili
del rustico.
Con occhi e cuore di fratello, dissimulando
la propria emozione, Francisco de Yepes accenna alle origini
e ai difficili primi passi nell'esistenza di Giovanni: la
vita in famiglia fino ai 21 anni. I biografi del santo non
hanno saputo apprezzare in tutto il suo valore questa
narrazione semplice, che seleziona e organizza i dati
essenziali per tracciare un profilo psicologico e spirituale
di Giovanni in questa prima fase della sua esistenza. Le
inclinazioni manifestate allora anticipano tratti
essenziali della sua personalità definitiva.
In primo luogo vengono rilevate le
ripugnanze e le difficoltà. Giovanni non riesce nei lavori
manuali. Ancor bambino avverte le difficoltà economiche di
sua madre e si sforza per imparare mestieri di immediato
rendimento. Lavora con impegno, ma non riesce a mettervi
quell'interesse istintivo che nasce da vocazione intima.
Ben presto acquistano invece risalto tre
qualità primarie: la religiosità, amore e servizio ai
malati, e l'attaccamento allo studio. Verso queste realtà
manifesta inclinazione spontanea e capacità speciali: se
n'accorgono coloro che gli vivono accanto e gli offrono
opportunità per svilupparle.
La caratteristica che si nota per prima è la
pietà. È appena stato ammesso nel collegio della dottrina,
dove bambini orfani ricevono vitto e istruzione elementare,
e vengono loro richiesti piccoli servizi. Date le sue
predisposizioni, Giovanni riceve l'incarico di avere cura
della chiesa e di aiutare per la messa. C'è già in germe il
futuro contemplativo, il mistico a tempo pieno.
Si rivela ugualmente affezionato e dotato
per il servizio ai malati e ai più bisognosi. Prima di
essere chiamato all'ospedale, ha già vissuto tale vita in
famiglia, dove si pratica la povertà generosa, con la casa
sempre aperta ad accogliere altre persone più povere di
loro: «Non mangiare senza dare da mangiare ». Anche questa
caratteristica lo segnerà per tutta la vita.
Infine l'amore per l'istruzione e la
dedizione agli studi: fece «grandi progressi in poco tempo»,
«in poco tempo apprese ottimamente». Lo sottolinea il
fratello, in evidente contrasto con la scarsa inclinazione
per i mestieri manuali. Dai 17 ai 21 anni frequenta il
collegio dei gesuiti, senza tralasciare il servizio
all'ospedale. Il tempo per studiare se lo trova «un po' al
mattino e un po' al pomeriggio»; sappiamo che spesso studia
anche alla sera.
2. La chiamata al Carmelo
A 21 anni, senza alcun preavviso, prende la
sua decisione: entra nel noviziato dei carmelitani, che
hanno appena fondato una casa in Medina. Inizia la vita
religiosa nel 1563, l'anno in cui si chiude il concilio di
Trento. Nessuno rimane sorpreso della sua vocazione
religiosa. Suscita invece stupore la direzione presa. Ha
ricevuto inviti e sollecitazioni in due direzioni che
risultavano per lui molto allettanti: da parte
dell'ospedale, perché diventi sacerdote e poi continuare
come cappellano; e da parte dei gesuiti, che apprezzano le
sue doti intellettuali unitamente alla sua pietà.
Ma la sua è una scelta pensata e voluta. Il
movente dell'entrata nel Carmelo sembra chiaro: vi è
attratto dallo spirito contemplativo e dalla pietà mariana.
Questi due elementi sono fusi insieme fin dalle origini
dell'Ordine e si sono in seguito rafforzati attraverso una
lunga tradizione di vita e di dottrina. Nel noviziato
incontra effettivamente mezzi e ambiente per assimilare
questa tradizione spirituale. Fa la professione nel 1564,
prendendo il nome di fra Giovanni di san Mattia (fray Juan
de Santo Matia).
Si trasferisce poi a Salamanca per
continuare all'università gli studi di filosofia e teologia.
La sua prima impressione deve essere stata abbagliante:
chiese e cattedrali, palazzi e case signorili, cultura e
vita frenetica. È tutto un rinascere nell'arte e fra la
gioventù. L'università è nel periodo del suo massimo
splendore: professori di prestigio, studenti in gran numero,
studi biblici e teologici in primo piano, varietà di scuole
e di tendenze.
Fra Giovanni risiede nel convento
carmelitano di Sant'Andrea. Si distingue per la sua pietà e
penitenza e per le sue capacità nello studio. Tra i suoi
confratelli suscita ammirazione sincera. In un ambiente
così euforico fra Giovanni si sente profondamente
insoddisfatto e ne soffre in silenzio. Sarà forse per
l'ambiente conventuale, più accademico che contemplativo? O
forse per il clima spirituale dell'università, dove non si
vede altro ideale che non sia quello degli studi, né altro
orizzonte religioso all'infuori di titoli e cattedre,
promozioni e prebende?
Quello che è certo è che, dopo aver vissuto
nel Carmelo un noviziato sereno, entra in una crisi
profonda. E ha in animo di ritirarsi nella Certosa...
Come al solito, vive, soffre, lavora e tace.
Dalla strada che sceglierà, possiamo dedurre l'origine della
crisi. È in gioco l'esperienza contemplativa. È una crisi
situazionale, più che vocazionale. Non dubita della sua
vocazione contemplativa, ma cerca il posto adatto per
viverla in pienezza personale e comunitaria. È vero che gli
piacciono gli studi di teologia e di filosofia, ma questo
non basta a giustificare la sua vocazione al Carmelo. Gli
piaceva pure la letteratura, nel collegio di Medina, e l'ha
lasciata.
La sintesi spirituale offertagli da
Salamanca, significa fare marcia indietro nei confronti
della decisione vocazionale presa prima di entrare in
noviziato.
Siamo nel 1567, al terzo anno di università.
Il disorientamento vocazionale raggiunge il suo momento
cruciale quando due personaggi incrociano il suo cammino:
il padre G. B. Rossi, superiore generale dell'Ordine, e
madre Teresa di Gesù.
Ognuno gli presenta un progetto di vita
differente come soluzione della sua crisi spirituale.
Nel febbraio di quell'anno, il padre Rossi
compie una visita al convento di Salamanca dove vive fra
Giovanni. Il Padre è un uomo di vita spirituale, che riforma
e corregge abusi con decisione e delicatezza.
Fra Giovanni ascolta, osserva, confronta
fatti e promesse. Terminata la visita, fa un bilancio
interiore: il programma non gli riesce attraente, né gli
offre garanzie di una forte ripresa contemplativa. Rimane
lo scontento di prima, i medesimi desideri di entrare nella
Certosa.
Nel settembre-ottobre dello stesso anno,
l'incontro casuale con santa Teresa a Medina, ha la virtù di
impressionare il giovane carmelitano e di arginare la sua
profonda insoddisfazione. Si capiscono subito, nonostante
le molte differenze; Teresa, 52 anni, sperimentata, decisa e
aperta; Giovanni, 25 anni, sacerdote novello, timido e
inesperto.
Da parte sua, madre Teresa gli offre uno
spirito nuovo, un progetto di vita provato e suggestivo; si
impegna a procurargli ogni sorta di mezzi, permessi,
organizzazione; esige molto spirito, un fermo impegno,
capacità di sacrificio. Fra Giovanni è disposto a tutto,
ormai sperimentato in preghiera e penitenza, scienza e
bontà; accetta tutte le implicazioni e le scomodità di un
inizio; ha posto solo una condizione, ed è che «non si
andasse troppo per le lunghe».
Un dialogo breve, concreto, responsabile
chiude la seconda fase della vita di Giovanni, aprendogli la
strada verso un futuro interessante ma ancora non del tutto
definito. Così parlano e operano i santi.
Con un gesto di comunione profonda e di
collaborazione sincera, Teresa di Gesù e Giovanni della
Croce danno inizio alla riforma del Carmelo.
