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INDICE
1. IGNAZIO DI LOYOLA, CHI SEI?
1.1 Un uomo
1.2 Un uomo per servire Cristo
1.3 Un gruppo di compagni per servire nella Chiesa
1.4 Gli scritti di Ignazio di Loyola
2. IGNAZIO, MAESTRO DI PREGHIERA
2.1 Introduzione
2.2 L’orazione ignaziana e il suo schema
2.3 Presentazione del testo degli Esercizi e i metodi
dell’orazione ignaziana
2.4 I primi sei metodi dell’orazione ignaziana e rapporto con la
S. Scrittura
2.5 Gli esami di coscienza generale e particolare
2.6 Il primo e secondo modo di elezione e l’esame della
preghiera
2.7 I tre modi di pregare
3. IGNAZIO, MAESTRO DI DISCERNIMENTO SPIRITUALE
3.1 Introduzione
3.2 Dove si colloca e come si definisce il discernimento
3.3 La prima fase del discernimento
3.4 La seconda fase del discernimento
3.5 Presupposti pratici per esercitare il discernimento
3.6 L’esercizio del discernimento
3.7 Sentire, giudicare e scegliere nello Spirito
4. IGNAZIO, CONTEMPLATIVO NELL’AZIONE
4.1 Introduzione e note della contemplazione per giungere ad
amare
4.2 I preamboli della contemplazione per giungere ad amare
4.3 I quattro punti della contemplazione per giungere ad amare
4.4 Conclusione
BIBLIOGRAFIA
INDICE
1. IGNAZIO DI LOYOLA, CHI SEI?
1.1 Un uomo
Gli storici presumono che Ignazio di Loyola sia nato nell’anno
1491, senza ulteriori precisazioni, ad Azpéitia, in provincia di Guipuzcoa, in
Spagna e che sia il tredicesimo e ultimo figlio dei signori di Loyola: Beltran e
Marina Sanchez de Licona.
Trascorsi gli anni felici presso la sua nutrice, poiché la madre
muore poco dopo la sua nascita, nel 1506 lascia il piccolo ambiente natio e si
trasferisce ad Arèvalo, nella casa fastosa del Tesoriere reale. A partire dal
1517 lavora alla corte del viceré di Navarra e proprio mentre è al suo servizio,
il 20 maggio 1521, una palla di cannone pone fine alla sua carriera.
Vi è da precisare che Ignazio non è mai stato un soldato di
mestiere; certo portava la spada e aveva avuto sicuramente, più di una volta,
l’occasione di sguainarla, nelle liti notturne o per i begli occhi di una dama,
ma non possedeva la minima nozione di strategia, di tattica e neppure di
disciplina. Il centro dei suoi interessi era la corte e non il campo di
battaglia; meglio dell’armatura da guerriero, indossava il vestito del
gentiluomo, che portava anche con molta eleganza. Questa prima parte della sua
esistenza è riassunta in una frase della sua Autobiografia: “Fino a 26 anni sono
stato uomo di mondo, assorbito dalle vanità” (Autobiografia, I, 1).
1.2 Un uomo per servire Cristo
Il 20 maggio 1521, nella strenua difesa della fortezza della
cittadella di Pamplona assediata dai francesi, una palla di cannone colpisce la
gamba destra di Ignazio, al di sopra del ginocchio e gli ferisce pure la
sinistra. Egli viene meno e due o tre giorni dopo, la fortezza capitola.
Trattato con molta gentilezza dai francesi, è curato sul posto per quindici
giorni e quindi trasportato per monti e valli, su una lettiga, fino a Loyola (un
percorso di quasi cento chilometri). Qui è nuovamente sottoposto ad un
intervento chirurgico, però la situazione peggiora e il 24 giugno riceve i
sacramenti degli infermi. Il 28 giugno i medici lo danno per spacciato, ma
all’alba della festa dei santi Pietro e Paolo egli inizia a sentirsi meglio e
dopo qualche giorno viene dichiarato fuori pericolo.
Il suo stato fisico migliora a tal punto da voler sottoporsi ad
una nuova operazione, questa volta però di chirurgia estetica, per levare un
osso sporgente e stirare la gamba destra che risultava leggermente più corta
della sinistra. L’intervento riesce e Ignazio, nel mese di settembre del 1521,
inizia la sua convalescenza, nella quale vuole leggere i suoi libri preferiti: i
romanzi di cavalleria. Chiede alla cognata di procurargli le storie di Amadigi e
di Tristano, ma questo genere di letteratura non esiste nella seria abitazione
di Loyola e la buona donna porta ad Ignazio tutt’altro genere di libri: La vita
di Cristo, di Ludolfo il Certosino, in quattro volumi e La Leggenda aurea di
Giacomo da Varazze. Contrariamente ad ogni attesa Ignazio è molto interessato da
questi testi e poco a poco nella sua mente, il re temporale e quello eterno, la
dama dei suoi sogni e la Madonna, si intrecciano e al sogno di compiere grandi
gesta per il re temporale, segue quello di fare grandi cose per Dio. Tali sogni
gli provocano una considerazione: “Quando pensavo alle cose del mondo provavo
molto piacere, ma quando per stanchezza le abbandonavo, mi sentivo vuoto e
deluso. Invece andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe,
praticare tutte le austerità che avevo conosciute abituali ai santi, erano
pensieri che non solo mi consolavano mentre mi ci soffermavo, ma anche dopo
averli abbandonati mi lasciavano soddisfatto e pieno di gioia” (Autobiografia,
I, 8). Semplice constatazione per il momento, ma è il punto di partenza di uno
dei tratti fondamentali della spiritualità ignaziana: l’esperienza del
discernimento.
Una notte, mentre è ancora sveglio, vede chiaramente l’immagine
della Madonna con il bambino Gesù e da quel momento gli sopravviene un totale
disgusto di tutta la sua vita passata, da sembrargli scomparse dall’anima tutte
le immaginazioni prima così radicate e vivide in lui (Autobiografia, I, 10).
Nel frattempo ha preso l’abitudine di scrivere in bella
calligrafia i passaggi essenziali tratti dai libri che ha letto, ricopiando in
rosso le parole di Gesù e in blu quelle della Madonna. Nel restante tempo che ha
a disposizione prega; il momento privilegiato di questa preghiera è la notte,
guardando il cielo e le stelle: “Lo facevo spesso e molto a lungo, perché
provavo a questa visione una grande energia per servire nostro Signore”
(Autobiografia, I, 11). Ormai ha preso la decisione di andare in pellegrinaggio
a Gerusalemme e ai primi di marzo del 1522 parte da Loyola.
La sera del 21 marzo 1522 Ignazio è nel santuario della Beata
Vergine di Monserrato, tappa obbligata verso Barcellona, dove si dovrà imbarcare
per andare a Gerusalemme, via Roma e Venezia. Qui egli compie la confessione dei
peccati della sua vita, ricevendone l’assoluzione, appende all’altare della
Vergine, quale ex-voto, la sua spada e il suo pugnale e regala a un mendicante i
suoi abiti da gentiluomo rivestendosi di sacco. Il 25 marzo 1522 Ignazio lascia
il santuario ma non si dirige a Barcellona, probabilmente perché il confessore
di Monserrato gli ha consigliato di prepararsi al pellegrinaggio con qualche
giorno di ritiro in una cittadina non distante da lì, di nome Manresa, dove può
ricevere alloggio sia all’ospedale, sia al convento dei domenicani.
Ignazio giunge a Manresa alla fine del marzo 1522 e fino al
luglio dello stesso anno vive tranquillamente, occupando le giornate
nell’elemosina del cibo, nella partecipazione alle funzioni corali nella
cattedrale della cittadina, nella preghiera vocale e liturgica, nelle penitenze
esteriori, nelle conversazioni con persone spirituali e nella lettura della
passione di Cristo (Autobiografia, III, 19-21). Al termine del mese di luglio
iniziano ad affiorare le prime repentine mutazioni interiori, accompagnate
dall’alternarsi di consolazioni e desolazioni e fino al mese di ottobre, egli
attraversa una spaventosa desolazione, scatenata soprattutto dagli scrupoli,
suscitati dal ricordo della sua vita passata. A liberarlo da questo abisso
spaventoso è il Signore, al quale Ignazio, dopo tanto soffrire e pregare in
ginocchio per sette ore, si abbandona totalmente (Autobiografia, III, 22-27).
Risale a questo periodo la prima preghiera di Ignazio a Dio che possediamo
(Autobiografia, III, 23) e che contiene già, a livello di seme, la preghiera del
“Prendi Signore e ricevi” (Esercizi spirituali, 234). Dal mese di ottobre al
mese di febbraio 1523, Dio concede ad Ignazio molti doni interiori: la visione
della Trinità; la visione del modo in cui Dio aveva creato il mondo; la presenza
di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento e la visione dell’umanità di Cristo
(Autobiografia, III, 28-29). A questo punto Dio dona ad Ignazio la sintesi,
ovvero la cosiddetta illuminazione del Cardoner: una visione in Dio di tutte le
cose e un nuovo modo di vedere tutte le cose nella luce divina che le illumina a
partire dall’intelletto di Ignazio che la riceve. Più semplicemente possiamo
dire che le realtà umane vengono colte nella loro unità in Dio (Autobiografia,
III, 30). Certamente uno degli aspetti fondamentali della grazia del Cardoner è
la luce del discernimento degli spiriti che Ignazio riceve e con la quale
imparerà a scoprire con facilità e sicurezza il passo di Dio nella sua vita
futura. Manresa e il Cardoner innestano in Ignazio un ardente zelo apostolico e
il desiderio di aiutare le anime, che si svilupperanno e arricchiranno in
seguito, di una dimensione comunitaria. Il 18 febbraio 1523 Ignazio parte da
Manresa deciso a raggiungere Gerusalemme.
