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Ignazio di Loyola: maestro di preghiera e di discernimento spirituale

Prof.ssa Angela Tagliafico

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INDICE

 

1. IGNAZIO DI LOYOLA, CHI SEI?                                                                 

1.1 Un uomo                                                                                                         

1.2 Un uomo per servire Cristo                                                                           

1.3 Un gruppo di compagni per servire nella Chiesa                                           

1.4 Gli scritti di Ignazio di Loyola                                                                      

2. IGNAZIO, MAESTRO DI PREGHIERA                                                     

2.1 Introduzione                                                                                                  

2.2 L’orazione ignaziana e il suo schema                                                          

2.3 Presentazione del testo degli Esercizi e i metodi dell’orazione ignaziana  

2.4 I primi sei metodi dell’orazione ignaziana e rapporto con la S. Scrittura   

2.5 Gli esami di coscienza generale e particolare                                             

2.6 Il primo e secondo modo di elezione e l’esame della preghiera                  

2.7 I tre modi di pregare                                                                                    

3. IGNAZIO, MAESTRO DI DISCERNIMENTO SPIRITUALE                   

3.1 Introduzione                                                                                                  

3.2 Dove si colloca e come si definisce il discernimento                                  

3.3 La prima fase del discernimento                                                                  

3.4 La seconda fase del discernimento                                                              

3.5 Presupposti pratici per esercitare il discernimento                                      

3.6 L’esercizio del discernimento                                                                       

3.7 Sentire, giudicare e scegliere nello Spirito                                                  

4. IGNAZIO, CONTEMPLATIVO NELL’AZIONE                                       

4.1 Introduzione e note della contemplazione per giungere ad amare              

4.2 I preamboli della contemplazione per giungere ad amare                          

4.3 I quattro punti della contemplazione per giungere ad amare                      

4.4 Conclusione                                                                                                  

BIBLIOGRAFIA                                                                                               

INDICE                                                                                                              


1. IGNAZIO DI LOYOLA, CHI SEI?

 

1.1 Un uomo

 

 

Gli storici presumono che Ignazio di Loyola sia nato nell’anno 1491, senza ulteriori precisazioni, ad Azpéitia, in provincia di Guipuzcoa, in Spagna e che sia il tredicesimo e ultimo figlio dei signori di Loyola: Beltran e Marina Sanchez de Licona.

Trascorsi gli anni felici presso la sua nutrice, poiché la madre muore poco dopo la sua nascita, nel 1506 lascia il piccolo ambiente natio e si trasferisce ad Arèvalo, nella casa fastosa del Tesoriere reale. A partire dal 1517 lavora alla corte del viceré di Navarra e proprio mentre è al suo servizio, il 20 maggio 1521, una palla di cannone pone fine alla sua carriera.

Vi è da precisare che Ignazio non è mai stato un soldato di mestiere; certo portava la spada e aveva avuto sicuramente, più di una volta, l’occasione di sguainarla, nelle liti notturne o per i begli occhi di una dama, ma non possedeva la minima nozione di strategia, di tattica e neppure di disciplina. Il centro dei suoi interessi era la corte e non il campo di battaglia; meglio dell’armatura da guerriero, indossava il vestito del gentiluomo, che portava anche con molta eleganza. Questa prima parte della sua esistenza è riassunta in una frase della sua Autobiografia: “Fino a 26 anni sono stato uomo di mondo, assorbito dalle vanità” (Autobiografia, I, 1).

 

1.2 Un uomo per servire Cristo

 

 

Il 20 maggio 1521, nella strenua difesa della fortezza della cittadella di Pamplona assediata dai francesi, una palla di cannone colpisce la gamba destra di Ignazio, al di sopra del ginocchio e gli ferisce pure la sinistra. Egli viene meno e due o tre giorni dopo, la fortezza capitola. Trattato con molta gentilezza dai francesi, è curato sul posto per quindici giorni e quindi trasportato per monti e valli, su una lettiga, fino a Loyola (un percorso di quasi cento chilometri). Qui è nuovamente sottoposto ad un intervento chirurgico, però la situazione peggiora e il 24 giugno riceve i sacramenti degli infermi. Il 28 giugno i medici lo danno per spacciato, ma all’alba della festa dei santi Pietro e Paolo egli inizia a sentirsi meglio e dopo qualche giorno viene dichiarato fuori pericolo.

Il suo stato fisico migliora a tal punto da voler sottoporsi ad una nuova operazione, questa volta però di chirurgia estetica, per levare un osso sporgente e stirare la gamba destra che risultava leggermente più corta della sinistra. L’intervento riesce e Ignazio, nel mese di settembre del 1521, inizia la sua convalescenza, nella quale vuole leggere i suoi libri preferiti: i romanzi di cavalleria. Chiede alla cognata di procurargli le storie di Amadigi e di Tristano, ma questo genere di letteratura non esiste nella seria abitazione di Loyola e la buona donna porta ad Ignazio tutt’altro genere di libri: La vita di Cristo, di Ludolfo il Certosino, in quattro volumi e La Leggenda aurea di Giacomo da Varazze. Contrariamente ad ogni attesa Ignazio è molto interessato da questi testi e poco a poco nella sua mente, il re temporale e quello eterno, la dama dei suoi sogni e la Madonna, si intrecciano e al sogno di compiere grandi gesta per il re temporale, segue quello di fare grandi cose per Dio. Tali sogni gli provocano una considerazione: “Quando pensavo alle cose del mondo provavo molto piacere, ma quando per stanchezza le abbandonavo, mi sentivo vuoto e deluso. Invece andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che avevo conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo mi consolavano mentre mi ci soffermavo, ma anche dopo averli abbandonati mi lasciavano soddisfatto e pieno di gioia” (Autobiografia, I, 8). Semplice constatazione per il momento, ma è il punto di partenza di uno dei tratti fondamentali della spiritualità ignaziana: l’esperienza del discernimento.