3. Tra le querce di Duruelo
Si chiama Duruelo il luogo scelto per
iniziare la riforma. È un gruppetto di case sperdute tra
querceti, non lontano da Fontiveros. Querce dalle ampie
fronde, terra ondulata di campi coltivati ed erbe grigie da
pascolo. Il paesaggio preannuncia la nuova direzione nella
vita dello spirito: cielo aperto, stabilità, solitudine,
gente semplice all'intorno.
Dalla agitazione chiassosa delle aule
salamantine a questo casale abbandonato, ha compiuto un
salto abissale, non tanto geografico, poiché la distanza è
di sole dieci leghe, quanto piuttosto spirituale: dai libri
e dallo studio è passato alla vita e all'esperienza.
L'inaugurazione si compie la prima domenica
di avvento, il 28 novembre 1568. Fa comunità con altri due
religiosi venuti anch'essi dall'antico Carmelo: fra Antonio
de Jesùs, fra José de Cristo. Nel rinnovare la professione,
sceglie il nome definitivo: Juan de la Cruz; nome
breve, spezzato, fatto di quattro monosillabi.
Ci siamo bruscamente trasferiti a Duruelo,
senz'altro preambolo che la crisi interiore di Salamanca e
l'incontro occasionale di Medina con madre Teresa. Tra i due
riformatori sono intervenuti, nel settembre del 1568, nuovi
e più prolungati incontri a Valladolid, mentre si porta a
termine la fondazione del Carmelo femminile.
Qui hanno tempo e modo di conversare con
calma sullo spirito e sui problemi inerenti alla prossima
inaugurazione di Duruelo. Tema centrale è lo spirito della
riforma: ritmo intenso di preghiera, austerità di vita,
stile di fraternità e distensione, moderata attività
pastorale. Si parla anche dell'aspetto materiale: casa,
abito, orari, sostentamento.
La vita reale di Duruelo risponde al
progetto. Va anche leggermente oltre le previsioni di Teresa
in materia di preghiera e di penitenza. Non conosciamo
molti dettagli sul modo con cui i tre carmelitani vivono la
loro prima esperienza. Hanno fatto un patto che li lega al
silenzio, impegnandosi a non parlare dell'esperienza di
Duruelo (grazie ricevute, servizi prestati, sacrifici
compiuti) né tra i loro contemporanei né per la posterità.
Lo dichiara fra Giovanni alcuni giorni prima di morire.
Quando il suo compagno padre Antonio si lascia sfuggire
alcuni dettagli sulla vita eroica di quei primi giorni, lo
interrompe: «Padre, è questa la parola che ci siamo dati:
che nella nostra vita non avremmo mai dovuto riferire né far
sapere nulla di questo».
Fin dal principio rimane ben definita la
missione di Giovanni nell'incipiente riforma: maestro dei
novizi, formatore spirituale, mistagogo del Carmelo
teresiano. Il santo accetta il compito come un servizio di
urgenza immediata. Senza quasi rendersene conto, ha trovato
la strada adatta per il suo carisma; è al tempo stesso una
eccellente preparazione per la sua attività come scrittore.
Dei dieci anni che compongono questa fase,
ne dedica cinque alla formazione dei carmelitani scalzi
(1568-1572), altri cinque alla formazione delle religiose
carmelitane (1572-1577).
È il primo maestro dei novizi a Duruelo e a
Mancera. Poco dopo organizza il nuovo noviziato di Pastrana.
Nell'aprile del 1571 è nominato rettore del primo collegio
della riforma, ad Alcalà de Henares. Avendo fatto tesoro
della triste esperienza personale di Salamanca, non si
stanca di inculcare agli studenti carmelitani la
massima:«Religioso e studente, ma religioso per prima cosa»
(religioso y estudiante, religioso por delante).
Nel maggio del 1572 si trasferisce ad Avila
come confessore del monastero dell'Incarnazione, chiamatovi
da santa Teresa, divenuta priora l'anno precedente. Compie
adesso i trent'anni.
Viene per la prima volta a contatto in
maniera prolungata con il mondo religioso femminile, che
sarà in futuro uno dei suoi campi preferiti di azione
spirituale. In questa occasione i rapporti tra i due
riformatori si fanno più profondi e continui. Conosciamo
fatti e aneddoti. Un medesimo destino di vita e di
vocazione, di amicizia e di servizio ha unito questi due
maestri della mistica cristiana: così simili, così
differenti, così complementari tra loro. Tutto fa presagire
nella vita di Giovanni della Croce un immediato futuro di
brillante espansione.
4. Nel carcere di Toledo
Le previsioni vengono vanificate nel
dicembre del 1577 da un fatto strano, che opera una frattura
violenta nel corso normale della sua esistenza. Ai nove anni
di espansione fanno ora riscontro nove mesi di annientamento
totale. Trascorre questo periodo rinchiuso, quasi sepolto
nel carcere conventuale di Toledo: un crogiuolo che divide
in due parti uguali la vita del santo.
Per una curiosa coincidenza, questa
esperienza di morte e di risurrezione ha luogo esattamente
alla metà della sua vita religiosa: 14 anni prima era
entrato nel Carmelo (1563), 14 anni più tardi morirà a Ubeda
(1591).
La prigionia toledana è diventata un punto
di riferimento obbligato per biografi e storici, mistici e
letterati, commentatori della Notte e del Cantico.
È necessario farsi un'idea di questo fatto,
carico di inesauribili risonanze nella vita e nell'opera di
fra Giovanni. Per dipanare un po' l'intricata vicenda, siamo
costretti a distinguerne i vari piani: storico, giuridico,
divino, personale.
La storia comincia ad Avila. Meglio ancora,
dovremmo dire che ha origine a Roma, a Madrid, nell'intera
Spagna, con una conflittualità esasperata tra i membri
dell'antico Carmelo e quelli della nuova riforma.
Veniamo al caso di Giovanni.
Un gruppo di religiosi dell'antico Ordine
fanno irruzione di notte nella casetta dell'Incarnazione e
lo sequestrano. Per strade ignote, a tratti con gli occhi
bendati, lo trasportano nel convento di Toledo, per esservi
processato e punito come ribelle.
Del suo recapito nessuno sa nulla, né i suoi
fratelli, né le autorità civili. Viene rinchiuso in un
angolo della casa, una cella angusta, senz'aria e senza
luce. Vi passa un inverno e un'estate, patendo fame e sete,
freddo e caldo, sporcizia del luogo, pidocchi compresi,
senza poter cambiare vestito; è privato di ogni conforto
religioso e sacramentale. Gli vengono imposte penitenze e
rivolti inviti a ritrattarsi e ad abbandonare la riforma;
gli sono offerti priorato, crocifisso d'oro, una buona
biblioteca...
Dal punto di vista giuridico, si tratta di
uno tra i tanti episodi simili che ebbero luogo nella vita
religiosa di allora. La legislazione prevedeva tale genere
di punizione.
Si dava il nome di «carcere conventuale» a
una stanza stretta, una specie di cella di isolamento.
Veniva nominato carceriere un religioso, incaricato
di vigilare, portare il cibo, accompagnare il prigioniero
quando questi dovesse apparire in pubblico. Alle punizioni
già previste dalla legge, il superiore o il carceriere
aggiungevano talvolta una certa dose di passione o di
crudeltà personale. Il conflitto tra carmelitani calzati e
carmelitani scalzi si fece enormemente complicato a motivo
dell'incrociarsi di autorità, di ordini e contrordini.
Giovanni della Croce dovette pagare come ribelle, lui
che era l'uomo più pacifico in tutte quelle agitate
vicende.
Nascosta ma non meno efficace, la mano di
Dio muove ogni cosa. Siamo passati ad un altro piano, non
però in maniera arbitraria, ma obbligati
dall'interpretazione che di un fatto analogo darà anni dopo
lo stesso Giovanni della Croce: «Certe cose non sono opera
degli uomini, ma di Dio, il quale, sapendo quel che è
conveniente per noi, dispone tutto a nostro bene. Non pensi
altro, se non che tutto è disposto da Dio. E dove non v'è
amore, metta amore e ne ricaverà amore» (L 24).