Il 4 settembre 1523 Ignazio realizza il suo sogno: giunge
infatti a Gerusalemme, dove si ferma per venti giorni. Il suo desiderio è
stabilirsi definitivamente in Terra Santa, ma il provinciale dei francescani non
lo autorizza a rimanere e gli intima di ripartire subito; Ignazio obbedisce e
giunge nuovamente a Barcellona nella quaresima del 1524. Qui egli decide di
studiare per poter aiutare meglio le anime e affronta risolutamente le
difficoltà della grammatica per due anni.
Nel 1526 si iscrive all’università di Alcalà per compiere gli
studi superiori di filosofia e teologia; nel contempo impartisce gli Esercizi a
quattro compagni con i quali vive e insieme a loro catechizza per le vie della
città. Ben presto i cinque uomini vengono notati dagli inquisitori di Toledo, i
quali si allarmano perché credono che siano “alumbrados”. La conclusione
dell’inchiesta da essi condotta nel novembre del 1526, scagiona Ignazio e
compagni da ogni sospetto, ma purtroppo quattro mesi dopo, Ignazio viene portato
in prigione dove è costretto a rimanere per quarantadue giorni. Il motivo di
tale provvedimento risiede nella fuga da Alcalà di due donne, figlie spirituali
di Ignazio, che pareva avessero deciso di andare in pellegrinaggio su sua
proposta. Il ritorno delle fuggitive scagiona Ignazio il quale anzi, aveva
sconsigliato alle donne di partire, ma la nuova sentenza che viene emessa adesso
per lui, gli intima di studiare per quattro anni prima di poter nuovamente
parlare di cose riguardanti la fede. Ignazio decide allora di lasciare Alcalà e
di continuare a studiare a Salamanca.
Giunge a Salamanca in un giorno non ben precisato del luglio
1527 e dopo soli dieci-dodici giorni viene invitato a pranzo nel convento dei
domenicani della città. Di fatto questi lo vogliono interrogare in merito alle
catechesi che egli impartisce alla gente, poiché anch’essi sospettano, come già
gli inquisitori di Toledo, che Ignazio sia un “alumbrado”. L’esito
dell’interrogatorio conduce nuovamente Ignazio in prigione, anche se per pochi
giorni questa volta, in attesa della sentenza che i giudici devono emettere sul
contenuto di fede e di morale della sua predicazione e del manoscritto degli
Esercizi. Il verdetto non differisce molto da quello già emesso in precedenza:
non lo si condanna in alcun modo, poiché non si sono riscontrati errori
dottrinali o morali né in lui, né nel suo manoscritto, ma gli si intima di
studiare prima di poter nuovamente parlare di questioni di fede. A questo punto
egli decide di lasciare la Spagna e di recarsi a studiare a Parigi.
Il 2 febbraio del 1528 Ignazio giunge nella capitale francese e
considerato che non ha compiuto gli studi con la serietà che avrebbe voluto,
decide di ricominciarli da capo. Si iscrive perciò al collegio Montaigu, insieme
ai ragazzini e si applica nell’apprendimento dei rudimenti del latino e della
retorica. Dopo venti mesi a Montaigu si iscrive, nell’ottobre del 1529, al
collegio s. Barbara, dove è dichiarato baccelliere nel dicembre del 1532 e
licenziato “Maestro in Arti” (equivalente della laurea in filosofia), nel marzo
del 1535. Questo sarà il suo più alto titolo universitario, poiché gli studi di
teologia dai domenicani del convento dei giacobini, iniziati nel 1533, sono
interrotti nel 1535 a causa dalla sua malferma salute.
1.3 Un gruppo di compagni per servire nella Chiesa
Il soggiorno francese ricco di intensi studi non comporta per
Ignazio la rinuncia all’attività apostolica, che non solo continua, ma gli dona
anche l’opportunità di conoscere i suoi primi compagni stabili: Pietro Favre,
Francesco Saverio, Alfonso Salmeròn, Giacomo Laìnez, Nicola Bobadilla e Simone
Rodrigues. A questi sei uomini Ignazio impartisce gli Esercizi, che conducono
tutti ad un’unica risoluzione: diventare sacerdoti vivendo in povertà al
servizio degli uomini, se possibile a Gerusalemme, altrimenti ovunque il Vicario
di Cristo, a cui si sarebbero presentati, avesse ritenuto di inviarli per la
maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Il mattino del 15 agosto 1534 i
sette compagni si recano nella cappella del “Martyrium” a Montmartre, dove
ognuno di loro si impegna con voto di castità, povertà evangelica e partenza in
missione per Gerusalemme se, nel periodo di tempo di un anno, a partire dal
momento in cui si sarebbero trovati a Venezia per cercare un’occasione di
imbarco, il viaggio sarebbe stato possibile.
All’inizio del 1535 Ignazio si ammala in modo preoccupante: si
tratta di litiasi biliare, con le sue crisi violente al passaggio dei calcoli
sui muscoli lisci. Tale malattia comporta febbre, vomito e sudore freddo. I
medici consultati consigliano ad Ignazio l’aria natia e i compagni approvano,
decidendo di separarsi per un po’ e di ritrovarsi a Venezia per l’inizio del
1537.
Nel maggio del 1535 Ignazio è ad Azpeitia, sua città natale e
nonostante le pressioni della famiglia che lo vuole a casa, prende alloggio
presso l’ospedale vicino, per servire meglio i poveri; dopo tre mesi riparte per
regolare gli affari di famiglia presso i parenti di alcuni suoi compagni che lo
hanno incaricato di questo. Nel gennaio del 1536 giunge a Venezia dove,
aspettando i compagni, impartisce gli Esercizi ad alcune persone; nel novembre
dello stesso anno, anticipando la data prevista, i compagni si ricongiungono e
decidono di distribuirsi negli ospedali della città per svolgere il servizio di
assistenza ai poveri e malati.
Nel marzo del 1537 tutti, escluso Ignazio, si recano a Roma per
ricevere la benedizione del Papa in previsione del loro viaggio in Terra Santa.
Coloro che non sono ancora sacerdoti ricevono il permesso di essere ordinati e
ciò avviene, Ignazio compreso, a Venezia il 24 giugno 1537. Proprio in questi
giorni la Serenissima rompe le relazioni diplomatiche con i turchi e la nave dei
pellegrini non salpa per la Terra Santa; nel frattempo i compagni ricevono le
facoltà di predicare e amministrare i sacramenti in tutto il territorio di
Venezia. Vedendo allontanarsi sempre più la possibilità del viaggio, Ignazio e
compagni si disperdono, due a due, nelle città vicine; Ignazio, Favre e Lainez
si stabiliscono fuori Vicenza, nel monastero sconsacrato di s. Pietro in
Vivarolo, dove nell’ottobre del 1537 tutti si ritrovano. Proprio in questo luogo
il gruppo matura la decisione di denominarsi “Compagnia di Gesù”.
Trascorso ormai un anno dal loro arrivo a Venezia, i membri
della Compagnia ritengono sciolto il voto di recarsi in Terra Santa e decidono,
sempre a due a due, di intraprendere il viaggio verso Roma per presentarsi al
Papa, secondo quanto hanno deliberato a Montmartre, affinché egli assegni a
ciascuno di loro il lavoro apostolico. Ignazio intraprende il viaggio verso Roma
in compagnia di Favre e Lainez e nel novembre del 1537, a una trentina di
chilometri dalla Città eterna, in una cappellina situata ad un bivio nel luogo
detto “La Storta”, Ignazio sperimenta una elevata grazia mistica: Dio lo mette
con suo Figlio (Autobiografia, X, 96). Egli ormai è chiamato alla mistica
dell’unione, ma anche a quella del servizio, a consacrare cioè, la sua vita al
servizio divino, a servire in concreto la Chiesa che in Roma ha il suo centro
nella persona del Papa. Come tale la visione de “La Storta” può essere
interpretata anche come una conferma mistica della clausola papale del voto di
Montmartre.
Nella Pasqua del 1538 tutti i membri della Compagnia si
ritrovano a Roma e tra il 18 e il 23 novembre dello stesso anno, si presentano
al papa Paolo III che li accoglie con gioia e presto pensa a quale attività
apostolica assegnare loro. Il 25 dicembre Ignazio celebra la sua prima messa
nella Basilica di S. Maria Maggiore, ha atteso così a lungo perché fino
all’ultimo aveva sperato di poterla celebrare in Terra Santa.