Una notte, mentre è ancora sveglio, vede chiaramente l’immagine della Madonna con il bambino Gesù e da quel momento gli sopravviene un totale disgusto di tutta la sua vita passata, da sembrargli scomparse dall’anima tutte le immaginazioni prima così radicate e vivide in lui (Autobiografia, I, 10).

Nel frattempo ha preso l’abitudine di scrivere in bella calligrafia i passaggi essenziali tratti dai libri che ha letto, ricopiando in rosso le parole di Gesù e in blu quelle della Madonna. Nel restante tempo che ha a disposizione prega; il momento privilegiato di questa preghiera è la notte, guardando il cielo e le stelle: “Lo facevo spesso e molto a lungo, perché provavo a questa visione una grande energia per servire nostro Signore” (Autobiografia, I, 11). Ormai ha preso la decisione di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme e ai primi di marzo del 1522 parte da Loyola.

La sera del 21 marzo 1522 Ignazio è nel santuario della Beata Vergine di Monserrato, tappa obbligata verso Barcellona, dove si dovrà imbarcare per andare a Gerusalemme, via Roma e Venezia. Qui egli compie la confessione dei peccati della sua vita, ricevendone l’assoluzione, appende all’altare della Vergine, quale ex-voto, la sua spada e il suo pugnale e regala a un mendicante i suoi abiti da gentiluomo rivestendosi di sacco. Il 25 marzo 1522 Ignazio lascia il santuario ma non si dirige a Barcellona, probabilmente perché il confessore di Monserrato gli ha consigliato di prepararsi al pellegrinaggio con qualche giorno di ritiro in una cittadina non distante da lì, di nome Manresa, dove può ricevere alloggio sia all’ospedale, sia al convento dei domenicani.

Ignazio giunge a Manresa alla fine del marzo 1522 e fino al luglio dello stesso anno vive tranquillamente, occupando le giornate nell’elemosina del cibo, nella partecipazione alle funzioni corali nella cattedrale della cittadina, nella preghiera vocale e liturgica, nelle penitenze esteriori, nelle conversazioni con persone spirituali e nella lettura della passione di Cristo (Autobiografia, III, 19-21). Al termine del mese di luglio iniziano ad affiorare le prime repentine mutazioni interiori, accompagnate dall’alternarsi di consolazioni e desolazioni e fino al mese di ottobre, egli attraversa una spaventosa desolazione, scatenata soprattutto dagli scrupoli, suscitati dal ricordo della sua vita passata. A liberarlo da questo abisso spaventoso è il Signore, al quale Ignazio, dopo tanto soffrire e pregare in ginocchio per sette ore, si abbandona totalmente (Autobiografia, III, 22-27). Risale a questo periodo la prima preghiera di Ignazio a Dio che possediamo (Autobiografia, III, 23) e che contiene già, a livello di seme, la preghiera del “Prendi Signore e ricevi” (Esercizi spirituali, 234). Dal mese di ottobre al mese di febbraio 1523, Dio concede ad Ignazio molti doni interiori: la visione della Trinità; la visione del modo in cui Dio aveva creato il mondo; la presenza di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento e la visione dell’umanità di Cristo (Autobiografia, III, 28-29). A questo punto Dio dona ad Ignazio la sintesi, ovvero la cosiddetta illuminazione del Cardoner: una visione in Dio di tutte le cose e un nuovo modo di vedere tutte le cose nella luce divina che le illumina a partire dall’intelletto di Ignazio che la riceve. Più semplicemente possiamo dire che le realtà umane vengono colte nella loro unità in Dio (Autobiografia, III, 30). Certamente uno degli aspetti fondamentali della grazia del Cardoner è la luce del discernimento degli spiriti che Ignazio riceve e con la quale imparerà a scoprire con facilità e sicurezza il passo di Dio nella sua vita futura. Manresa e il Cardoner innestano in Ignazio un ardente zelo apostolico e il desiderio di aiutare le anime, che si svilupperanno e arricchiranno in seguito, di una dimensione comunitaria. Il 18 febbraio 1523 Ignazio parte da Manresa deciso a raggiungere Gerusalemme.

Il 4 settembre 1523 Ignazio realizza il suo sogno: giunge infatti a Gerusalemme, dove si ferma per venti giorni. Il suo desiderio è stabilirsi definitivamente in Terra Santa, ma il provinciale dei francescani non lo autorizza a rimanere e gli intima di ripartire subito; Ignazio obbedisce e giunge nuovamente a Barcellona nella quaresima del 1524. Qui egli decide di studiare per poter aiutare meglio le anime e affronta risolutamente le difficoltà della grammatica per due anni.

Nel 1526 si iscrive all’università di Alcalà per compiere gli studi superiori di filosofia e teologia; nel contempo impartisce gli Esercizi a quattro compagni con i quali vive e insieme a loro catechizza per le vie della città. Ben presto i cinque uomini vengono notati dagli inquisitori di Toledo, i quali si allarmano perché credono che siano “alumbrados”. La conclusione dell’inchiesta da essi condotta nel novembre del 1526, scagiona Ignazio e compagni da ogni sospetto, ma purtroppo quattro mesi dopo, Ignazio viene portato in prigione dove è costretto a rimanere per quarantadue giorni. Il motivo di tale provvedimento risiede nella fuga da Alcalà di due donne, figlie spirituali di Ignazio, che pareva avessero deciso di andare in pellegrinaggio su sua proposta. Il ritorno delle fuggitive scagiona Ignazio il quale anzi, aveva sconsigliato alle donne di partire, ma la nuova sentenza che viene emessa adesso per lui, gli intima di studiare per quattro anni prima di poter nuovamente parlare di cose riguardanti la fede. Ignazio decide allora di lasciare Alcalà e di continuare a studiare a Salamanca.