Il fattore decisivo è dato dal libero
atteggiamento personale. Il carcere di Toledo non è quello
che dicono le Costituzioni, né quello che altre persone
hanno potuto mettervi di zelo o di durezza: è ciò che il
protagonista Giovanni ha fatto di esso e in esso con la
propria fede, amore e speranza. Avrebbe potuto significare
la sua distruzione fisica, psichica e morale. Invece la
grazia è scesa su un uomo di carattere, e questi nove mesi
di inferno sono stati la gestazione dolorosa di una nuova
creatura umana e spirituale. In tante ore di solitudine, di
contemplazione e di afflizione, le sue conoscenze ed
esperienze si vanno organizzando unicamente intorno a Dio,
che diventa così il Tutto della sua esistenza.
Ha assaporato la passività più
assoluta, lasciando nelle mani di Dio e degli uomini il
proprio destino. Constata che Dio può compiere in noi
meraviglie senza di noi.
L'enigma letterario del carcere è ancora da
spiegare. Su per giù nel mese di maggio o giugno, gli
cambiano il carceriere. A quello nuovo, che si mostra più
benevolo, «un giorno il padre fra Giovanni chiese che gli
facesse la carità di un po' di carta e inchiostro, perché
voleva fare alcune cose di devozione per passare meglio il
tempo. E quello glieli portò».
Così egli può scrivere le strofe del Cantico
spirituale, la poesia della «fonte», le romanze. Cose di
devozione per issare meglio il tempo!
Sono nientemeno che il vertice della lirica
spagnola e, per giunta, opera di un poeta alle prime armi,
che compone i suoi primi versi nelle peggiori condizioni
fisiche e psichiche
si possano immaginare. Privato di ogni
orizzonte esteriore, gli si sono aperti «gli antri profondi
dell'umano senso» con immagini luminose e spazi mistici...
Sono solo supposizioni. Continuiamo a essere totalmente
all'oscuro di come si siano intimamente svolte le cose.
Delicato e difficile da vivere, come
l'esperienza stessa del carcere, è il periodo post
carcerario. Durante i 13 anni che seguono, di tanto in tanto
sarà sollecitato a riferire l'esperienza e gli orrori del
carcere. Tentazione pericolosa di trasformarsi in eroe o in
vittima. Con grande maturità e bontà di cuore, Giovanni
sfata ogni mito di crudeltà o di eroismo.
Di chi l'aveva maltrattato parla con
rispetto e commenta: hanno fatto così perché pensavano di
far bene, applicando tali castighi a un ribelle. Qualche
volta arriva perfino a scherzare quando si parla delle sue
sofferenze: «Anni dopo diceva il santo, celiando, che lo
avevano fustigato più di san Paolo»(Pr 387).
Nel suo atteggiamento c'è qualcosa che va
oltre l'umiltà e il perdono. Sente l'esperienza del carcere
come un dono di Dio, dono immenso e immeritato.
Le grazie ricevute compensano a usura le
sofferenze della prigione.
Ne valeva ben la pena. Alla suora Anna di
sant' Alberto, che anni più tardi mostrava compassione per
quei fatti dolorosi, fra Giovanni così confida: «Anna,
figlia mia, una sola grazia di quelle che Dio mi fece in
quel luogo non si può pagare con una prigionuccia
(carcelilla), fosse pure di molti anni» (Pr 401). Così la
ricordava Giovanni durante tutta la sua vita: una
«prigionuccia», al diminutivo e con nostalgia.
Nelle lunghe ore di solitudine ha modo,
però, anche di pensare e preparare la fuga. Non può chiedere
aiuto o consiglio a nessuno. Totalmente isolato, deve
decidere e agire da solo e a proprio rischio. In una notte
di agosto del 1578 strappa il chiavistello dalla porta e
legando assieme le strisce della coperta, si cala da una
finestra. Va a finire sulla muraglia sovrastante un
precipizio che da sul fiume Tago. Fugge senza sapere dove.
Domandando e cercando, arriva al convento delle carmelitane
scalze, che lo nascondono per alcune ore e lo raccomandano
quindi a un benefattore, perché possa riprendersi prima di
mettersi in viaggio.
5. L'attività in Andalusia
Prende la strada del sud, verso l'Andalusia,
lontano dai suoi nemici, ma anche dagli amici. La prima
impressione lo lascia abbagliato di sole, di orizzonti, di
strade aperte e libertà. Al tempo stesso si sente un
estraneo tra religiosi che non conosce, e tra gente con una
psicologia così diversa da quella castigliana.
I dieci anni che trascorre in Andalusia
(1578-1588) sono i più fecondi e attivi, quasi agitati, di
tutta la sua vita: governo di piccole comunità e
costruzioni, servizio pastorale e direzione spirituale,
viaggi e stesura degli scritti.
Sua prima destinazione è El Calvario (Jaén),
un convento solitario tra Ubeda e Beàs. È circondato dalla
radura dove scorre il fiume Guadalquivir, in mezzo ad una
natura viva e varia come piace a lui: cielo, campagna,
fiume, montagna; e una luce trasparente che rigenera la sua
vista, dopo le oscurità della prigione.
Possiedono un orto coltivato a fianco del
convento. Giovanni è sempre occupato nella preghiera o in
lavori manuali: «È bello maneggiare queste creature mute,
meglio che essere maneggiati da quelle vive», scriveva più
tardi in circostanze analoghe (L 25). Nella gioia della
libertà rivive il carcere trasfigurato e scrive le strofe
della Notte oscura. Benché superiore, gli rimane il
tempo per assistere le carmelitane di Beàs, confessarle e
dare loro ogni sorta di aiuto spirituale. Per esse scrive
Cautele e avvisi, forse anche alcune pagine isolate di
commento alle poesie. Trascorre così nove mesi di gioiosa
solitudine, una giusta compensazione del tempo di agonia
nella prigione.
Fonda di persona una comunità di religiosi a
Baeza. Viene inaugurata il giorno della santissima Trinità,
nel giugno del 1579. Rimane lui come superiore. Fioriscono
in questa città gli studi universitari e i movimenti
spirituali e i carmelitani vogliono organizzarvi un buon
collegio di teologia. Come rettore, fra Giovanni si assume
tutti gli incarichi: governo della comunità, formazione
degli studenti, confessioni nella chiesa al mattino e al
pomeriggio, direzione spirituale delle religiose. Gli
rimane ancora il tempo per redigere frammenti delle sue
opere in prosa. È molto attivo e va poco in giro. Un
conoscente di Baeza ricorda che poche volte si vedeva per
strada, ed era quasi sempre quando andava a visitare i
malati dell'ospedale.
Granada è l'ultima e più lunga permanenza
del santo in Andalusia (1582-1588).
Arriva nel gennaio del 1582, come priore del
convento de Los Màrtires, situato su una collina
panoramica, all'altezza della Alhambra. È un paesaggio di
fronte al quale si rimane estasiati. Dal convento si
scorgono le ville della città, le pianure della Vega, i
contrafforti e le cime della Sierra Nevada. È ormai
trascorso un secolo dalla «reconquista» e si respira ancora
la cultura e il fascino arabo della città.
Ma egli non è venuto a contemplare paesaggi,
pur sapendo prendersi del tempo anche per questo. C'è un
compito urgente e ingente da svolgere. Il governo della casa
gli porta via molto tempo, a cominciare dalle cose
materiali. Costruisce un acquedotto per portare acqua dal
Generalife fino all'orto del convento e termina la
sistemazione del chiostro che suscita meraviglia per la
perfezione delle sue arcate. Non parliamo poi dei viaggi,
soprattutto durante i due anni in cui è provinciale, a
Siviglia, Caravaca, Beàs, Madrid, Màlaga, Córdoba. Arriva
fino a Lisbona in occasione di un'assemblea capitolare.
Dove impiega poco tempo è unicamente nelle
visite e nei convenevoli.
Sa ricavare lunghi e frequenti spazi per la
lettura della Bibbia e la contemplazione nella solitudine.