Il 3 settembre del 1539 Paolo III approva a voce l’esistenza
della Compagnia di Gesù e a distanza di un anno, il 27 settembre 1540, sempre
Paolo III la conferma con la Bolla Regimini militantis Ecclesiae. Il 9 aprile
del 1541 Ignazio viene eletto primo superiore generale della Compagnia e il 22
aprile, nella Basilica di s. Paolo fuori le mura, tutti i membri della Compagnia
fanno la loro professione solenne all’altare del Santissimo. A partire dal 1547
Ignazio è impegnato nella stesura delle Costituzioni della Compagnia di Gesù,
che ultima nel 1553. Ormai Ignazio è certo che Roma è la sua Terra Santa e
infatti dalla Città eterna non uscirà più, occupandosi fino alla morte di
mantenere nell’unità e nella coesione il corpo della Compagnia che crescerà
molto rapidamente.
A partire dal 1553 la salute di Ignazio progressivamente
peggiora fino ad aggravarsi pericolosamente ai primi di luglio del 1556. Il 30
luglio egli chiede al suo segretario Giovanni de Polanco di recarsi dal Papa
Paolo IV perché desidera che questi gli dia la benedizione degli agonizzanti, ma
il segretario non ritiene che Ignazio stia così male e perciò non esaudisce la
sua richiesta. All’alba del 31 luglio 1556 qualcuno, entrando nella camera di
Ignazio lo trova già agonizzante, allora Polanco si precipita in Vaticano per
richiedere la benedizione del Vicario di Cristo, che Paolo IV sollecitamente
concede, ma quando ritorna a casa, Ignazio è già morto. Il fondatore della
Compagnia di Gesù è spirato senza benedire i suoi compagni, senza designare un
successore, senza aver compiuto nessuno di quei gesti solenni che i servi di Dio
solitamente compiono: è morto nel modo più semplice e comune possibile.
Nel 1609 il papa Paolo V proclama beato Ignazio di Loyola. Nel
1622 il papa Gregorio XV lo canonizza nella basilica di s. Pietro insieme a:
Isidoro di Siviglia, Francesco Saverio, Filippo Neri e Teresa d’Avila.
1.4 Gli scritti di Ignazio di Loyola
Gli Esercizi spirituali. Ignazio
comincia a lavorare al suo capolavoro molto spontaneamente e senza alcuna
coscienza del punto di arrivo a cui sarebbe giunto (Autobiografia, XI, 99). Egli
inizia ad annotare qualcosa nella casa di Loyola, durante la seconda fase della
sua convalescenza per la grave ferita riportata a Pamplona, nel periodo
settembre 1521-febbraio 1522, nel quale sperimenta l’alternarsi in lui di
consolazioni e desolazioni (Autobiografia I, 8; Esercizi spirituali, 176). La
redazione sostanziale degli Esercizi però, avviene durante il periodo che
Ignazio trascorre a Manresa, dal marzo del 1522 al febbraio del 1523, di cui non
possediamo il testo, ma che quasi certamente comprendeva: l’esame particolare e
l’esame generale di coscienza; la chiamata del re temporale; la meditazione
sulle due bandiere; le regole per il discernimento degli spiriti della prima e
seconda settimana e le regole per capire gli scrupoli e insinuazioni del nemico
(Esercizi spirituali, 24-44; 91-100; 137-149; 313-336; 345-351). Negli anni dal
febbraio 1523, data della sua partenza da Manresa, al marzo del 1535, data della
sua partenza da Parigi, Ignazio arricchisce ulteriormente il testo,
presumibilmente con: le annotazioni; la meditazione dei tre binari; la
considerazione sui tre gradi di umiltà e le regole per sentire con la Chiesa
(Esercizi spirituali, 1-20; 147-157; 165-168; 352-370). Negli anni dal 1535 al
1547 Ignazio perfeziona letterariamente il testo e si ritiene che aggiunga
qualche elemento secondario: purtroppo il vero autografo del libro non esiste.
Successivamente lo scritto è tradotto in latino dal p. Andrea Freux, approvato
ufficialmente da papa Paolo III, con il Breve Pastoralis Officii, il 31 luglio
del 1548 e pubblicato da Ignazio nello stesso anno. Questo testo traduce a
livello letterario l’esperienza personale del fondatore della Compagnia di Gesù,
fatta oggetto di discernimento e mira a suscitare in chi lo accosta,
un’esperienza spirituale di discernimento e di incontro con Dio, analoga a
quella vissuta dal suo autore.
Il Diario spirituale. Questo
scritto ignaziano si compone di due quadernetti, rispettivamente di 13 e di 12
fogli; il primo è datato dal 2 febbraio al 12 marzo 1544, il secondo è datato
dal 13 marzo 1544 al 27 febbraio 1545. Tali quadernetti costituiscono il solo
vero autografo di Ignazio giunto fino a noi, insieme a pochi altri fogli sparsi
e sono sufficienti a correggere l’immagine stereotipa che molti agiografi si
sono fatta di Ignazio: un grande asceta e uno stratega religioso dotato di un
estremo realismo. In queste poche pagine si rivela invece, un Ignazio dotato di
doni mistici e di un misticismo di cui sono segni inconfondibili: la visione
semplice e intuitiva delle realtà divine e la passività del conoscere e
dell’amare. La mistica ignaziana è prevalentemente trinitaria ed essenzialmente
eucaristico-liturgica, incentrata sul sacrificio di Cristo. Le grandi grazie e
illuminazioni che Ignazio riceve infatti, avvengono quasi sempre durante la
messa e prolungano le ispirazioni ricevute al mattino durante l’azione
liturgica. Questa mistica, a differenza di quella di altri santi, non è tanto
rivolta alla fruizione interiore del dono di Dio, quanto alla risposta dell’uomo
in un servizio di amore, al fine di compiere pienamente la volontà divina
costruendo il Regno di Dio in se e negli altri. I doni mistici spirituali e
sensibili descritti nel Diario sono una ventina. Il più frequente è quello delle
lacrime, ricordato ben 175 volte; un lacrimare tenero e commosso che rivela uno
degli aspetti più impensati di Ignazio; un lacrimare talora accompagnato da
singhiozzi (26 volte) così forti da impedire l’uso della parola e così intensi
da temere di perdere la vista.
Le Costituzioni. Il lavoro di
Ignazio e dei suoi primi compagni intorno alle Costituzioni inizia
immediatamente dopo che essi, nella primavera del 1539, deliberano di fondare la
Compagnia di Gesù. Il primo documento è redatto da Ignazio con la collaborazione
di tutti i compagni, nei primi giorni del luglio 1539. Gli elementi fondamentali
del nuovo ordine, sintetizzati in cinque punti sono presentati, il 3 settembre
dello stesso anno, a Paolo III che concede una sua prima approvazione orale. Si
deve attendere invece un anno intero, il 27 settembre 1540, prima che lo stesso
pontefice sancisca con l’autorità suprema della Chiesa, l’esistenza del nuovo
ordine, con la Bolla Regimini militantis Ecclesiae. Questa Bolla tra l’altro,
riconosce al preposito generale l’autorità di scrivere le Costituzioni, con il
parere dei compagni, salvo sempre il diritto di decidere a maggioranza di voti
quando questi risultino utili al fine proposto. In una riunione tenutasi il 4
marzo 1541, viene affidato a Ignazio e a Codure l’incarico di studiare le
questioni, di deliberare su di esse e di riferire poi, ai compagni, sul lavoro
compiuto; il risultato di tutto ciò è un primo passo importante verso le
Costituzioni dell’ordine: le cosiddette Costituzioni del 1541. L’improvvisa
morte del Codure però, lascia Ignazio solo a continuare il lavoro delle
Costituzioni, poiché gli aiuti che egli riceve fino al 1547 dai segretari di
allora, non sono altro che semplici esecuzioni materiali. Nel marzo del 1547 è
nominato segretario della Compagnia Giovanni Alfonso de Polanco, che si rivela
subito un valido aiuto per Ignazio e infatti, nel breve tempo di circa tre anni,
le Costituzioni sono redatte. All’inizio del 1551 Ignazio convoca a Roma i suoi
compagni, per sottoporre al loro giudizio e alle loro osservazioni il testo
delle Costituzioni. Alle osservazioni fatte dai padri convocati, in gran parte
accolte, Ignazio ne aggiunge altre e ben 220 risultano nel complesso le
correzioni da lui apportate, di sua mano, alle Costituzioni e che determinano la
redazione di un nuovo testo. Questo nuovo testo è finito nell’aprile del 1553 ed
è chiamato Autografo di s. Ignazio, a significare che è lo scritto autentico
delle Costituzioni. Le Costituzioni della Compagnia di Gesù non espongono una
dottrina e neppure fissano leggi e regole da applicarsi direttamente alla realtà
e in maniera univoca da parte di qualunque membro dell’Ordine, piuttosto mirano
a suscitare, orientare e guidare autoritativamente l’esperienza spirituale della
comunità e di ogni individuo che la compone.
L’Autobiografia. Questo testo è
scritto negli anni dal 1553 al 1555, in parte in spagnolo e in parte in
italiano, dal gesuita portoghese Luis Goncalves da Camara, il quale ha annotato
diligentemente diversi discorsi fattigli a più riprese da Ignazio stesso.