Giunge a Salamanca in un giorno non ben precisato del luglio 1527 e dopo soli dieci-dodici giorni viene invitato a pranzo nel convento dei domenicani della città. Di fatto questi lo vogliono interrogare in merito alle catechesi che egli impartisce alla gente, poiché anch’essi sospettano, come già gli inquisitori di Toledo, che Ignazio sia un “alumbrado”. L’esito dell’interrogatorio conduce nuovamente Ignazio in prigione, anche se per pochi giorni questa volta, in attesa della sentenza che i giudici devono emettere sul contenuto di fede e di morale della sua predicazione e del manoscritto degli Esercizi. Il verdetto non differisce molto da quello già emesso in precedenza: non lo si condanna in alcun modo, poiché non si sono riscontrati errori dottrinali o morali né in lui, né nel suo manoscritto, ma gli si intima di studiare prima di poter nuovamente parlare di questioni di fede. A questo punto egli decide di lasciare la Spagna e di recarsi a studiare a Parigi.

Il 2 febbraio del 1528 Ignazio giunge nella capitale francese e considerato che non ha compiuto gli studi con la serietà che avrebbe voluto, decide di ricominciarli da capo. Si iscrive perciò al collegio Montaigu, insieme ai ragazzini e si applica nell’apprendimento dei rudimenti del latino e della retorica. Dopo venti mesi a Montaigu si iscrive, nell’ottobre del 1529, al collegio s. Barbara, dove è dichiarato baccelliere nel dicembre del 1532 e licenziato “Maestro in Arti” (equivalente della laurea in filosofia), nel marzo del 1535. Questo sarà il suo più alto titolo universitario, poiché gli studi di teologia dai domenicani del convento dei giacobini, iniziati nel 1533, sono interrotti nel 1535 a causa dalla sua malferma salute.

1.3 Un gruppo di compagni per servire nella Chiesa

 

 

Il soggiorno francese ricco di intensi studi non comporta per Ignazio la rinuncia all’attività apostolica, che non solo continua, ma gli dona anche l’opportunità di conoscere i suoi primi compagni stabili: Pietro Favre, Francesco Saverio, Alfonso Salmeròn, Giacomo Laìnez, Nicola Bobadilla e Simone Rodrigues. A questi sei uomini Ignazio impartisce gli Esercizi, che conducono tutti ad un’unica risoluzione: diventare sacerdoti vivendo in povertà al servizio degli uomini, se possibile a Gerusalemme, altrimenti ovunque il Vicario di Cristo, a cui si sarebbero presentati, avesse ritenuto di inviarli per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Il mattino del 15 agosto 1534 i sette compagni si recano nella cappella del “Martyrium” a Montmartre, dove ognuno di loro si impegna con voto di castità, povertà evangelica e partenza in missione per Gerusalemme se, nel periodo di tempo di un anno, a partire dal momento in cui si sarebbero trovati a Venezia per cercare un’occasione di imbarco, il viaggio sarebbe stato possibile.

All’inizio del 1535 Ignazio si ammala in modo preoccupante: si tratta di litiasi biliare, con le sue crisi violente al passaggio dei calcoli sui muscoli lisci. Tale malattia comporta febbre, vomito e sudore freddo. I medici consultati consigliano ad Ignazio l’aria natia e i compagni approvano, decidendo di separarsi per un po’ e di ritrovarsi a Venezia per l’inizio del 1537.

Nel maggio del 1535 Ignazio è ad Azpeitia, sua città natale e nonostante le pressioni della famiglia che lo vuole a casa, prende alloggio presso l’ospedale vicino, per servire meglio i poveri; dopo tre mesi riparte per regolare gli affari di famiglia presso i parenti di alcuni suoi compagni che lo hanno incaricato di questo. Nel gennaio del 1536 giunge a Venezia dove, aspettando i compagni, impartisce gli Esercizi ad alcune persone; nel novembre dello stesso anno, anticipando la data prevista, i compagni si ricongiungono e decidono di distribuirsi negli ospedali della città per svolgere il servizio di assistenza ai poveri e malati.

Nel marzo del 1537 tutti, escluso Ignazio, si recano a Roma per ricevere la benedizione del Papa in previsione del loro viaggio in Terra Santa. Coloro che non sono ancora sacerdoti ricevono il permesso di essere ordinati e ciò avviene, Ignazio compreso, a Venezia il 24 giugno 1537. Proprio in questi giorni la Serenissima rompe le relazioni diplomatiche con i turchi e la nave dei pellegrini non salpa per la Terra Santa; nel frattempo i compagni ricevono le facoltà di predicare e amministrare i sacramenti in tutto il territorio di Venezia. Vedendo allontanarsi sempre più la possibilità del viaggio, Ignazio e compagni si disperdono, due a due, nelle città vicine; Ignazio, Favre e Lainez si stabiliscono fuori Vicenza, nel monastero sconsacrato di s. Pietro in Vivarolo, dove nell’ottobre del 1537 tutti si ritrovano. Proprio in questo luogo il gruppo matura la decisione di denominarsi “Compagnia di Gesù”.

Trascorso ormai un anno dal loro arrivo a Venezia, i membri della Compagnia ritengono sciolto il voto di recarsi in Terra Santa e decidono, sempre a due a due, di intraprendere il viaggio verso Roma per presentarsi al Papa, secondo quanto hanno deliberato a Montmartre, affinché egli assegni a ciascuno di loro il lavoro apostolico. Ignazio intraprende il viaggio verso Roma in compagnia di Favre e Lainez e nel novembre del 1537, a una trentina di chilometri dalla Città eterna, in una cappellina situata ad un bivio nel luogo detto “La Storta”, Ignazio sperimenta una elevata grazia mistica: Dio lo mette con suo Figlio (Autobiografia, X, 96). Egli ormai è chiamato alla mistica dell’unione, ma anche a quella del servizio, a consacrare cioè, la sua vita al servizio divino, a servire in concreto la Chiesa che in Roma ha il suo centro nella persona del Papa. Come tale la visione de “La Storta” può essere interpretata anche come una conferma mistica della clausola papale del voto di Montmartre.