Attende alle richieste di molte persone che cercano aiuto
spirituale nel Carmelo. Assiste in campo spirituale e
materiale le carmelitane scalze di Granada, che egli stesso
ha già accompagnate e aiutate nella fondazione. Si mantiene
in comunicazione speciale con due persone: madre Ana de
Jesùs e dona Ana de Penalosa, alle quali dedica
rispettivamente i commenti al Cantico e a Fiamma.
Tra compiti di governo, costruzione,
direzione, viaggi, gli resta ancora il tempo per comporre i
suoi libri. Granada è il suo studio, il momento culminante
della sua creazione letteraria. Qui compone per intero o
termina le sue quattro grandi opere: Salita del Monte
Carmelo, Notte oscura, Cantico spirituale, Fiamma viva
d'amore. È il periodo della piena maturità, dai 40 ai 44
anni. Il segretario lo ha visto scrivere il commento a
Fiamma mentre era provinciale in An-dalusia, «nei
quindici giorni che rimase qui, sovraccarico di occupazioni».
Qui in Andalusia lo ritroviamo così attivo,
ispirato e comunicativo da pensare che abbia dimenticato il
suo amore per la solitudine di un tempo. In realtà non cessa
di sospirare silenziosamente per la na-tia Castiglia.
6. Segovia
Il desiderio di vivere in Castiglia prende
finalmente «corpo e forma» nella terra di Segovia. Tutto
qui è in sintonia con lo stile castigliano: città, clima,
paesaggio, modo di fare della gente, ubicazione del
convento. È la Castiglia della pianura da un lato e
dall'altro la Castiglia che si eleva fino alle cime del
Guadarrama, ma anche nelle sagome affilate dall'alcàzar,
della cattedrale, dell'acquedotto. Già prima fra Giovanni
era stato alcuni giorni a Segovia, quand'era venuto con la
madre Teresa a fondar il monastero delle suore nel 1574.
Il triennio di Segovia, 1588-1591,
rappresenta nel suo insieme il periodo di maggior maturità
psicologica e spirituale nella vita del mistico. Si avverte
a prima vista il cambiamento di ritmo, se lo confrontiamo
con i sei anni di Granada. Richiamano subito l'attenzione
due elementi di carattere negativo: non viaggia più, non
scrive più.
Nei tre anni non è uscito a far visita a
frati e a suore, che pure conosce, ad Avila, Medina,
Alba... Altra novità che colpisce è il silenzio della penna,
quando ha tra le mani opere incompiute e si trova nella
piena maturità per scrivere.
Caratteristica di Segovia è la sintesi,
una sintesi armonica di vita attiva e contemplativa, di
convivenza e di solitudine, di mistica e lavoro manuale, di
collaborazione e conflitto.
Si può ben valutare la sua maturità da una
breve rassegna delle attività:
1). Primo definitore del governo generale e
vicario dell'Ordine, in assenza di padre Doria;
2). Superiore della casa e responsabile dei
lavori di ampliamento del convento e di ricostruzione della
chiesa;
3). Lavoro manuale intenso nel cantiere,
nella cava e nell'orto;
4). Direzione spirituale delle carmelitane e
di numerose persone della città;
5). Lunghe ore di contemplazione silenziosa
sui gradini davanti al Santissimo, alla finestrina della
cella durante la notte o nella grotta formata da alcune
rocce in un angolo dell'orto.
Giovanni della Croce è sempre contemplativo.
Qualunque sia la sua attività, preoccupazione o ritmo di
lavoro, riserva ampi spazi alla solitudine e alla
contemplazione. Di giorno o di notte, in casa o nell'orto.
Anche il convento di Segovia, come quello di Granada, gode
di una posizione panoramica.
Gli piace pregare in una piccola grotta
scavata nella roccia, dalla quale si contempla un paesaggio
meraviglioso di cielo, monti, campagna, fiume e strada
alberata...
Non è però un eremita. E un uomo dai modi
piacevoli, servizievole.
Gli fanno visita molte persone della città
per la direzione spirituale, per amicizia, per i lavori del
convento. Molte ore dedica a dona Ana, benefattrice del
convento e amica fin dagli anni di Granada. Sale sovente al
monastero delle carmelitane.
Le sue responsabilità nel governo generale
gli hanno procurato molti rompicapo e dissapori,
specialmente durante l'ultimo anno, quando egli si oppone ai
procedimenti e alle decisioni del padre Doria in alcune
questioni gravi. Così è e vive fra Giovanni: ha tempo per
tutto e per tutti.
Di tempo gliene avanza ancora per il lavoro
manuale, elemento immancabile lungo tutta la sua vita. Il
suo contatto con la natura non si limita alla contemplazione
del paesaggio. Lo stesso gruppo di rocce delle sue
contemplazioni è anche la cava dalla quale estrae la pietra
per la costruzione del convento e della chiesa. Vi sale
digiuno, per scendere poi certi giorni a mangiare dopo la
comunità, ormai verso sera. Non interrompe il suo lavoro per
motivo alcuno, anche se cade la pioggia, la neve o la
grandine. «Sembra una quercia», dicono i religiosi
vedendolo muoversi tra le rocce. Nessuno sa come possa venir
fuori tanta energia da quel corpicino fragile e sciupato.
Senza saperlo, si sta costruendo il monumento per la sua
sepoltura. Il corpo di fra Giovanni tornerà a Segovia due
anni dopo la morte.
7. Giorni di passione
Le tensioni nel governo generale del Carmelo
lasciano presagire nuove svolte nell'esistenza di Giovanni.
Non durerà a lungo la relativa serenità di Segovia.
Entriamo nella fase culminante: sei mesi di calvario come
esperienza finale.
Il dramma si svolge dal giugno al dicembre
del 1591, in tre scene: capitolo generale di Madrid, periodo
trascorso nel deserto di La Penuela, finale a Ubeda.
In giugno si celebra il capitolo generale a
Madrid. Il padre Giovanni della Croce interviene in difesa
delle suore carmelitane e del padre Gracia'n e biasima i
procedimenti seguiti dal padre Nicola Doria. Interviene con
decisione, perché in quei modi di agire vede spirito di
rivincita e ingiustizia. Ma deve pagare il suo ardire.
Escono rieletti tutti i membri del consiglio, meno lui. Al
suo posto entra padre Diego Evangelista che, giovane e
fanatico, già durante il capitolo inizia la sua campagna di
aggressività e di calunnie contro il santo. Questi aveva
chiesto molte volte che lo lasciassero senza incarichi di
governo. Ora glielo concedono, consegnandolo nelle mani
dell'arroganza e della passione.
La seconda scena, con cambiamento totale di
quadro, è data dal deserto di La Penuela (Jaén). Là si
ritira provvisoriamente, in vista di una nuova missione. È
stato nominato provinciale per il Messico, dove si dovrà
recare con un gruppo di dodici religiosi. Della sua
permanenza nel deserto scriverà egli stesso, rifacendosi a
una lettera precedente: «Mi ero voluto fermare in questo
deserto di La Penuela, sei leghe prima di Baeza, dove mi
trovo da circa nove giorni. Grazie a Dio mi ci trovo molto
bene, poiché la vastità del deserto aiuta molto l'anima e il
corpo, anche se l'anima è molto povera. Il Signore deve
volere che anche l'anima abbia il suo deserto spirituale.
Sono contento che avvenga come a lui piace, giacché egli sa
bene quello che noi siamo da parte nostra... Stamane siamo
già tornati dal cogliere i nostri ceci e così tutte le
mattine. Un altro giorno li batteremo. È bello prendere in
mano queste creature mute, meglio che essere manipolati da
quelle vive. Dio me lo conservi a lungo» (L 25: 19/8/91). È
questa la sua «vita nel deserto»: preghiera in casa e in
campagna, lavoro nei campi coltivati della fattoria, nuova
redazione di Fiamma.