L’Autobiografia contiene il racconto della vita di Ignazio: dal tragico episodio
di Pamplona (1521), dal quale ha inizio la sua conversione religiosa, al suo
arrivo definitivo a Roma (1538). Lo scritto è composto grazie alla chiarezza di
memoria di Ignazio e alla diligenza del Goncalves, che al termine dei colloqui
con lui, si ritira immediatamente in camera a trascrivere “alla lettera” quanto
ha appena udito. Nonostante ciò, qualche errore di distrazione sfugge al
fondatore della Compagnia di Gesù, ad esempio laddove egli afferma che fu ferito
a Pamplona all’età di ventisei anni, mentre in realtà doveva averne trenta. A
parte questo appare comunque chiara l’importanza di questo scritto per la
conoscenza della vita e dell’esperienza spirituale di Ignazio. Tutta
l’Autobiografia può essere analizzata alla luce di una considerazione basilare:
essa manifesta l’opera pedagogica di Dio nei riguardi di Ignazio. Prima di
essere una narrazione di eventi storici o un resoconto di fatti esterni o una
descrizione di fenomeni puramente psicologici, L’Autobiografia è il racconto di
un pellegrino alla ricerca di Dio ed è l’espressione di come il Signore lo ha
diretto fin dall’inizio della sua conversione. Solo in un secondo tempo, a
questa storia di Dio in un’anima, corrisponde la storia della collaborazione di
Ignazio, teso alla ricerca della volontà del Signore. Nella luce sapienziale,
arricchita dall’esperienza di tanti doni, trent’anni più tardi, Ignazio è in
grado di cogliere, dietro il pellegrinare esterno da un posto all’altro della
terra, il suo cammino interiore verso Dio e verso il centro del proprio “io”.
L’Epistolario. Le lettere di
Ignazio raggiungono il considerevole numero di settemila e si dividono in due
sezioni molto ineguali. La prima comprende il periodo: dalla conversione (1521),
al definitivo arrivo a Roma (1538); di tale periodo sono state conservate e
trasmesse una ventina di missive. La seconda comprende il periodo: dal
definitivo arrivo a Roma (1539), alla morte (1556); tale periodo contiene il
resto della sua corrispondenza. Alla prima sezione appartengono alcuni autografi
e gli apografi delle rimanenti lettere. Alla seconda sezione appartengono un
certo numero di autografi, diversi apografi e un gran numero di minute di
lettere scritte da Ignazio stesso o per suo incarico, dai segretari. Purtroppo
un certo numero di lettere sono andate perdute. L’inesauribile ricchezza di
questo epistolario si può ripartire in quattro categorie a seconda dell’oggetto:
le lettere di direzione spirituale, nelle quali Ignazio rivela le sue doti di
guida spirituale; le lettere politiche, nelle quali Ignazio si rivolge ai re e
ai grandi della terra del suo tempo; le lettere sulla riforma della Chiesa,
nelle quali egli si rivolge ai papi e ai cardinali; le lettere di governo, nelle
quali si rivolge ai membri del suo Ordine. L’epistolario ignaziano rivela la
ricchezza spirituale e umana del fondatore della Compagnia di Gesù, appena
velata dalla scorza di una prosa scarna e rude, ma estremamente comunicativa.
Tale epistolario si può definire plurifacetico; è una corrispondenza sfaccettata
e brillante come un cristallo.
2. IGNAZIO, MAESTRO DI PREGHIERA
2.1 Introduzione
L’esperienza spirituale di Ignazio di Loyola è confluita
interamente nel libro degli Esercizi, piccolo manuale di preghiera pratica, cioè
finalizzata alla conversione, ad aiutare l’uomo a passare da un orientamento
ancora egoistico della volontà e affettività, ad un orientamento sempre
maggiormente in sintonia con l’opzione fondamentale, che si suppone già
affermata almeno nell’apice della libera volontà. L’uomo viene condotto a
gustare e coltivare profonde e radicate convinzioni, poiché si è consapevoli che
senza un cambiamento degli abiti mentali non è possibile alcuna duratura
conversione. La preghiera degli Esercizi spirituali dunque, influisce sulla vita
dell’uomo e la conduce all’edificazione del Regno secondo la vocazione personale
di ciascuno. A tal fine è necessario viverla:
·
in atteggiamento di consegna di se
stessi alla volontà salvifica e trasformatrice di Dio amore. In tal senso è una
preghiera fiduciosa, un abbandonarsi nelle mani del Signore non vedendo e non
capendo subito tutto, ma confidando di vedere e capire quando e quello che Dio
vorrà. La preghiera ignaziana conduce a vivere in pace l’oscurità del proprio
intendere e operare e per questo la si può definire antirazionalista;
·
in ascolto della Parola. In tal senso è
una preghiera che penetra, nella sobrietà e illuminazione della Parola, la
sostanza del rapporto tra la volontà salvifica e santificante di Dio e la nostra
e poiché scaturisce dall’ascolto della Parola, si situa nell’ambito di una
esperienza sulla Rivelazione, costituendo la risposta di una esperienza di
rivelazione. La Parola ascoltata nella preghiera è chiamata a divenire
creatività di vita e motivo di comunicazione con il Signore. Come per Gesù,
ugualmente per noi, la preghiera è l’ascolto della chiamata continua che il
Padre ci rivolge al fine di farci conoscere i Suoi tempi, che compongono poi, il
tempo di Cristo, nel quale Egli in amorosa obbedienza salva il mondo;
·
in ammirazione ed esultanza nei
confronti di Dio, anche quando opera duramente e mette l’uomo alla prova, al
fine di trarlo dal male e portarlo alla perfetta carità. In tal senso è una
preghiera che rende grazie al Signore e vivifica l’anima, aiutandola a
mantenersi in tensione di amore entusiasta, in maniera che, qualsiasi cosa
accada, essa permanga sempre nella dimensione della lode interiore;
·
in ripetizione, adeguata a ciascuna
persona, dell’esperienza di Gesù al Getsemani. In tal senso è una preghiera che
aiuta a porsi nelle mani di Dio Padre che agisce nell’uomo come ha agito nel
Verbo incarnato. La preghiera ignaziana ingloba l’esperienza del dolore,
provocato dal cambiamento che è operato nell’uomo dalla conversione; questo
ulteriore aspetto dell’orazione implica per la persona il riconoscersi: povera,
umile e peccatrice, al fine di scoprire veramente il volto paterno di Dio.
2.2 L’orazione ignaziana e il suo schema
Gli Esercizi spirituali non contengono una definizione di
preghiera; Ignazio per orazione intende un insieme di operazioni che preparano e
dispongono l’anima a levar da se stessa ogni affetto disordinato, al fine di
cercare e trovare la volontà divina all’interno della propria vita (Esercizi
spirituali, 2-4).
1. Ignazio parte da un presupposto che lui stesso ha
sperimentato: Dio comunica liberamente, il Creatore opera immediatamente nella
creatura (Esercizi spirituali, 15) e l’orazione è il luogo dell’incontro di Dio
con l’uomo. Il fondatore della Compagnia di Gesù utilizza espressioni quali:
entrare in contemplazione (Esercizi spirituali, 76); entrare nell’esercizio
(Esercizi spirituali, 131); entrare nell’orazione (Esercizi spirituali, 239);
l’uso della parola “entrare” evoca l’idea che la preghiera sia un luogo nel
quale il Signore invita ad andare e nel quale penetra lo Spirito. Entrando in
questo luogo l’uomo incontra Dio e si consegna a Colui che gli parla e intende
disporre totalmente della sua vita. Ignazio è convinto che lo Spirito di Dio è
il vero maestro dell’orazione: è lo Spirito infatti, che prega nell’uomo, il
quale non è in grado di pregare in maniera adeguata; per questo le
puntualizzazioni metodiche ignaziane, di cui parleremo, sono dirette più
all’ambientazione dell’orazione che non al concreto modo di pregare. L’orazione
dipende solo da Dio e il compito dell’uomo è unicamente quello di disporsi
adeguatamente nei suoi confronti (Esercizi spirituali, 4).
2. L’orazione è esperienza, non è conoscenza nozionistica di Dio
e non è neppure scienza di Dio, ma sapienza che conduce l’uomo a gustare la
presenza del Signore, per questo Ignazio raccomanda il sentire e gustare le cose
interiormente (Esercizi spirituali, 2), poiché la preghiera non è questione di
sapere ma di assaporare. La parola sentire è propria del vocabolario ignaziano,
unita ad alcuni derivati: sentire consolazione o desolazione, avere sentimento
spirituale (Esercizi spirituali, 62); sentire conoscenza interiore dei peccati
(Esercizi spirituali, 63); sentirsi inclinato e affezionato ad alcune persone
(Esercizi spirituali, 342). Il termine è complesso e ricco di significati ma
frequentemente, ha una connotazione affettiva indicante che la persona è
soggetto passivo di un’esperienza interiore di grazia. Per Ignazio è
fondamentale che Dio entri, tocchi e modifichi la vita affettiva dell’uomo e
infatti, i termini che presentano una connotazione affettiva sono frequenti nel
vocabolario degli Esercizi, citando solo i principali abbiamo: comunicazione
divina, abbraccio (Esercizi spirituali, 15); mozione interiore (Esercizi
spirituali, 155); affezionarsi (Esercizi spirituali, 97).