Nella Pasqua del 1538 tutti i membri della Compagnia si ritrovano a Roma e tra il 18 e il 23 novembre dello stesso anno, si presentano al papa Paolo III che li accoglie con gioia e presto pensa a quale attività apostolica assegnare loro. Il 25 dicembre Ignazio celebra la sua prima messa nella Basilica di S. Maria Maggiore, ha atteso così a lungo perché fino all’ultimo aveva sperato di poterla celebrare in Terra Santa.

Il 3 settembre del 1539 Paolo III approva a voce l’esistenza della Compagnia di Gesù e a distanza di un anno, il 27 settembre 1540, sempre Paolo III la conferma con la Bolla Regimini militantis Ecclesiae. Il 9 aprile del 1541 Ignazio viene eletto primo superiore generale della Compagnia e il 22 aprile, nella Basilica di s. Paolo fuori le mura, tutti i membri della Compagnia fanno la loro professione solenne all’altare del Santissimo. A partire dal 1547 Ignazio è impegnato nella stesura delle Costituzioni della Compagnia di Gesù, che ultima nel 1553. Ormai Ignazio è certo che Roma è la sua Terra Santa e infatti dalla Città eterna non uscirà più, occupandosi fino alla morte di mantenere nell’unità e nella coesione il corpo della Compagnia che crescerà molto rapidamente.

A partire dal 1553 la salute di Ignazio progressivamente peggiora fino ad aggravarsi pericolosamente ai primi di luglio del 1556. Il 30 luglio egli chiede al suo segretario Giovanni de Polanco di recarsi dal Papa Paolo IV perché desidera che questi gli dia la benedizione degli agonizzanti, ma il segretario non ritiene che Ignazio stia così male e perciò non esaudisce la sua richiesta. All’alba del 31 luglio 1556 qualcuno, entrando nella camera di Ignazio lo trova già agonizzante, allora Polanco si precipita in Vaticano per richiedere la benedizione del Vicario di Cristo, che Paolo IV sollecitamente concede, ma quando ritorna a casa, Ignazio è già morto. Il fondatore della Compagnia di Gesù è spirato senza benedire i suoi compagni, senza designare un successore, senza aver compiuto nessuno di quei gesti solenni che i servi di Dio solitamente compiono: è morto nel modo più semplice e comune possibile.

Nel 1609 il papa Paolo V proclama beato Ignazio di Loyola. Nel 1622 il papa Gregorio XV lo canonizza nella basilica di s. Pietro insieme a: Isidoro di Siviglia, Francesco Saverio, Filippo Neri e Teresa d’Avila.

 

 

1.4 Gli scritti di Ignazio di Loyola

 

 

Gli Esercizi spirituali. Ignazio comincia a lavorare al suo capolavoro molto spontaneamente e senza alcuna coscienza del punto di arrivo a cui sarebbe giunto (Autobiografia, XI, 99). Egli inizia ad annotare qualcosa nella casa di Loyola, durante la seconda fase della sua convalescenza per la grave ferita riportata a Pamplona, nel periodo settembre 1521-febbraio 1522, nel quale sperimenta l’alternarsi in lui di consolazioni e desolazioni (Autobiografia I, 8; Esercizi spirituali, 176). La redazione sostanziale degli Esercizi però, avviene durante il periodo che Ignazio trascorre a Manresa, dal marzo del 1522 al febbraio del 1523, di cui non possediamo il testo, ma che quasi certamente comprendeva: l’esame particolare e l’esame generale di coscienza; la chiamata del re temporale; la meditazione sulle due bandiere; le regole per il discernimento degli spiriti della prima e seconda settimana e le regole per capire gli scrupoli e insinuazioni del nemico (Esercizi spirituali, 24-44; 91-100; 137-149; 313-336; 345-351). Negli anni dal febbraio 1523, data della sua partenza da Manresa, al marzo del 1535, data della sua partenza da Parigi, Ignazio arricchisce ulteriormente il testo, presumibilmente con: le annotazioni; la meditazione dei tre binari; la considerazione sui tre gradi di umiltà e le regole per sentire con la Chiesa (Esercizi spirituali, 1-20; 147-157; 165-168; 352-370). Negli anni dal 1535 al 1547 Ignazio perfeziona letterariamente il testo e si ritiene che aggiunga qualche elemento secondario: purtroppo il vero autografo del libro non esiste. Successivamente lo scritto è tradotto in latino dal p. Andrea Freux, approvato ufficialmente da papa Paolo III, con il Breve Pastoralis Officii, il 31 luglio del 1548 e pubblicato da Ignazio nello stesso anno. Questo testo traduce a livello letterario l’esperienza personale del fondatore della Compagnia di Gesù, fatta oggetto di discernimento e mira a suscitare in chi lo accosta, un’esperienza spirituale di discernimento e di incontro con Dio, analoga a quella vissuta dal suo autore.

Il Diario spirituale. Questo scritto ignaziano si compone di due quadernetti, rispettivamente di 13 e di 12 fogli; il primo è datato dal 2 febbraio al 12 marzo 1544, il secondo è datato dal 13 marzo 1544 al 27 febbraio 1545. Tali quadernetti costituiscono il solo vero autografo di Ignazio giunto fino a noi, insieme a pochi altri fogli sparsi e sono sufficienti a correggere l’immagine stereotipa che molti agiografi si sono fatta di Ignazio: un grande asceta e uno stratega religioso dotato di un estremo realismo. In queste poche pagine si rivela invece, un Ignazio dotato di doni mistici e di un misticismo di cui sono segni inconfondibili: la visione semplice e intuitiva delle realtà divine e la passività del conoscere e dell’amare. La mistica ignaziana è prevalentemente trinitaria ed essenzialmente eucaristico-liturgica, incentrata sul sacrificio di Cristo. Le grandi grazie e illuminazioni che Ignazio riceve infatti, avvengono quasi sempre durante la messa e prolungano le ispirazioni ricevute al mattino durante l’azione liturgica. Questa mistica, a differenza di quella di altri santi, non è tanto rivolta alla fruizione interiore del dono di Dio, quanto alla risposta dell’uomo in un servizio di amore, al fine di compiere pienamente la volontà divina costruendo il Regno di Dio in se e negli altri. I doni mistici spirituali e sensibili descritti nel Diario sono una ventina. Il più frequente è quello delle lacrime, ricordato ben 175 volte; un lacrimare tenero e commosso che rivela uno degli aspetti più impensati di Ignazio; un lacrimare talora accompagnato da singhiozzi (26 volte) così forti da impedire l’uso della parola e così intensi da temere di perdere la vista.