Un piccolo ma insistente malessere è motivo
di un altro cambiamento di scena. «Domani parto per Ubeda
per curarmi di alcune febbriciattole che, a mio parere,
hanno bisogno dell'aiuto della medicina perché mi tormentano
da otto giorni» (L 27). Il 28 settembre fa il viaggio. Ha
scelto egli stesso il convento di Ubeda. La comunità di
Baeza ha insistito, anche attraverso persone influenti,
perché vada a curarsi nella loro città; sarebbe per essi un
piacere e un onore. Ma egli non accetta. Preferisce Ubeda e
da alla preferenza una motivazione tutta sua: non è mai
stato a Ubeda e nessuno lo conosce. Vi è inoltre priore un
religioso amico di Diego Evangelista, che gli riserverà
identico trattamento.
Fin dal primo giorno il priore lo obbliga ad
assistere a tutti gli atti della comunità, anche se con
febbre altissima e strascicando la gamba. Gli butta in
faccia le spese che sono a suo carico; proibisce che gli
facciano visite o si accettino regali per lui. Fratel
Bernardo, suo infermiere affettuoso e premuroso, suggerisce
in una sola frase le dimensioni del dramma: «Era incredibile
quello che succedeva a questo riguardo».
La malattia si aggrava. Alle febbri fa
seguito una profonda ferita che si è aperta sulla gamba
destra, con varie eruzioni. Hanno dovuto segargli pezzi
d'osso dal vivo. Le piaghe si estendono anche sulla spalla.
Non può essere toccato. Passa il tempo
pregando, restando in silenzio o conversando adagio e calmo
con l'infermiere o con chi va a trovarlo. «Più pazienza, più
amore, più dolore», gli sentono dire alcune volte.
Principio e fine di tutto, come sempre nella
vita di Giovanni della Croce, è l'amore in tutte le sue
tonalità: di amicizia, di riconciliazione, di unione con
Dio.
In questi ultimi momenti Giovanni sente la
tenerezza delle persone e ne provoca anche la
manifestazione: «Fratello Diego, ti dispiace che io muoia?».
Ha però anche amore d'altro tono, quello forte, per
affrontare in atteggiamento di «colpevole» la durezza del
priore. Due giorni prima di morire lo chiama, gli chiede
perdono per le molestie e le spese, gli chiede la carità
dell'abito che ha indosso per essere sepolto con esso. Il
priore comprende, piange; rinasce affetto e comunione. La
fonte nascosta e manifesta di tutti questi amori sta
nell'amore di Dio. Ormai agonizzante, esprime il suo
desiderio che non gli leggano altro se non parole d'amore e
di vita: leggetemi qualcosa del Cantico dei Cantici... Che
perle preziose!
Sta per morire. È appena passata la
mezzanotte tra il 13 e il 14 dicembre. Ode suonare la
campana del mattutino ed esclama: «Gloria a Dio, andrò a
cantarlo in cielo». Come se si trattasse di andare al
successivo atto di comunità.
Maestro e
scrittore
Di pari passo con la vocazione contemplativa
svolge, sia pure in subordine, il compito di maestro e di
scrittore. Il collegamento tra esperienza personale e
scritti passa attraverso il magistero orale. Il vivere lo
porta a parlare e il parlare si prolunga nello scrivere.
Vivere, parlare, scrivere, si intrecciano tra loro
nell'esperienza sangiovannea. Non sono compiti affiancati o
successivi l'uno all'altro.
Chi conosce san Giovanni della Croce
solamente dalla qualità dei suoi libri, lo immaginerebbe
dedito allo studio e alla loro comprensione nel quadro di
un'esistenza di scrittore di professione. La realtà è del
tutto diversa. Nella sua valutazione intima e nei suoi
impegni quotidiani l'attività letteraria occupa l'ultimo
posto.
La sua vera scala di valori vitali e di
lavoro effettivo, segue quest'ordine di importanza:
1). vita personale e comunitaria di
religioso carmelitano, con tutte le implicazioni ed esigenze
che ciò comporta quanto a pietà, raccoglimento, servizi,
lavori manuali;
2). funzioni di governo e di formazione
diretta dei religiosi, funzioni affidategli durante tutta la
sua vita;
3). confessione e direzione spirituale con
le religiose carmelitane e anche con i laici;
4). infine, scrivere cose dello spirito,
quando gliene rimanesse tempo e voglia.
Ci è giunta una testimonianza molto
espressiva e realista della vita che conduce Giovanni negli
ambienti dove esercita il suo magistero. Si riferisce ai
giorni che in determinati periodi trascorre a Beàs, per
assistere spiritualmente le carmelitane. Racconta una di
esse:
Aveva grande cura di rifuggire dall'ozio e,
disponendo di qualche momento libero, scriveva o
chiedeva la chiave dell'orto e andava a mondarlo dalle
erbacce o cosa simile. Qualche volta si occupò anche di
fare qualche tramezzo di mattoni e pavimenti nel nostro
convento. Se poi aveva un compagno, lo faceva entrare perché
lo aiutasse; se no, chiedeva ad alcune monache di dargli
una mano. Amava anche preparare e ornare gli altari
e lo faceva con grande cura e pulizia e in silenzio.
Benché incompleto, il quadro è significativo
e rivela il contesto umano e religioso dell'attività
redazionale, aiutando a capire modalità importanti della
medesima.
In questo capitolo seguiremo le fasi della
creazione: maestro, scrittore, scritti.
1. Maestro
Durante tutta la sua vita nel Carmelo
teresiano, ha svolto opera di formatore e mistagogo: maestro
di novizi e di studenti, superiore, direttore spirituale e
consigliere di religiose e laici. È l'attività preferita,
caratteristica e dominante di fra Giovanni.
Lo ha disposto ad essa una serie di fattori
convergenti: volontà di Teresa e dei superiori; le sue
stesse doti e preferenze, che lo orientavano verso questo
tipo di lavoro; le sue limitazioni, che lo tennero
discretamente lontano da responsabilità primarie di
governo.
Formando gli altri, forma se stesso; impara
insegnando. È riformato e riformatore al tempo stesso. Nel
darsi agli altri, trova se stesso. Di modo che il giovane
carmelitano trova, nel magistero orale, non solo la
preparazione alla sua opera di scrittore, ma anche la presa
di coscienza, la riflessione su ciò che vuole essere e sulla
propria vocazione.
L'attività formativa è per lui una vera
sorgente di esperienza spirituale, sia per ciò che riceve
dagli altri, sia per ciò che scaturisce intimamente da lui
stesso a contatto con gli altri.
Il fatto di esercitare il suo magistero tra
frati e monache del Carmelo gli conferisce un tono dì
fraterna comunione spirituale, dove tutti insegnano e
tutti imparano, tutti aiutano e sono aiutati. È più un
condividere che un insegnare. È dovuto a questo
ambiente, e non alla sua giovane età, che Giovanni si stia
formando attraverso l'insegnamento. Non è perché sia giovane
o inesperto; vuole creare invece uno stile di maturazione
che sia condiviso tra i membri del nuovo Carmelo. Per questo
preferisce lo stile della conferenza-conversazione
familiare (plàtica) e dell'incontro personale, che
permette reciprocità di comunicazione; rifugge dai sermoni
più solenni che sono un monologo del predicatore.
Apprende molto dal trattare con la gente,
perché sa ascoltare. «Riluttava a fare come quei maestri di
spirito che impiegano tutto il loro tempo nel fare discorsi
ai loro novizi, e non nel riconoscere e guidare il loro
spirito». «Era un grande maestro di spirito, capace di
comprendere le anime da poche parole» (Pr 41).
Quando uno gli fa una domanda, o gli da un
suggerimento, o gli canta una canzone, o racconta
un'esperienza, Giovanni della Croce ne trae ispirazione,
sente che si mettono in moto le sue migliori energie
creative. Così hanno avuto origine molti dei suoi commenti,
avvisi, poesie, conferenze.
Nella conversazione spirituale scopre se
stesso e gli altri, quasi senza rendersene conto. Parco e
riservato com'è quando si tratta di confessione diretta,
si proietta invece con naturalezza nel dialogo
familiare. Dichiara una religiosa di Beàs: «Santo com'era,
a ogni parola che gli dicevamo pareva che gli aprissimo
una porta per poter godere anche noi dei grandi tesori
e ricchezze che Dio aveva posto nella sua anima e nel suo
cuore».