3. L’orante si accosta alla preghiera con grande liberalità,
offrendo a Dio, fin dall’inizio, tutto il suo volere e la sua libertà in
assoluta disponibilità (Esercizi spirituali, 5), poiché egli prega veramente
solo quando dischiude il suo udito interiore. Per Ignazio dunque, l’uomo si
dispone alla preghiera attuando il silenzio interiore, condizionato da quello
esterno e appartandosi da amici e conoscenti. In questo isolamento e silenzio
interno, l’intelletto umano si unifica e la persona può porre tutta la sua
attenzione nel servizio del Creatore, liberando le sue facoltà naturali al fine
di cercare con diligenza ciò che desidera. In tal modo, quanto maggiormente
l’anima si trova sola e appartata, più diviene capace di avvicinarsi e unirsi a
Dio e quanto più si unisce a Lui, maggiormente si dispone a ricevere grazie e
doni dalla divina e somma bontà (Esercizi spirituali, 20). La disposizione
corporea dell’orante e le circostanze in cui avviene la preghiera, condizionano
certamente, in positivo o in negativo, l’orazione stessa.
4. L’orazione ignaziana unisce la coscienza della grandezza
trascendente di Dio, il totalmente Altro, la divina maestà, nome che ricorre 23
volte negli Esercizi, con la convinzione, sperimentata, della Sua vicinanza e
comunicazione all’uomo. Dio abbraccia l’orante nel suo amore, che in Gesù,
l’infinita maestà (Esercizi spirituali, 98) si è avvicinato a lui, ma nello
stesso tempo lo trascende. Innanzi al Signore pertanto, l’atteggiamento
dell’orante deve essere sempre rispettoso e riverente (Esercizi spirituali, 3;
38; 75). Ignazio è molto attento ai dettagli e ricorda all’uomo che
nell’orazione, quando egli parla con Dio o i suoi santi, è richiesta maggior
riverenza di quando utilizza l’intelligenza per capire (Esercizi spirituali, 3).
Il Signore solamente costituisce la felicità dell’uomo, quando questi lo adora e
ama incondizionatamente (Esercizi spirituali, 15).
5. Ignazio è stato accusato spesso di volontarismo e certamente
lo sforzo è sommamente presente negli Esercizi, ma il fondatore della Compagnia
di Gesù non è un volontarista: egli infatti, pone sempre l’azione della grazia
accanto allo sforzo umano, necessario al vincere se stesso (Esercizi spirituali,
21). Nella chiamata del Re eterno (Esercizi spirituali, 91-100) l’orante che
vuole servire Cristo presenta al Signore la sua intenzione, ma questa è comunque
condizionata al maggior servizio e lode Sua e al fatto che Cristo lo voglia
eleggere e ricevere (Esercizi spirituali, 98). Nei colloqui delle bandiere
(Esercizi spirituali, 137-149) ugualmente, l’orante si rivela desideroso ed
entusiasta di combattere per Cristo, ma a condizione che Questi lo voglia
ricevere al suo servizio (Esercizi spirituali, 147). Nell’orazione dunque,
l’uomo si offre e si dispone a grandi sacrifici per il Signore, ma rimane
soggetto alla elezione di Dio.
6. L’orazione ignaziana mira al discernimento, alla ricerca
della volontà divina, per cui l’uomo cercherà sempre in essa, di rendersi
attento ascoltatore della parola di Dio nella sua interiorità e di vagliare
conseguentemente, le mozioni che la Parola ha suscitato in lui. La preghiera
ignaziana insegna all’uomo a fermarsi nel punto in cui egli percepisce
particolarmente la Parola del Signore, al fine di riposarsi in essa, senza aver
l’ansia di procedere oltre, finché rimanga completamente soddisfatto (Esercizi
spirituali, 76). Questo esercizio favorisce il sorgere delle mozioni,
consolazioni e desolazioni, che Ignazio raccomanda all’orante di annotare e di
presentare successivamente al padre spirituale, affinché questi possa aiutarlo
nel processo del discernimento.
La preghiera ignaziana si compone delle seguenti parti.
La preparazione lontana alla preghiera,
che comprende le disposizioni alla preghiera in generale: purezza di coscienza,
dominio di sé, magnanimità (Esercizi spirituali, 5).
La preparazione vespertina della preghiera,
che comprende la lettura dei passi della Bibbia sui quali verterà l’orazione e
la consultazione di un buon commento che chiarisca il contesto e il messaggio di
base.
Le addizioni, che comprendono:
prima di andare a dormire pensare per il tempo di un Ave Maria a cosa si
mediterà l’indomani; la mattina appena svegli rimanere nell’umore e disposizione
che meglio conviene alla preghiera; prima di iniziare a pregare sperimentare la
presenza di Dio inginocchiandosi, o compiendo un qualsiasi altro atto di
riverenza e umiltà e quindi scegliere l’atteggiamento corporeo che meglio si
addice all’orazione e venerazione di Dio e che aiuta a trovare quello che si
desidera; fare quindi, la preghiera preparatoria riprendendo il brano scelto per
la preghiera o anche recitando il “Vieni Santo Spirito”, importante è chiedere a
Dio che tutte le intenzioni, azioni e operazioni della preghiera siano ordinate
al Suo servizio e lode. Questa orazione è molto importante perché soddisfa ad
un’esigenza essenziale ad ogni preghiera: la purificazione del pensiero e del
cuore, che normalmente è chiamata a perfezionarsi sempre più, preghiera dopo
preghiera (Esercizi spirituali, 73-76).
I preamboli, ovvero il richiamare
alla memoria la storia o il soggetto sul quale si prega; l’immaginare il luogo
in cui è ambientata la storia o l’evento da meditare con i vari personaggi
coinvolti; il chiedere quello che si vuole, il frutto che si desidera ottenere
dalla preghiera (Esercizi spirituali, 102-105). A proposito del secondo punto
bisogna dire che è utile servirsi dell’immagine nella preghiera solo nella
misura in cui essa ci aiuta a fissare il nostro sguardo interiore, ma appena
questo scopo è raggiunto, è bene abbandonare l’immagine o per lo meno superarla,
al fine di entrare nella vera contemplazione d’anima. Circa l’ultimo punto è
bene precisare che è pedagogicamente utile per iniziare a disporsi ad accogliere
la luce e qualche dono relativo a quello che si vuole raggiungere attraverso
l’orazione. In seguito si prega Dio affinché liberi da ciò che si è chiesto,
poiché solo il Signore sa di cosa veramente abbiamo bisogno per relazionarci
autenticamente con Lui. Ignazio insegna a non legarsi agli effetti della
preghiera ma piuttosto ad acquisire gradualmente un atteggiamento libero e
aperto nei confronti di Dio che ascolta la nostra orazione secondo
l’interpretazione che ad essa dona lo Spirito.
Il cuore dell’orazione, che
implica l’applicazione delle tre facoltà dell’anima: memoria, intelletto e
volontà e dell’affettività (Esercizi spirituali, 106-108). La memoria si rivolge
al passato attingendovi il ricordo delle meraviglie di Dio e ponendosi in un
atteggiamento ricettivo; essa rappresenta la fedeltà alla grazia. L’intelletto
cerca di leggere il significato della storia e di trarne un profitto
particolare, ovvero luce e conoscenza intima, mirando non al molto sapere ma al
gusto spirituale (Esercizi spirituali, 2). La volontà o capacità di amare, cerca
di far emergere la praticità dell’orazione ignaziana, mirante ad avviare un
processo graduale di liberazione che apre ad un nuovo amore e alla novità di
vita in Dio (Esercizi 180; 184). Ignazio prescrive che l’orante rimanga in
preghiera per un’ora intera e prosegua pure oltre, qualora fosse tentato di
accorciare il tempo dell’orazione (Esercizi spirituali, 12-13). Si raccomanda di
leggere e rileggere il testo fino a quando l’attenzione interiore non si
sofferma su alcune parole e si trae da esse un certo calore o gusto spirituale,
o le si percepisce particolarmente importanti per se o per la propria comunità
ecclesiale. Allora ci si ferma e le si ripete a bassa voce, ponendo particolare
attenzione a chi le pronuncia, di cosa sono piene e dove vogliono condurre. La
meta da raggiungere è quella di fermare nel cuore la Parola e addomesticare se
stessi ad essa. In tale cammino devono essere incluse le distrazioni e le
tentazioni, che non conviene respingere con la forza ma allontanare, o non dando
loro retta, o chiedendo a Dio di soccorrerci e starci accanto; conviene
comunque, al termine della preghiera, appuntarsi le distrazioni e/o tentazioni
più insistenti o forti.
Il colloquio, che chiude la
preghiera con alcune invocazioni orali rivolte a Dio (Esercizi spirituali, 109).