Le Costituzioni. Il lavoro di Ignazio e dei suoi primi compagni intorno alle Costituzioni inizia immediatamente dopo che essi, nella primavera del 1539, deliberano di fondare la Compagnia di Gesù. Il primo documento è redatto da Ignazio con la collaborazione di tutti i compagni, nei primi giorni del luglio 1539. Gli elementi fondamentali del nuovo ordine, sintetizzati in cinque punti sono presentati, il 3 settembre dello stesso anno, a Paolo III che concede una sua prima approvazione orale. Si deve attendere invece un anno intero, il 27 settembre 1540, prima che lo stesso pontefice sancisca con l’autorità suprema della Chiesa, l’esistenza del nuovo ordine, con la Bolla Regimini militantis Ecclesiae. Questa Bolla tra l’altro, riconosce al preposito generale l’autorità di scrivere le Costituzioni, con il parere dei compagni, salvo sempre il diritto di decidere a maggioranza di voti quando questi risultino utili al fine proposto. In una riunione tenutasi il 4 marzo 1541, viene affidato a Ignazio e a Codure l’incarico di studiare le questioni, di deliberare su di esse e di riferire poi, ai compagni, sul lavoro compiuto; il risultato di tutto ciò è un primo passo importante verso le Costituzioni dell’ordine: le cosiddette Costituzioni del 1541. L’improvvisa morte del Codure però, lascia Ignazio solo a continuare il lavoro delle Costituzioni, poiché gli aiuti che egli riceve fino al 1547 dai segretari di allora, non sono altro che semplici esecuzioni materiali. Nel marzo del 1547 è nominato segretario della Compagnia Giovanni Alfonso de Polanco, che si rivela subito un valido aiuto per Ignazio e infatti, nel breve tempo di circa tre anni, le Costituzioni sono redatte. All’inizio del 1551 Ignazio convoca a Roma i suoi compagni, per sottoporre al loro giudizio e alle loro osservazioni il testo delle Costituzioni. Alle osservazioni fatte dai padri convocati, in gran parte accolte, Ignazio ne aggiunge altre e ben 220 risultano nel complesso le correzioni da lui apportate, di sua mano, alle Costituzioni e che determinano la redazione di un nuovo testo. Questo nuovo testo è finito nell’aprile del 1553 ed è chiamato Autografo di s. Ignazio, a significare che è lo scritto autentico delle Costituzioni. Le Costituzioni della Compagnia di Gesù non espongono una dottrina e neppure fissano leggi e regole da applicarsi direttamente alla realtà e in maniera univoca da parte di qualunque membro dell’Ordine, piuttosto mirano a suscitare, orientare e guidare autoritativamente l’esperienza spirituale della comunità e di ogni individuo che la compone.

L’Autobiografia. Questo testo è scritto negli anni dal 1553 al 1555, in parte in spagnolo e in parte in italiano, dal gesuita portoghese Luis Goncalves da Camara, il quale ha annotato diligentemente diversi discorsi fattigli a più riprese da Ignazio stesso. L’Autobiografia contiene il racconto della vita di Ignazio: dal tragico episodio di Pamplona (1521), dal quale ha inizio la sua conversione religiosa, al suo arrivo definitivo a Roma (1538). Lo scritto è composto grazie alla chiarezza di memoria di Ignazio e alla diligenza del Goncalves, che al termine dei colloqui con lui, si ritira immediatamente in camera a trascrivere “alla lettera” quanto ha appena udito. Nonostante ciò, qualche errore di distrazione sfugge al fondatore della Compagnia di Gesù, ad esempio laddove egli afferma che fu ferito a Pamplona all’età di ventisei anni, mentre in realtà doveva averne trenta. A parte questo appare comunque chiara l’importanza di questo scritto per la conoscenza della vita e dell’esperienza spirituale di Ignazio. Tutta l’Autobiografia può essere analizzata alla luce di una considerazione basilare: essa manifesta l’opera pedagogica di Dio nei riguardi di Ignazio. Prima di essere una narrazione di eventi storici o un resoconto di fatti esterni o una descrizione di fenomeni puramente psicologici, L’Autobiografia è il racconto di un pellegrino alla ricerca di Dio ed è l’espressione di come il Signore lo ha diretto fin dall’inizio della sua conversione. Solo in un secondo tempo, a questa storia di Dio in un’anima, corrisponde la storia della collaborazione di Ignazio, teso alla ricerca della volontà del Signore. Nella luce sapienziale, arricchita dall’esperienza di tanti doni, trent’anni più tardi, Ignazio è in grado di cogliere, dietro il pellegrinare esterno da un posto all’altro della terra, il suo cammino interiore verso Dio e verso il centro del proprio “io”.