L'esprimersi provoca in Giovanni una
maggiore presa di coscienza e un rafforzamento
dell'esperienza stessa.
Tenendo conto della polivalenza del
magistero orale, comprendiamo come sia stato questo il
lavoro più intenso ed esteso durante tutta la sua vita:
intenso per il tempo e la cura che gli dedica; esteso perché
comincia per primo e finisce per ultimo. Questa preferenza
risalta ancor più se la mettiamo a confronto con la sua
attività di scrittore.
Scrive poco, con interruzioni, e solo per un
certo numero di anni. Lo fa quasi controvoglia, costrettovi
dalle richieste e lasciando le cose a metà. Parlare invece,
lo fa in maniera spontanea e continua, prima e dopo avere
scritto. Parla volentieri ed è instancabile:
«Manifestandogli una volta cordialmente la grande
contentezza che provavo nell'ascoltarlo e come non avrei
voluto che si stancasse, mi disse che anche se avesse
parlato per giorni e notti di seguito di nostro Signore, non
si stancava né si sarebbe mai stancato, purché non si
stancassero quelli che lo ascoltavano» (Pr 378).
Ha indubbiamente delle qualità al riguardo.
Possiede conoscenze bibliche e teologiche, esperienza
religiosa e mistica, discrezione e tatto. Ispira fiducia e
suscita confidenze in coloro che hanno occasione di trattare
personalmente con lui. Mette una particolare densità di
contenuti e di animazione quando ha direttamente a che fare
con le persone. Non ha mai permesso che i suoi libri lo
sostituissero nella parola viva e nella comunicazione
personale.
Conosciamo con sufficiente precisione i
contenuti che il suo magistero orale preferisce. Riassumendo
varie testimonianze, se ne possono segnalare alcuni settori.
Uno di essi, riaffermato con insistenza, è
la sua abitudine di iniziare le sue conferenze e istruzioni
a partire dalla sacra Scrittura; in particolare «leggeva i
vangeli e ne spiegava la lettera e lo spirito». Trinità,
misteri di Cristo, virtù teologali, eucaristia, salmi, Maria
santissima, nudità di spirito, preghiera, ecc, figurano tra
i suoi «temi» preferiti.
Il suo stile espositivo riveste anche
modalità peculiari, notate e trasmesseci dai testimoni. È
diretto, dialogico, plastico. È soprattutto la forza della
parola ciò che molti ricordano: sono parole che danno luce
e suscitano amore; sono sostanziose, persuasive e fanno sì
che uno si senta già a metà del cammino. Per sintetizzare:
«Vedevo che le parole che uscivano dalla sua bocca non erano
fredde come quelle che nascono dallo studio, bensì parole
che comunicavano calore e desiderio di migliorare e di
cercare Dio» (Pr 371).
Per apprezzare i risultati della parola
sangiovannea, valga per tutte la testimonianza di santa
Teresa. Era solita dire alle sue monache che le sarebbe
proprio piaciuto avere un fra Giovanni della Croce come
direttore per ognuno dei suoi monasteri. Scrive alle
religiose di Beàs:
Vi assicuro che desidererei molto avere da
queste parti il mio padre fra Giovanni della Croce: egli è
davvero padre della mia anima e uno di quelli dalla cui
conversazione essa ricavava maggior profitto... È molto
spirituale e di grande esperienza e istruzione. Da noi ne
sentono molta nostalgia quelle che erano abituate alla sua
dottrina.
E un uomo celestiale e divino. Io le dico
dunque, figlia mia, che, dopo che se ne fu andato, non ho
trovato in tutta la Castiglia un altro come lui, né che
sappia tanto infervorare per la strada del cielo. Non può
credere quanta solitudine mi causi la sua mancanza.
Questa valutazione di santa Teresa si
riferisce ai primi passi di fra Giovanni, quando esordisce
come direttore di religiose al Carmelo dell'Incarnazione,
fra i trenta e i trentacinque anni d'età. Seguiterà a
migliorare in tutto: istruzione, esperienza, pedagogia,
sicurezza.
Il magistero orale è compito primario e
autonomo, generatore di esperienza, e non solamente
preparazione alla sua opera di scrittore, come invece
solitamente si pensa.
Rimane compito attivo e prevalente durante
gli anni stessi in cui scrive, e continua a pieno ritmo una
volta terminati i suoi libri. Sono due strade parallele e
complementari del suo pensiero. Vi sono molti temi comuni a
entrambe; vi sono anche valori fondamentali che egli
sviluppa solo con la parola o solo per iscritto.
2. Scrittore
Da maestro passa a scrittore quasi senza
avvedersene. Come mezzo per rafforzare la comunicazione
orale, scrive fin dagli anni di Avila dei biglietti o
fogliettini con qualche pensiero adatto alle necessità
della persona. Sono sentenze brevi e dense che riassumono e
richiamano lunghe spiegazioni. «Lo legga spesso», scrive al
termine di un avviso ricopiato da una carmelitana di Beàs,
Maddalena dello Spirito santo.
Nel carcere di Toledo il silenzio opprimente
si popola di immagini e di parole. In tante ore di
solitudine l'esperienza sta producendo i suoi germogli. A
poco a poco assume forme concrete nella mente, e si
trasforma in strofe scritte di raffinata fattura. Vengono
così alla luce il Cantico, la poesia della «Fonte» e poco
dopo la Notte.
La spontaneità dei versi e il valore
educativo delle prime sentenze lo spingono a un compito che
diventa presto inevitabile: quello di scrittore.
Le strofe richiedevano un commento, gli
avvisi una continuazione. Non è mosso a scrivere per
obbedienza, neppure da ambizioni letterarie. Cede invece
alle richieste insistenti di fratelli e discepoli che hanno
preso gusto alle prime pagine e non si tirano più indietro
finché non abbiano da lui ottenuto esposizioni sistematiche.
Nel prologo delle sue grandi opere confessa
l'influenza che hanno avuto le istanze degli amici. È
un'opera letteraria nata dalla vita e per la vita, dalle
persone e per le persone. D'altra parte, egli stesso ne ha
verificato la necessità.
Sente una duplice ripugnanza ad assumersi un
compito che non era contemplato nella sua intenzione
originaria: commentare le sue poesie e scrivere libri più
ampi in prosa. Manifesta ripetutamente la sua contrarietà al
fatto di dover spiegare le strofe. Teme che ne vada persa
l'essenza mettendosi su un piano diverso. Meno avvertita, ma
non meno grave, è la sua resistenza a scrivere opere di
ampio respiro.
Le compone a frammenti, le interrompe,
giunge raramente alla fine. Lo si trova più spontaneo negli
scritti brevi.
La creazione letteraria si estende
praticamente dal 1578 al 1586. Questi otto anni possono
essere ancora suddivisi in due periodi di quattro anni
ciascuno.
Nel primo periodo, 1578-81, nascono le
composizioni brevi: poesie, sentenze, frammenti. Nei
quattro anni seguenti, 1582-86, si da alla creazione
sistematica, con la redazione delle quattro opere maggiori
in prosa.
Ha ricevuto una preparazione accurata e
completa: per lo stile letterario a Medina del Campo, per la
dottrina a Salamanca, per l'esperienza spirituale in ogni
tempo, per il magistero a partire da Du-ruelo. Ha vissuto,
osservato, studiato e riflettuto molto.
Conosce la sacra Scrittura, la teologia, la
tradizione mistica, correnti e opere della spiritualità
contemporanea. Lo vedremo nel capitolo seguente.
Ben poco sappiamo di come inizia la sua
creazione letteraria. Conosciamo soltanto il punto d'arrivo.
Quando comincia a comporre, ha già in mente la poesia
completa e il pensiero ben definito. I suoi primi balbettii
poetici nel carcere sono opere della massima perfezione;
nelle medesime condizioni si presenta il pensiero
sistematico, quando ne inizia la stesura. Non si sono
conservati autografi importanti, né sappiamo dei modi e
delle ore in cui compie il suo lavoro.