Si ringrazia il Signore per l’ora di preghiera e per quanto è accaduto in essa e
si recita un Padre nostro o un’altra preghiera vocale. Questo momento introduce
in un dialogo io-tu con Dio e deve essere fatto seguendo lo stato d’animo del
momento, vale a dire: a seconda che ci si trovi tentati o ferventi, o che si
desideri acquisire una certa virtù, o che ci si voglia preparare ad un dato
impegno, come un amico parla con il suo amico e un figlio con suo padre o con
sua madre (Esercizi spirituali, 54), perciò Ignazio prescrive di farlo con
grande affetto e tutto il cuore (Esercizi spirituali, 234). Si raccomanda anche
un colloquio con Maria e un santo amico, che interceda per noi e ci aiuti. I
santi non sono semplici modelli da imitare, essi sono un’ispirazione spirituale
che ci raggiunge attraverso la Chiesa e sono quindi importanti perché nutrono
l’immaginazione spirituale indispensabile alla nostra creatività spirituale.
L’esame della preghiera, ovvero la
sintesi di quello che si è raggiunto o non si è conseguito al termine
dell’orazione (Esercizi spirituali, 77). Ignazio non ci ha fornito alcuno schema
in merito, ma l’esperienza della scuola ignaziana ha elaborato nei secoli una
sorta di struttura, ormai collaudata, per cui possiamo dire che l’esame della
preghiera comprende: annotare come ci si è disposti e come si è collaborato
all’andamento della preghiera (scelta del luogo di orazione e della posizione
corporea assunta, utilizzo dell’ora di preghiera e delle tre facoltà
dell’anima); segnare i punti nei quali si è provato maggior gusto spirituale
(stupore, fiducia, desiderio di cambiare in meglio la propria vita); segnare i
punti nei quali si è provato minor gusto spirituale (resistenze, aridità,
distrazioni, tentazioni); annotare come si è conclusa la preghiera (maggior
consolazione o desolazione, decisioni nuove prese).
2.3 Presentazione del testo degli Esercizi e i metodi
dell’orazione ignaziana
Gli Esercizi di Ignazio di Loyola sono una esperienza di Dio
suscitata dall’ascolto della Sua parola, compresa e accolta nel proprio vissuto
personale sotto l’azione dello Spirito Santo che, in un clima di silenzio e
preghiera e con la mediazione di una guida, dona la capacità del discernimento
in ordine alla purificazione del cuore e alla sequela di Cristo, per il
compimento della propria missione nella Chiesa e nel mondo.
Gli Esercizi spirituali si compongono di quattro settimane
precedute da: venti annotazioni che elencano alcune condizioni spazio-temporali
e disposizioni richieste a coloro che intendono fare gli Esercizi; una
definizione di Esercizi (Esercizi spirituali, 21); un presupposto (Esercizi
spirituali, 22) e il principio e fondamento, nel quale Ignazio espone le verità
da cui tutto deriva e su cui tutto poggia (Esercizi spirituali, 23).
La prima settimana degli Esercizi
corrisponde alla via purgativa e aiuta l’orante a rigettare le sue pulsioni di
appropriazione, pertanto si compone degli esami particolare e generale di
coscienza e di alcune meditazioni che mirano a: far conoscere l’amore
misericordioso del Padre per l’uomo; suscitare la conversione del cuore della
persona e rafforzare la sua volontà di seguire Cristo, il Salvatore (Esercizi
spirituali, 24-90).
La seconda settimana degli Esercizi
corrisponde alla via illuminativa e aiuta l’orante a lasciarsi attrarre da
Cristo, modello della divino-umanità e a porsi alla sua sequela, pertanto si
compone di diverse contemplazioni riguardanti i misteri della vita di Gesù,
dalla nascita alla domenica delle palme, che servono a far conoscere all’orante
la persona che egli vuole servire. Queste contemplazioni sono intervallate da
due meditazioni (Esercizi spirituali, 137-157) e da una considerazione (Esercizi
spirituali, 165-168), miranti a verificare la reale convinzione e disponibilità
dell’uomo a porsi alla sequela di Cristo. Questa settimana culmina per l’orante
nella elezione, che può essere del genere o stato di vita o di riforma dello
stesso (Esercizi spirituali, 91-189).
La terza settimana degli Esercizi
corrisponde alla via unitiva e aiuta l’orante a partecipare alla kenosi di
Cristo, pertanto si compone di diverse contemplazioni riguardanti i misteri
della vita di Gesù, dall’ultima cena alla deposizione nel sepolcro del corpo del
Signore (Esercizi spirituali, 190-217).
La quarta settimana degli Esercizi
corrisponde sempre alla via unitiva e aiuta l’orante a partecipare agli effetti
della risurrezione di Cristo, pertanto si compone di diverse contemplazioni
riguardanti le apparizioni del Risorto e di una contemplazione e tre modi di
pregare che servono: ad aiutare l’uomo a vivere in comunione di amore costante
con Dio, a pregare senza interruzione nella vita quotidiana e a prestare
continuamente attenzione filiale al Padre e al compimento della Sua volontà
(Esercizi spirituali, 218-260).
Al termine delle quattro settimane Ignazio aggiunge: alcuni
misteri della vita di Cristo (Esercizi spirituali, 261-312); le regole per il
discernimento degli spiriti più proprie della prima settimana (Esercizi
spirituali, 313-327); le regole per il discernimento degli spiriti più proprie
della seconda settimana (Esercizi spirituali, 328-336); le regole per la
distribuzione delle elemosine (Esercizi spirituali, 337-344); le regole per
combattere gli scrupoli (Esercizi spirituali, 345-351) e le regole per
l’autentico sentire nella Chiesa militante (Esercizi spirituali, 352-370).
Gli Esercizi conducono alla trasformazione e consegna
dell’orante nell’offerta dell’elezione, che restaura in lui l’immagine e
somiglianza divina. In tal modo essi superano i trenta giorni e divengono
l’espressione dell’essere dell’uomo nel mondo, in e verso Dio.
Nel libro degli Esercizi spirituali Ignazio espone alcuni metodi
di preghiera; questi costituiscono una vera e propria educazione dell’anima
desiderosa di imparare a pregare. Contrariamente alla leggenda, non esiste un
metodo ignaziano, ma il fondatore della Compagnia di Gesù ha attinto, dai
diversi autori spirituali in auge nel suo tempo, i metodi che gli sembravano più
atti a introdurre l’anima nella vera unione con Dio. Egli non ha operato
un’esposizione teorica di questi metodi, ma li ha descritti all’orante man mano
che si presentavano nella successione degli Esercizi. L’uomo che desidera unirsi
a Dio utilizzerà liberamente l’uno o l’altro di tali metodi, secondo il suo
stato d’animo, il tema della sua orazione, le sue disposizioni fisiche o
psicologiche, l’essenziale è che egli incontri Dio.
I metodi di preghiera hanno un valore strumentale, servono ad
aiutare il singolo a rendersi disponibile, indifferente e docile nei confronti
dell’azione libera e liberatrice di Dio che desidera penetrare sempre più in
lui, al fine di costituirlo nella libertà del Figlio di Dio. I metodi aiutano la
preghiera a divenire sempre maggiormente un dialogo tra l’uomo e Dio, nel quale,
in un atteggiamento di ascolto al Signore che parla in Cristo, l’orante ricerca
in Dio la sua vera identità e si dispone a comprendere la Sua volontà su di lui.
In tal modo la persona è in grado di rispondere concretamente al Signore e di
aderire pienamente a Lui.
Il testo degli Esercizi spirituali contiene quattordici
differenti maniere di attendere all’orazione: la meditazione, la contemplazione,
la considerazione, la ripetizione, il riassunto, l’applicazione dei sensi,
l’esame di coscienza generale, l’esame particolare e quotidiano, il primo e
secondo modo di elezione, i tre modi di pregare e la contemplazione per
raggiungere l’amore.
2.4 I primi sei metodi dell’orazione ignaziana e rapporto con
la S. Scrittura
La meditazione ignaziana utilizza
la ragione umana per arrivare a conoscere meglio Dio. Essa è un approfondimento
riflessivo delle Scritture al fine di scoprire cosa Dio rivela di sé nella
persona di Gesù e si dimostra utile per imparare, per analogia, come Egli parla
negli eventi della vita di ogni uomo. Gli oggetti prevalenti della meditazione,
anche se non esclusivi, sono le verità dottrinali, che implicano o sembrano
implicare materie astratte e si sviluppano dando spazio al ragionamento. Nella
meditazione le tre facoltà dell’anima (memoria, intelletto e volontà) non sono
ancora unificate, vale a dire che si esercitano in maniera distinta e
discorsiva, attraverso passaggi successivi. Questo metodo di preghiera è
raccomandato nella prima settimana degli Esercizi spirituali e nella seconda:
chiamata del re temporale (Esercizi spirituali, 91-100); meditazione sulle due
bandiere (Esercizi spirituali, 137-149) e meditazione sulle tre categorie di
persone (Esercizi spirituali, 150-157).
La contemplazione ignaziana
utilizza l’immaginazione per arrivare a conoscere meglio Dio. Rispetto alla
meditazione predilige il vedere sull’ascoltare, implicando la visione
immaginaria dell’episodio che si considera, come se si fosse partecipi di esso,
è quindi più fantasiosa e meno intellettuale. Gli oggetti prevalenti della
contemplazione sono i misteri della vita, passione, morte e risurrezione di
Cristo. Nella contemplazione le tre facoltà dell’anima si esercitano in maniera
unificata e semplificata. Ignazio usa il verbo spagnolo refletir, in italiano,
riflettere (Esercizi spirituali, 107) quando esplica l’esercizio della
contemplazione, che per lui significa esporre se stessi al mistero contemplato,
divenirne il riflesso, esserne trasformati in virtù di una presenza reciproca.