L’Epistolario. Le lettere di Ignazio raggiungono il considerevole numero di settemila e si dividono in due sezioni molto ineguali. La prima comprende il periodo: dalla conversione (1521), al definitivo arrivo a Roma (1538); di tale periodo sono state conservate e trasmesse una ventina di missive. La seconda comprende il periodo: dal definitivo arrivo a Roma (1539), alla morte (1556); tale periodo contiene il resto della sua corrispondenza. Alla prima sezione appartengono alcuni autografi e gli apografi delle rimanenti lettere. Alla seconda sezione appartengono un certo numero di autografi, diversi apografi e un gran numero di minute di lettere scritte da Ignazio stesso o per suo incarico, dai segretari. Purtroppo un certo numero di lettere sono andate perdute. L’inesauribile ricchezza di questo epistolario si può ripartire in quattro categorie a seconda dell’oggetto: le lettere di direzione spirituale, nelle quali Ignazio rivela le sue doti di guida spirituale; le lettere politiche, nelle quali Ignazio si rivolge ai re e ai grandi della terra del suo tempo; le lettere sulla riforma della Chiesa, nelle quali egli si rivolge ai papi e ai cardinali; le lettere di governo, nelle quali si rivolge ai membri del suo Ordine. L’epistolario ignaziano rivela la ricchezza spirituale e umana del fondatore della Compagnia di Gesù, appena velata dalla scorza di una prosa scarna e rude, ma estremamente comunicativa. Tale epistolario si può definire plurifacetico; è una corrispondenza sfaccettata e brillante come un cristallo.

 

 

2. IGNAZIO, MAESTRO DI PREGHIERA

 

 

 

2.1 Introduzione

 

 

L’esperienza spirituale di Ignazio di Loyola è confluita interamente nel libro degli Esercizi, piccolo manuale di preghiera pratica, cioè finalizzata alla conversione, ad aiutare l’uomo a passare da un orientamento ancora egoistico della volontà e affettività, ad un orientamento sempre maggiormente in sintonia con l’opzione fondamentale, che si suppone già affermata almeno nell’apice della libera volontà. L’uomo viene condotto a gustare e coltivare profonde e radicate convinzioni, poiché si è consapevoli che senza un cambiamento degli abiti mentali non è possibile alcuna duratura conversione. La preghiera degli Esercizi spirituali dunque, influisce sulla vita dell’uomo e la conduce all’edificazione del Regno secondo la vocazione personale di ciascuno. A tal fine è necessario viverla:

·              in atteggiamento di consegna di se stessi alla volontà salvifica e trasformatrice di Dio amore. In tal senso è una preghiera fiduciosa, un abbandonarsi nelle mani del Signore non vedendo e non capendo subito tutto, ma confidando di vedere e capire quando e quello che Dio vorrà. La preghiera ignaziana conduce a vivere in pace l’oscurità del proprio intendere e operare e per questo la si può definire antirazionalista;

·              in ascolto della Parola. In tal senso è una preghiera che penetra, nella sobrietà e illuminazione della Parola, la sostanza del rapporto tra la volontà salvifica e santificante di Dio e la nostra e poiché scaturisce dall’ascolto della Parola, si situa nell’ambito di una esperienza sulla Rivelazione, costituendo la risposta di una esperienza di rivelazione. La Parola ascoltata nella preghiera è chiamata a divenire creatività di vita e motivo di comunicazione con il Signore. Come per Gesù, ugualmente per noi, la preghiera è l’ascolto della chiamata continua che il Padre ci rivolge al fine di farci conoscere i Suoi tempi, che compongono poi, il tempo di Cristo, nel quale Egli in amorosa obbedienza salva il mondo;

·              in ammirazione ed esultanza nei confronti di Dio, anche quando opera duramente e mette l’uomo alla prova, al fine di trarlo dal male e portarlo alla perfetta carità. In tal senso è una preghiera che rende grazie al Signore e vivifica l’anima, aiutandola a mantenersi in tensione di amore entusiasta, in maniera che, qualsiasi cosa accada, essa permanga sempre nella dimensione della lode interiore;

·              in ripetizione, adeguata a ciascuna persona, dell’esperienza di Gesù al Getsemani. In tal senso è una preghiera che aiuta a porsi nelle mani di Dio Padre che agisce nell’uomo come ha agito nel Verbo incarnato. La preghiera ignaziana ingloba l’esperienza del dolore, provocato dal cambiamento che è operato nell’uomo dalla conversione; questo ulteriore aspetto dell’orazione implica per la persona il riconoscersi: povera, umile e peccatrice, al fine di scoprire veramente il volto paterno di Dio.

 

 

2.2 L’orazione ignaziana e il suo schema

 

 

Gli Esercizi spirituali non contengono una definizione di preghiera; Ignazio per orazione intende un insieme di operazioni che preparano e dispongono l’anima a levar da se stessa ogni affetto disordinato, al fine di cercare e trovare la volontà divina all’interno della propria vita (Esercizi spirituali, 2-4).

1. Ignazio parte da un presupposto che lui stesso ha sperimentato: Dio comunica liberamente, il Creatore opera immediatamente nella creatura (Esercizi spirituali, 15) e l’orazione è il luogo dell’incontro di Dio con l’uomo. Il fondatore della Compagnia di Gesù utilizza espressioni quali: entrare in contemplazione (Esercizi spirituali, 76); entrare nell’esercizio (Esercizi spirituali, 131); entrare nell’orazione (Esercizi spirituali, 239); l’uso della parola “entrare” evoca l’idea che la preghiera sia un luogo nel quale il Signore invita ad andare e nel quale penetra lo Spirito. Entrando in questo luogo l’uomo incontra Dio e si consegna a Colui che gli parla e intende disporre totalmente della sua vita. Ignazio è convinto che lo Spirito di Dio è il vero maestro dell’orazione: è lo Spirito infatti, che prega nell’uomo, il quale non è in grado di pregare in maniera adeguata; per questo le puntualizzazioni metodiche ignaziane, di cui parleremo, sono dirette più all’ambientazione dell’orazione che non al concreto modo di pregare. L’orazione dipende solo da Dio e il compito dell’uomo è unicamente quello di disporsi adeguatamente nei suoi confronti (Esercizi spirituali, 4).