Quello che possiamo invece assicurare è che
i suoi scritti sono insieme spontanei e lavorati, frutto di
ispirazione e di riflessione. La sua poesia ha voli di puro
lirismo e si avvale di tecnica raffinata. Ammirata della
bellezza delle sue poesie, una religiosa gli domandò un
giorno «se gliele avesse date Dio quelle parole così divine,
e lui aveva risposto: "Figlia, qualche volta me le dava Dio;
altre volte ero io a cercarle"».
Risposta evasiva e realista. Certe volte
l'ispirazione viene dal di dentro o dall'alto; altre volte
riceve lo stimolo delle circostanze e delle persone. Ma in
tutto svolgono sempre una parte importante lo sforzo e la
riflessione. Scrive poco, perciò lascia ampio spazio a ciò
che germoglia nell'intimo.
3. Gli scritti
Gli scritti del dottore mistico sono pochi e
relativamente brevi. In cifre tonde: poco più di mille
pagine in prosa, e poco meno di mille versi. I componimenti
poetici che gli hanno dato celebrità assommano a un totale
di 264 versi (strofe di Notte, Cantico e Fiamma).
Ci troviamo di fronte a un'opera di
dimensioni molto ridotte. La fama che essa gli ha meritato
è dovuta senza dubbio alla qualità.
Scrive poco, lasciando perfino incompiute
due o tre delle sue quattro opere più estese.
La ragione di tale brevità è duplice. In
primo luogo, egli da maggiore importanza ad altre attività
e servizi della sua vocazione di carmelitano. Ha inoltre
coscienza di avere scritto ciò che realmente voleva dire. È
essenzialista e funzionale. Una volta date risposte nuove a
situazioni nuove, tace. La sua vocazione è creare,
non produrre.
È di aiuto alla lettura dei suoi scritti una
semplice classificazione che li organizza in due gruppi, per
un totale di otto unità:
- Scritti brevi:
1. Poesie: 5 poesie, 2 romanze, 5
glosse
2. Parole di luce e d'amore e altri
avvisi: circa 200
3. Cautele o consigli per
raggiungere la perfezione
4. Lettere: circa 33
- Opere maggiori:
5. Salita del Monte Carmelo: 3 libri
6. Notte oscura: 2 libri (8 strofe)
7. Cantico spirituale 39/40 strofe
(prima e seconda redazione) e spiegazione
8. Fiamma viva d'amore: 4 strofe e
spiegazione
È tutto quello che conserviamo di lui; ed è
ciò che il lettore trova in una edizione normale dei suoi
scritti. Ci familiarizzeremo poco alla volta con essi,
ricorrendovi costantemente nel corso di questo libro.
Bisogna però fornire fin d'ora qualche piccolo cenno per
poter capire le citazioni e iniziare la lettura diretta.
Presentiamo brevemente ognuna delle otto
unità. Lo faremo tenendo presenti ed evidenziando tre
aspetti: struttura, tematica, punti di maggior interesse
attuale.
1. Poesie
Sono le composizioni di maggiore rilievo
nella sezione degli scritti brevi. Dodici composizioni,
distribuite in tre categorie: 5 poe-metti, 2 romanze, 5
glosse. Raggiungono in tutto i 956 versi. La loro importanza
non sta nel numero o nell'estensione, ma nella densità
mistica e nella qualità letteraria. L'autore le considera
espressione Primordiale dell'esperienza.
La tematica è unitaria e al tempo stesso
diversificata. Le romanze e i poemetti cantano la storia
della salvezza e della santificazione, guardando a vasti
orizzonti. Le glosse trattano di esperienze o temi limitati:
fede, trascendenza, speranza.
Breve com'è, vale la pena leggere per intero
la sua creazione poetica. Le strofe di Notte, Cantico
e Fiamma si leggono già nelle rispettive opere. La
prima romanza, sulla Trinità e l'Incarnazione, sviluppa in
nove scene la comunicazione storica di Dio con l'uomo, che è
alla base del processo di unione. Merita anche una attenta
lettura il poemetto della Fonte.
2. Parole di luce e d'amore (Dichos
de luz y amor)
Sotto questo titolo, dato dall'autore
stesso, sono riunite alcune sentenze o raccolte di sentenze
che egli andava componendo come riassunto o a complemento
del suo magistero orale. Il gruppo più importante abbraccia
78 assiomi che si conservano nell'autografo di Andùjar (Jaén).
A questi si aggiungono varie altre serie,
arrivando a un totale di 200 avvisi. «Sono una specie di
concentrato ascetico mistico, un condensato di elevati
principi dottrinali, di esperienze mature e di squisite
analisi psicologiche, di cui il grande scrittore del Carmelo
ha intriso tutta la sua mirabile dottrina» (Silverio de
S.Teresa). È un genere letterario che Giovanni della Croce
domina con vera maestria.
La loro tematica è molto varia, rispondendo
a necessità di persone differenti.
Si parla di tutto: amore, raccoglimento,
presenza di Dio, dignità dell'uomo, valore della ragione
naturale, rinuncia, fortezza e silenzio ... Ce n'è per
tutti i gusti e tutte le situazioni.
Davanti a un'opera di così piccole
proporzioni il lettore moderno non ha bisogno di
particolari sforzi di sintonizzazione. Quasi tutti gli
argomenti toccano il suo spirito e la sua sensibilità.
Dovrebbe imparare a memoria molti di questi avvisi: «Un
solo pensiero dell'uomo vale più del mondo intero ...»;
«Alla sera sarai esaminato sull'amore»; «Orazione dell'anima
innamorata», ecc.
3. Cautele (Cautelas)
È un titolo che non deve ingannare nessuno.
Offre alcuni avvisi per difendersi da certi nemici che
distruggono o paralizzano la vita spirituale: il mondo, il
demonio, la carne. Scopre dove sta il pericolo e offre tre
cautele appropriate contro ciascuno di essi: nove cautele in
tutto.
Dedica l'opuscoletto alla comunità di Beàs,
che lo ascolta quando commenta il Cantico e la
Salita. Le Cautele si iscrivono nell'ambito della
convivenza religiosa. Non riflettono la vita reale, ma si
limitano a prevenire alcuni pericoli frequenti di
attaccamenti e nostalgie, curiosità e suscettibilità,
tensioni e chiusure di gruppo che facilmente si creano
nella vita di comunità.
Prese nella loro intenzione originale, come
mezzi limitati per favorire lo sviluppo della vita
teologale, conservano il loro valore e si possono applicare
a ogni genere di convivenza. A una prima lettura riescono
sgradite per la loro formulazione urtante ed esagerata. A
una rilettura fatta con più calma, non tardano a rivelarsi
suggestive e piacevoli.
4. Lettere
Dei vari generi di scritti di san Giovanni
della Croce, il più povero è quello epistolare. Carenza che
si fa ancor più sentire quando sappiamo che ne scrisse
molte di più e che sono andate perdute per l'incuria o per
la malizia delle persone. Se ne conservano poco più di 30;
di alcune di esse solo frammenti.
Non vi figura una grande varietà di temi o
di destinatari. Sono tutte indirizzate a frati e suore
carmelitane, o a persone vicine al Carmelo. Alcune trattano
temi di governo. La maggior parte sono di direzione
spirituale. Della propria persona (esperienze interiori,
occupazioni, viaggi, malattie) parla assai poco. Rivela
invece la sua psicologia e la sua cordialità nei saluti e
nelle esposizioni dottrinali.
Risultano insostituibili per conoscere
intimamente Giovanni della Croce. È lo stesso maestro dei
grandi scritti, ma vicino e dolce come un fratello e un
compagno di viaggio, affabile ed esigente. Sono da
annoverare tra le migliori quelle indirizzate alla comunità
di Beàs, alle fondatrici di Córdoba, a Juana Pedraza, Ana de
Jesùs, Ana de Penalosa...