Questo metodo di preghiera è raccomandato nella seconda, terza e quarta
settimana degli Esercizi spirituali.
La considerazione è una
riflessione non organizzata, ma di durata determinata, da farsi a intervalli
regolari per tutto il giorno e implica l’utilizzo discorsivo delle tre facoltà
dell’anima quindi, è più simile alla meditazione. Questo metodo di preghiera è
raccomandato nel principio e fondamento (Esercizi spirituali, 23) e nella
seconda settimana degli Esercizi: sui tre gradi di umiltà (Esercizi spirituali,
165-168). In quest’ultimo caso Ignazio la abbina al triplice colloquio: con
Nostra Signora perché interceda per l’orante presso il Figlio; con il Figlio
perché interceda per l’orante presso il Padre; con il Padre perché conceda
all’orante quanto chiede. Proprio tale abbinamento dei tre gradi di umiltà al
triplice colloquio, impedisce di ridurre questa considerazione a un semplice
fatto intellettuale, cosa che invece capita nel caso del principio e fondamento.
La ripetizione invita a ripetere
tutto l’esercizio (o più esercizi) precedentemente fatti e quindi segue a uno
dei tre metodi appena esposti, notando e fermandosi laddove si è sperimentata
maggior consolazione o desolazione spirituale. I suoi punti di appoggio pertanto
sono: il sentire e gustare interiormente ignaziano (Esercizi spirituali, 2) e il
fermarsi laddove si trova quello che si desidera (Esercizi spirituali, 76). La
pausa in questo caso specifico diviene metodo di preghiera. La ripetizione
riguarda principalmente la dimensione affettiva dell’orante, che pone la sua
attenzione non tanto su ciò che ha appreso nella preghiera, ma piuttosto su
quello che ha sperimentato e sentito interiormente in essa. Questo metodo è
raccomandato nella prima settimana degli Esercizi (Esercizi spirituali, 62) e
successivamente nella seconda, terza e quarta (Esercizi spirituali, 118-120;
148; 159; 204; 208). E’ il metodo di preghiera ignaziano che colui che fa gli
Esercizi è chiamato a praticare più volte.
Il riassunto utilizza
l’intelligenza, che compie la reminiscenza e ripercorre assiduamente solo alcune
delle realtà già pregate, che riemergono naturalmente, senza inutili divagazioni
e questo perché l’orazione ignaziana non fomenta la curiosità intellettuale ma
incentiva piuttosto la profondità spirituale. Il cuore dell’orante è infatti,
chiamato progressivamente ad assorbire e impregnarsi di ciò che ha meditato,
contemplato o considerato e questo metodo aiuta in proposito, poiché in ultima
analisi si tratta di una “ruminatio” di alcuni punti sui quali l’uomo ha già
compiuto la preghiera. Il riassunto è una sorte di passaggio dall’analisi alla
sintesi, giacché induce a un tipo di orazione più semplificata, non solo in
merito ai contenuti ma soprattutto agli effetti della preghiera che è chiamata a
divenire sempre più un solo atto di amore ininterrotto. Questo metodo è
raccomandato nella prima settimana degli Esercizi, dopo la ripetizione (Esercizi
spirituali, 64).
L’applicazione dei sensi utilizza
i cinque sensi dell’immaginazione sulle realtà già meditate o contemplate
infatti, all’interno degli Esercizi è proposta al termine del giorno, sulla
materia già pregata e ripetuta e consiste nell’assegnare a ciascun senso un
aspetto di questa; sicuramente è più intuitiva rispetto alla meditazione e alla
contemplazione. Tale metodo si radica sull’importanza che Ignazio attribuisce ai
sensi corporei, quali porte della conoscenza umana, necessari alla persona al
fine di instaurare un contatto con la realtà. Nell’esercizio dell’applicazione
dei sensi è l’immaginazione a ricoprire il ruolo fondamentale, attraverso la sua
capacità di evocare, ricostruire e creare situazioni e avvenimenti. Tramite il
visibile, questo metodo mira a far captare all’orante, in modo unitario,
semplice e profondo, l’invisibile e a condurlo all’esperienza del gusto di Dio.
Questo metodo è raccomandato in tutte e quattro le settimane degli Esercizi
(Esercizi spirituali, 65-70; 121-125).
La preghiera ignaziana è applicata principalmente alla storia
della salvezza, della quale cerca di mettere a frutto l’efficacia di
conversione. Tale efficacia dipende soprattutto dall’opera dello Spirito Santo
che è presente e attivo nella Parola da Lui stesso ispirata e nel cuore del
credente che la accoglie e la prega. Quest’ultima contiene anzitutto la verità
evangelica, ovvero il modo di pensare, vedere e giudicare il mondo, gli
avvenimenti e le persone, proprio di Dio e di Gesù. In tal modo essa viene
incontro al primo bisogno di conversione di mentalità, di valori e di criteri
che sono al principio dei pensieri e giudizi umani. Aiutando ad assimilare la
Parola-verità, l’orazione aiuta l’uomo ad entrare nel pensiero di Dio e
influendo sui suoi concetti e giudizi, l’induce a vedere e interpretare la
realtà secondo quella scala di valori che rende la sapienza di Cristo tanto
diversa da quella del mondo (1 Corinzi 1,17). La Parola di Dio inoltre, contiene
insieme alla verità evangelica, le preferenze e gli affetti di Cristo, perciò la
sua interiorizzazione e assimilazione aiuta gradualmente la persona ad assumere
i modi di sentire di Cristo stesso.
L’orazione sulla Parola, secondo la concezione ignaziana,
espleta la sua intrinseca efficacia se sono rispettate le seguenti condizioni:
·
deve essere esercitata con frequenza
quotidiana e per un lungo periodo di tempo. Il mese ignaziano prevede quattro o
cinque orazioni al giorno, ciascuna della durata di un’ora (Esercizi spirituali,
12);
·
deve coinvolgere tutta la persona, mente
e cuore e deve essere fonte di mozioni interiori: consolazioni e gioie, ma anche
desolazioni e oscurità (Esercizi spirituali, 6);
·
deve essere valorizzata la qualità della
riflessione orante e non la quantità di Parola di Dio considerata, poiché è
fondamentale che l’orante senta e gusti le cose internamente (Esercizi
spirituali, 2) e si fermi maggiormente nel punto in cui troverà quello che
cerca, senza aver l’ansia di procedere oltre, finché rimanga completamente
soddisfatto (Esercizi spirituali, 76);
·
deve prefiggersi un frutto preciso che
si individua all’inizio e si conferma alla fine di ogni orazione (nei cosiddetti
preamboli, Esercizi spirituali, 104 e colloquio, Esercizi spirituali, 109); tale
frutto presuppone quello conseguito attraverso la precedente preghiera ed è
ordinato al frutto della successiva. In tal modo l’orante esperimenta un
itinerario spirituale orientato verso un punto finale;
·
deve essere accompagnata da una persona
che vagli tutto ciò che in fatto di pensieri e affetti si muove nel cuore
dell’orante e che prevenga ogni inganno e illusione (Esercizi spirituali, 7).
2.5 Gli esami di coscienza generale e particolare
L’esame di coscienza generale ignaziano è una preghiera, è
l’ascolto del proprio cuore, è un dialogo nel quale si esplicita la fede e la
propria relazione con Dio e il Suo primato. In questo colloquio con il Signore
l’orante inizia a vedersi con i Suoi occhi e in tal modo accresce la memoria
spirituale di se stesso.
L’esame di coscienza come lo concepisce Ignazio, parte da Dio
che guarda l’uomo e che lo penetra con il Suo amore e il Suo spirito. Tale
preghiera esplicita il rapporto dell’orante con Dio e lo aiuta a rendersi conto
di come scorrono in lui la Sua vita e il Suo amore; ciò conduce alla maturità
della fede, ovvero al saper vivere costantemente alla presenza del Signore.
Attraverso l’esame di coscienza l’orante si riconosce persona redenta e preziosa
agli occhi di Dio.
Ignazio raccomanda di fare l’esame di coscienza a metà giornata
e prima di andare a letto, secondo il seguente ordine (Esercizi spirituali, 43):
·
l’orante rivolge l’attenzione a Dio, lo
ringrazia per tutti i benefici che gli ha elargito e invoca la luce dello
Spirito;
·
chiede quindi la grazia di riconoscere i
suoi peccati e si vede come lo vede Dio, che lo ama e ha donato la Sua vita per
lui;
·
ripercorre la giornata dall’ora in cui
si è alzato fino al momento presente, prestando attenzione alle relazioni
intercorse, all’attività svolta e ai pensieri più ricorrenti o significativi,
esaminandosi in pensieri, parole ed opere (questo è il punto morale dell’esame);
·
chiede perdono a Dio per le mancanze
commesse e riconosce la Sua misericordia e pazienza nei suoi confronti;
·
propone di emendarsi con l’aiuto dello
Spirito e gli domanda di mantenerlo nell’intimità con Dio, aiutandolo a
guardarsi sempre come Lui lo guarda e ad avere lo stesso sguardo anche nei
confronti degli altri e del mondo.