2. L’orazione è esperienza, non è conoscenza nozionistica di Dio e non è neppure scienza di Dio, ma sapienza che conduce l’uomo a gustare la presenza del Signore, per questo Ignazio raccomanda il sentire e gustare le cose interiormente (Esercizi spirituali, 2), poiché la preghiera non è questione di sapere ma di assaporare. La parola sentire è propria del vocabolario ignaziano, unita ad alcuni derivati: sentire consolazione o desolazione, avere sentimento spirituale (Esercizi spirituali, 62); sentire conoscenza interiore dei peccati (Esercizi spirituali, 63); sentirsi inclinato e affezionato ad alcune persone (Esercizi spirituali, 342). Il termine è complesso e ricco di significati ma frequentemente, ha una connotazione affettiva indicante che la persona è soggetto passivo di un’esperienza interiore di grazia. Per Ignazio è fondamentale che Dio entri, tocchi e modifichi la vita affettiva dell’uomo e infatti, i termini che presentano una connotazione affettiva sono frequenti nel vocabolario degli Esercizi, citando solo i principali abbiamo: comunicazione divina, abbraccio (Esercizi spirituali, 15); mozione interiore (Esercizi spirituali, 155); affezionarsi (Esercizi spirituali, 97).

3. L’orante si accosta alla preghiera con grande liberalità, offrendo a Dio, fin dall’inizio, tutto il suo volere e la sua libertà in assoluta disponibilità (Esercizi spirituali, 5), poiché egli prega veramente solo quando dischiude il suo udito interiore. Per Ignazio dunque, l’uomo si dispone alla preghiera attuando il silenzio interiore, condizionato da quello esterno e appartandosi da amici e conoscenti. In questo isolamento e silenzio interno, l’intelletto umano si unifica e la persona può porre tutta la sua attenzione nel servizio del Creatore, liberando le sue facoltà naturali al fine di cercare con diligenza ciò che desidera. In tal modo, quanto maggiormente l’anima si trova sola e appartata, più diviene capace di avvicinarsi e unirsi a Dio e quanto più si unisce a Lui, maggiormente si dispone a ricevere grazie e doni dalla divina e somma bontà (Esercizi spirituali, 20). La disposizione corporea dell’orante e le circostanze in cui avviene la preghiera, condizionano certamente, in positivo o in negativo, l’orazione stessa.

4. L’orazione ignaziana unisce la coscienza della grandezza trascendente di Dio, il totalmente Altro, la divina maestà, nome che ricorre 23 volte negli Esercizi, con la convinzione, sperimentata, della Sua vicinanza e comunicazione all’uomo. Dio abbraccia l’orante nel suo amore, che in Gesù, l’infinita maestà (Esercizi spirituali, 98) si è avvicinato a lui, ma nello stesso tempo lo trascende. Innanzi al Signore pertanto, l’atteggiamento dell’orante deve essere sempre rispettoso e riverente (Esercizi spirituali, 3; 38; 75). Ignazio è molto attento ai dettagli e ricorda all’uomo che nell’orazione, quando egli parla con Dio o i suoi santi, è richiesta maggior riverenza di quando utilizza l’intelligenza per capire (Esercizi spirituali, 3). Il Signore solamente costituisce la felicità dell’uomo, quando questi lo adora e ama incondizionatamente (Esercizi spirituali, 15).

5. Ignazio è stato accusato spesso di volontarismo e certamente lo sforzo è sommamente presente negli Esercizi, ma il fondatore della Compagnia di Gesù non è un volontarista: egli infatti, pone sempre l’azione della grazia accanto allo sforzo umano, necessario al vincere se stesso (Esercizi spirituali, 21). Nella chiamata del Re eterno (Esercizi spirituali, 91-100) l’orante che vuole servire Cristo presenta al Signore la sua intenzione, ma questa è comunque condizionata al maggior servizio e lode Sua e al fatto che Cristo lo voglia eleggere e ricevere (Esercizi spirituali, 98). Nei colloqui delle bandiere (Esercizi spirituali, 137-149) ugualmente, l’orante si rivela desideroso ed entusiasta di combattere per Cristo, ma a condizione che Questi lo voglia ricevere al suo servizio (Esercizi spirituali, 147). Nell’orazione dunque, l’uomo si offre e si dispone a grandi sacrifici per il Signore, ma rimane soggetto alla elezione di Dio.

6. L’orazione ignaziana mira al discernimento, alla ricerca della volontà divina, per cui l’uomo cercherà sempre in essa, di rendersi attento ascoltatore della parola di Dio nella sua interiorità e di vagliare conseguentemente, le mozioni che la Parola ha suscitato in lui. La preghiera ignaziana insegna all’uomo a fermarsi nel punto in cui egli percepisce particolarmente la Parola del Signore, al fine di riposarsi in essa, senza aver l’ansia di procedere oltre, finché rimanga completamente soddisfatto (Esercizi spirituali, 76). Questo esercizio favorisce il sorgere delle mozioni, consolazioni e desolazioni, che Ignazio raccomanda all’orante di annotare e di presentare successivamente al padre spirituale, affinché questi possa aiutarlo nel processo del discernimento.

La preghiera ignaziana si compone delle seguenti parti.

La preparazione lontana alla preghiera, che comprende le disposizioni alla preghiera in generale: purezza di coscienza, dominio di sé, magnanimità (Esercizi spirituali, 5).

La preparazione vespertina della preghiera, che comprende la lettura dei passi della Bibbia sui quali verterà l’orazione e la consultazione di un buon commento che chiarisca il contesto e il messaggio di base.