5. Salita del Monte Carmelo (Subida
del Monte Carmelo)
Titolo figurato, che indica la duplice
tonalità dell'opera: l'alta unione con Dio a cui mira, e lo
sforzo per salirvi. L'autore ha tracciato lo schizzo di un
monte, con sentieri e indicazioni scritte che portano fino
in cima. Lo ha posto all'inizio, come riassunto intuitivo.
Segue anche discretamente, come orientamento, le strofe
della Notte oscura, senza ritenersi legato a fare un
commento. Consta di 3 «ori, rispettivamente di 15,
32, 45 capitoli. È la sua opera più estesa. Obiettivo
centrale è portare alla massima purezza e autenticità la
vita teologale. La sua forza sta nell'originalità con cui sa
analizzare strutturare la vita teologale di fede, carità e
speranza, applicate rigorosamente a tutte le attitudini
della persona e a tutte le situazioni dell'esistenza
credente.
Da qui deriva pure la sua durezza, dal
momento che prende queste virtù nella loro fase di crescente
purificazione, e non in quella più caratteristica di
espansione unitiva. Particolare rilievo acquista lo sforzo
di innestare grazie e fenomeni della vita mistica sul tronco
della vita teologale.
Bastano questi brevi cenni per intuirne già
l'attualità perenne. Le sue pagine di fenomenologia mistica
non ci devono nascondere i contenuti prevalenti: vita
teologale, funzione essenziale di ognuna delle virtù, ruolo
essenziale dell'amore in positivo e in negativo.
L'esperienza e la dottrina mistica di epoche successive
rivelano l'impronta lasciata da quest'opera.
6. Notte oscura (Noche oscura)
È come la seconda parte, che viene a
completare Salita. Commenta le prime due strofe
della poesia «In una notte oscura», soffermandosi
particolarmente sulla spiegazione di questo primo verso. Il
santo ha seguito l'ordine dei versi, che hanno talvolta
dieci/quindici pagine di commento senza alcun'altra
divisione. Per facilitare la lettura, il primo editore (nel
1618) introdusse la divisione in due libri di 14 e 25
capitoli rispettivamente: la notte dei sensi nel primo, e
nel secondo la notte dello spirito.
Il tema continua il processo iniziato in
Salita: purificazione e consolidamento della vita
teologale. La differenza, certamente molto sensibile, è che
la Notte sviluppa l'aspetto passivo di tale
dinamica.
L'intervento di Dio manda all'aria i
programmi dell'uomo, sottoponendolo a un violento processo
di trasformazione, che il santo paragona a un'esperienza
vissuta in profondità di morte risurrezione.
Dell'attualità della Notte ci resta
poco da dire. Il simbolo, le strofe, il libro sono diventati
qualcosa di familiare al nostro mondo culturale. Soprattutto
è nostro pane quotidiano l'esperienza di vuoto e di
disorientamento, della presenza assente di Dio.
Per questo il libro della Notte oscura
proietta oggi tanta luce sulla nostra esistenza
difficile e tormentata.
7. Cantico spirituale (Càntico
espiritual)
Spiega interamente, verso per verso, le
strofe che incominciano col verso «Dove ti nascondesti»,
alle quali l'autore da per titolo: «Le canzoni della sposa»
(Las canciones de la esposa). Ha fatto due stesure
dell'opera. La prima (CA) commenta le 39 strofe in tono
lirico, breve, spontaneo. La seconda (C) aggiunge una
strofa, l'undicesima («Scopri la tua presenza»), cambia
ordine per molte di esse nella parte centrale e amplia
considerevolmente le spiegazioni delle 40 strofe, dando loro
un tono più dottrinale e pedagogico.
Il prologo è la chiave di volta per la
comprensione di quest'opera nei suoi contenuti e nella sua
dinamica interiore di esperienza dottrina linguaggio.
Il simbolismo dell'amore, preso dal Cantico
dei Cantici, da senso biblico, impulso e unità all'opera
intera. Segue lo svolgimento, ritmato in quattro tempi:
ricerca ansiosa (1-22), incontro (13-21), unione piena
(22-35), aspirazione alla gloria (36-40).
E l'opera prediletta di Giovanni della
Croce, la sua creatura più cara e anche la più laboriosa.
Nella prigione di Toledo compone, recita,
canta, vive queste parole d'amore inesauribile. Quindi le
spiega, le rilegge, le ritocca senza posa. Chi acquista
familiarità con l'esperienza e il linguaggio simbolico
dell'opera, non ha bisogno di raccomandazioni per
affezionarsi ad essa.
8. Fiamma viva d'amore (Llama de amor
viva)
Il titolo generale coincide col primo verso
delle strofe, e indica bene i contenuti e l'andamento
dell'opera. Trattandosi di sole 4 strofe, 24 versi in tutto,
ha la possibilità di dilungarsi nella spiegazione dei
singoli versi. Anche Fiamma ha avuto una prima e una
seconda stesura (FA e F). I ritocchi sono di minore
importanza. Rimane intatto il numero e l'ordine delle
strofe, più ampio invece il commento.
Temi centrali: dimensione trinitaria della
vita mistica, l'amore autentico, l'azione dello Spirito
santo, principi di glorificazione. Sotto forma di
digressione, benché fermamente voluta, torna ripetuta-mente
sulle fasi della notte oscura.
Non deve il lettore tirarsi indietro per
paura delle altezze in cui spazia Fiamma viva d'amore.
Con un po' di sforzo e di sensibilità
spirituale si accorgerà di entrare presto in sintonia. È
un'opera molto indicata per potenziare l'esperienza del
mistero cristiano: presenza, amore, gratuità, interiorità,
libertà...
4.
Poesia e prosa
E la modalità esterna e visibile che si
rivela per prima nei suoi scritti. Ha composizioni poetiche
e pagine in prosa. Nell'una e nell’altra forma scrive alla
perfezione. Più ancora, le sue migliori creazioni conservano
l'unità indissolubile di poesia-spiegazione.
Non si deve a virtuosismo letterario questa
dualità di espressione. E una caratteristica che riflette
stilisticamente una complessa esperienza interiore, che ha
vari possibili canali di approccio: esperienza del mistero
divino, percezione simbolica, elaborazione teologica,
intenzione pedagogica. Utilizza l'una e l'altra forma di
linguaggio per cantare, suggerire, spiegare: sono balbettii
che convergono verso la molteplice ricchezza della realtà.
Poesia e prosa non si equivalgono, non si ripetono, non si
sostituiscono.
Le strofe riflettono più direttamente
l'esperienza mistica nel suo carattere personale, globale,
affettivo, suggestivo. Presuppongono nel lettore un'idea
della realtà dogmatica e spirituale a cui alludono, e tale
realtà è percepita come viva e personale, penetrante e
trascendente.
Il ricorso al simbolo unisce in sé afflato e
colorito dell'azione divina e dell'esperienza umana. Le
strofe continuano a essere insostituibili anche dopo aver
ricevuto un commento ampio dello stesso autore.
Le poesie hanno significato proprio e godono
di una particolare forza di comunicazione. Negli ambienti
carmelitani si leggevano e si cantavano intendendone
pienamente il senso, senza pensare che un giorno sarebbe
arrivata la spiegazione. Sappiamo che santa Teresa conosceva
e amava cantare le strofe del Cantico spirituale.
Egualmente essenziali risultano per noi i
commenti. Il Santo li ha scritti con una certa riluttanza,
ma vi ha messo impegno e originalità. Comprendiamo
l'insoddisfazione che causavano a lui, come ulteriore
allontanamento dalla grazia originale. Per noi sono invece
un altro passo per innalzarci e accostarci maggiormente
all'enigma lirico e mistico delle strofe. Conferiscono alla
vita mistica spessore di storia, di cammino, di esistenza
concreta e completa. Fissano basi dottrinali, tappe, norme
di discernimento.
Questa forma intrecciata di scrivere in
poesia-prosa è lo stile della sua maturità, che inizia a
partire dai quarant'anni. Risponde a un'intima necessità di
creare armonia interiore tra il mistico, il teologo, |