L’esame di coscienza ignaziano si può quindi definire un evento
da ricordare, che è l’esperienza di redenzione, la memoria pasquale, attraverso
la quale l’orante impara a minimizzare ogni perfezionismo moralistico,
volontaristico o psicologico e a vivere sempre maggiormente la libertà di figlio
di Dio.
Attraverso la pratica frequente dell’esame generale l’orante,
gradualmente, impara ad isolare quelle zone di sé che egli sperimenta non ancora
penetrate dall’amore dello Spirito; a questo punto subentra l’esame particolare
e quotidiano, ovvero l’osservazione attenta di queste zone oscure o difetti
particolari, che egli deve estirpare da se con umiltà, fiducia e perseveranza,
invocando l’aiuto di Dio.
L’esame particolare si compone di:
·
un fine, che è quello di correggersi di
un difetto specifico e pericoloso per noi. Ignazio raccomanda di occuparsi dei
difetti esterni, che scaturiscono dal carattere o dall’educazione ricevuta e che
possono compromettere il frutto del contatto evangelico con gli altri;
·
un’operazione, che mira a correggere il
difetto in questione. Il difetto si corregge iniziando a guardarsi con diligenza
dal cadere in esso, facendo però attenzione a non incorrere in una tensione
perfezionistica ma imparando a custodire il cuore;
·
un esercizio, che si compone di tre
tempi e di due momenti di esame (Esercizi spirituali, 24-31): al mattino
l’orante rinnova il proposito di correggersi di quel determinato difetto e si
affida a Dio; a metà giornata, durante l’esercizio dell’esame di coscienza
generale, egli rileva davanti a Dio quante mancanze ha commesso in merito al
difetto in questione e riformula il suo proposito di emendarsi; alla sera,
durante l’esercizio dell’esame di coscienza generale, l’orante ripete
l’operazione fatta a metà giornata. Il metodo si completa con i confronti tra il
risultato ottenuto alla sera e quello ottenuto a metà giornata; quello rilevato
oggi e quello rilevato ieri; quello raggiunto nella settimana in cui si è e
quello che si era raggiunto la settimana precedente.
Questo esame è un efficace strumento di conversione che aiuta a
progredire nella vita spirituale e ad instaurare un sempre più profondo e
serrato rapporto con Dio.
2.6 Il primo e secondo modo di elezione e l’esame della
preghiera
Questi due modi di far elezione, ovvero di scegliere tra due o
più realtà quella che maggiormente orienta la persona a Dio e la conduce a
compiere la Sua volontà, sono da praticarsi quando il soggetto vive un tempo
tranquillo, non agitato da vari spiriti ed è perciò in grado di utilizzare
liberamente le sue facoltà naturali. Entrambi i modi appartengono al terzo tempo
di elezione (Esercizi spirituali, 178).
La preghiera che conduce al primo modo di fare elezione utilizza
principalmente la facoltà dell’intelletto e comprende sei punti:
·
la persona rinnova la sua appartenenza a
Cristo, affinché sia Lui ad agire in lei quindi, presenta al Signore la realtà
riguardo alla quale desidera scegliere e verifica la sua libertà rispetto ad
essa;
·
invoca lo Spirito Santo affinché l’aiuti
a mantenersi spiritualmente indifferente in merito alla scelta che deve
compiere, la quale deve farsi solo per la maggior gloria di Dio;
·
chiede a Dio di aiutarla affinché possa
riflettere bene e fedelmente con il suo intelletto e infine scegliere secondo la
Sua volontà;
·
pondera, riflette e considera,
ragionando con l’intelletto, quanti vantaggi e svantaggi le proverrebbero, in
ordine alla maggior lode di Dio, se scegliesse la realtà in oggetto e di
seguito, quanti vantaggi e svantaggi le proverrebbero, sempre in ordine alla
maggior lode di Dio, se non scegliesse la realtà in oggetto; quindi scrive sia
gli uni che gli altri;
·
osserva da quale parte la ragione
inclina maggiormente e in tal modo compie la scelta, seguendo la mozione
razionale;
·
offre a Dio la scelta effettuata
affinché Egli la riceva e confermi, se è di Sua maggior lode e servizio
(Esercizi spirituali, 179-183).
Questo modo di orazione richiede una persona dall’intelletto
purificato e quindi in grado di ragionare bene spiritualmente, perciò è utile
che il soggetto sottoponga tutto l’itinerario della preghiera ad un padre
spirituale al fine di verificarne il presupposto.
La preghiera che conduce al secondo modo di fare elezione
utilizza principalmente la facoltà della volontà e comprende quattro regole e
una nota:
·
la persona ricorda che l’amore che la
muove e la fa scegliere discende direttamente da Dio, per cui essa è chiamata a
decidersi spinta solo dall’amore che nutre per il Signore, in risposta all’amore
immenso che Egli nutre per lei e continuamente le dimostra;
·
immagina uno sconosciuto e desiderando
per lui ogni perfezione, considera ciò che gli direbbe di fare e di scegliere
per la maggior gloria di Dio, quindi procura di osservare lei stessa ciò che ha
consigliato a lui;
·
si immagina in punto di morte e
considera il comportamento che in quel momento avrebbe voluto tenere riguardo
alla presente scelta e regolandosi su di esso, prende la sua decisione;
·
immagina e considera come si troverà nel
giorno del giudizio e pensa a come allora vorrebbe aver deliberato in merito
alla realtà presente e la regola che allora vorrebbe aver seguito, la segue nel
momento presente, al fine di potersi trovare in futuro, con piena soddisfazione
e gioia;
·
adottate le suddette regole per la sua
salvezza eterna, la persona compie la sua elezione e oblazione a Dio, seguendo
il sesto punto del precedente modo di fare elezione (Esercizi spirituali,
184-188).
Questo modo di orazione richiede una persona dall’immaginazione
purificata e quindi in grado di fantasticare bene spiritualmente, perciò è utile
che il soggetto sottoponga tutto l’itinerario della preghiera ad un padre
spirituale al fine di verificarne il presupposto.
Al termine di ognuna delle due preghiere di cui sopra, è utile
che la persona faccia un accurato esame dell’orazione, scrivendo i pensieri e i
sentimenti che ha sperimentato in essa e che ritiene: suscitati da Dio o di
incerta provenienza. Importante è che ad ogni pensiero corrisponda un
sentimento, da quello suscitato; a questo punto la persona analizza le coppie
che ha così ottenuto e pondera, per ciascuna, se seguendola giunge a unirsi
maggiormente a Dio o invece si allontana da Lui. Se la coppia in esame la aiuta
ad unirsi maggiormente al Signore, scriverà il pensiero relativo su un foglio,
nel quale in seguito annoterà tutti i pensieri che la aiutano a raggiungere quel
fine e segnerà il corrispettivo sentimento su un altro foglio, nel quale in
seguito annoterà tutti i sentimenti che la aiutano ad unirsi maggiormente a Dio.
Se invece, la coppia in esame la allontana dal Signore, scriverà il pensiero
relativo su un altro foglio, nel quale in seguito annoterà tutti i pensieri che
non la avvicinano a Dio e segnerà il corrispettivo sentimento su un ulteriore
foglio, nel quale in seguito annoterà tutti i sentimenti che la allontanano dal
Signore.
A questo punto la persona si trova davanti quattro fogli: in uno
vi sono i pensieri che la uniscono a Dio; in un altro vi sono i sentimenti che
la avvicinano a Lui; in un altro ancora vi sono i pensieri che la allontanano da
Dio e in un ulteriore vi sono i sentimenti che non la avvicinano a Lui.
Attraverso questa analisi la persona può osservare il lavoro che lo Spirito
compie in lei e sintetizzando i pensieri che la conducono a Dio e i sentimenti
che favoriscono l’adesione a Lui, vagliare i pensieri e i sentimenti più
significativi ai fini della sua crescita spirituale e ai quali deve quindi,
prestare particolare attenzione. Ugualmente è in grado di operare con i pensieri
e i sentimenti che la allontanano da Dio e che sono perciò suscitati dallo
spirito nemico dell’uomo, vagliandoli impara a conoscersi meglio spiritualmente
e a prevenire eventuali tentazioni e rischi di peccato.
Periodicamente è bene che la persona esponga il risultato degli
esami della preghiera al padre spirituale, al fine di verificarne il
procedimento e i risultati.
2.7 I tre modi di pregare
Ignazio termina la quarta settimana degli Esercizi spirituali
definendo i tre modi in cui si può pregare (Esercizi spirituali, 238-260). Tali
modi o stadi corrispondono alle classiche tre vie di ogni itinerario spirituale,
schematizzate da Dionigi l’Areopagita: purgativa, illuminativa e unitiva.
Il primo modo di pregare si attua
confrontando la propria vita con i comandamenti di Dio e con i vizi capitali e
utilizzando in maniera discorsiva le facoltà dell’anima e i cinque sensi del
corpo (Esercizi spirituali, 238-248). Chiaramente questo modo si riferisce alla
via purgativa, propria dell’orante che impara a rifiutare la pulsione di
appropriazione e si può definire un esame meditato. Esso consiste più nel dare
una forma, un modo ed esercizi, affinché l’anima si prepari, po |