Le addizioni, che comprendono: prima di andare a dormire pensare per il tempo di un Ave Maria a cosa si mediterà l’indomani; la mattina appena svegli rimanere nell’umore e disposizione che meglio conviene alla preghiera; prima di iniziare a pregare sperimentare la presenza di Dio inginocchiandosi, o compiendo un qualsiasi altro atto di riverenza e umiltà e quindi scegliere l’atteggiamento corporeo che meglio si addice all’orazione e venerazione di Dio e che aiuta a trovare quello che si desidera; fare quindi, la preghiera preparatoria riprendendo il brano scelto per la preghiera o anche recitando il “Vieni Santo Spirito”, importante è chiedere a Dio che tutte le intenzioni, azioni e operazioni della preghiera siano ordinate al Suo servizio e lode. Questa orazione è molto importante perché soddisfa ad un’esigenza essenziale ad ogni preghiera: la purificazione del pensiero e del cuore, che normalmente è chiamata a perfezionarsi sempre più, preghiera dopo preghiera (Esercizi spirituali, 73-76).

I preamboli, ovvero il richiamare alla memoria la storia o il soggetto sul quale si prega; l’immaginare il luogo in cui è ambientata la storia o l’evento da meditare con i vari personaggi coinvolti; il chiedere quello che si vuole, il frutto che si desidera ottenere dalla preghiera (Esercizi spirituali, 102-105). A proposito del secondo punto bisogna dire che è utile servirsi dell’immagine nella preghiera solo nella misura in cui essa ci aiuta a fissare il nostro sguardo interiore, ma appena questo scopo è raggiunto, è bene abbandonare l’immagine o per lo meno superarla, al fine di entrare nella vera contemplazione d’anima. Circa l’ultimo punto è bene precisare che è pedagogicamente utile per iniziare a disporsi ad accogliere la luce e qualche dono relativo a quello che si vuole raggiungere attraverso l’orazione. In seguito si prega Dio affinché liberi da ciò che si è chiesto, poiché solo il Signore sa di cosa veramente abbiamo bisogno per relazionarci autenticamente con Lui. Ignazio insegna a non legarsi agli effetti della preghiera ma piuttosto ad acquisire gradualmente un atteggiamento libero e aperto nei confronti di Dio che ascolta la nostra orazione secondo l’interpretazione che ad essa dona lo Spirito.

Il cuore dell’orazione, che implica l’applicazione delle tre facoltà dell’anima: memoria, intelletto e volontà e dell’affettività (Esercizi spirituali, 106-108). La memoria si rivolge al passato attingendovi il ricordo delle meraviglie di Dio e ponendosi in un atteggiamento ricettivo; essa rappresenta la fedeltà alla grazia. L’intelletto cerca di leggere il significato della storia e di trarne un profitto particolare, ovvero luce e conoscenza intima, mirando non al molto sapere ma al gusto spirituale (Esercizi spirituali, 2). La volontà o capacità di amare, cerca di far emergere la praticità dell’orazione ignaziana, mirante ad avviare un processo graduale di liberazione che apre ad un nuovo amore e alla novità di vita in Dio (Esercizi 180; 184). Ignazio prescrive che l’orante rimanga in preghiera per un’ora intera e prosegua pure oltre, qualora fosse tentato di accorciare il tempo dell’orazione (Esercizi spirituali, 12-13). Si raccomanda di leggere e rileggere il testo fino a quando l’attenzione interiore non si sofferma su alcune parole e si trae da esse un certo calore o gusto spirituale, o le si percepisce particolarmente importanti per se o per la propria comunità ecclesiale. Allora ci si ferma e le si ripete a bassa voce, ponendo particolare attenzione a chi le pronuncia, di cosa sono piene e dove vogliono condurre. La meta da raggiungere è quella di fermare nel cuore la Parola e addomesticare se stessi ad essa. In tale cammino devono essere incluse le distrazioni e le tentazioni, che non conviene respingere con la forza ma allontanare, o non dando loro retta, o chiedendo a Dio di soccorrerci e starci accanto; conviene comunque, al termine della preghiera, appuntarsi le distrazioni e/o tentazioni più insistenti o forti.

Il colloquio, che chiude la preghiera con alcune invocazioni orali rivolte a Dio (Esercizi spirituali, 109). Si ringrazia il Signore per l’ora di preghiera e per quanto è accaduto in essa e si recita un Padre nostro o un’altra preghiera vocale. Questo momento introduce in un dialogo io-tu con Dio e deve essere fatto seguendo lo stato d’animo del momento, vale a dire: a seconda che ci si trovi tentati o ferventi, o che si desideri acquisire una certa virtù, o che ci si voglia preparare ad un dato impegno, come un amico parla con il suo amico e un figlio con suo padre o con sua madre (Esercizi spirituali, 54), perciò Ignazio prescrive di farlo con grande affetto e tutto il cuore (Esercizi spirituali, 234). Si raccomanda anche un colloquio con Maria e un santo amico, che interceda per noi e ci aiuti. I santi non sono semplici modelli da imitare, essi sono un’ispirazione spirituale che ci raggiunge attraverso la Chiesa e sono quindi importanti perché nutrono l’immaginazione spirituale indispensabile alla nostra creatività spirituale.

L’esame della preghiera, ovvero la sintesi di quello che si è raggiunto o non si è conseguito al termine dell’orazione (Esercizi spirituali, 77). Ignazio non ci ha fornito alcuno schema in merito, ma l’esperienza della scuola ignaziana ha elaborato nei secoli una sorta di struttura, ormai collaudata, per cui possiamo dire che l’esame della preghiera comprende: annotare come ci si è disposti e come si è collaborato all’andamento della preghiera (scelta del luogo di orazione e della posizione corporea assunta, utilizzo dell’ora di preghiera e delle tre facoltà dell’anima); segnare i punti nei quali si è provato maggior gusto spirituale (stupore, fiducia, desiderio di cambiare in meglio la propria vita); segnare i punti nei quali si è provato minor gusto spirituale (resistenze, aridità, distrazioni, tentazioni); annotare come si è conclusa la preghiera (maggior consolazione o desolazione, decisioni nuove prese).

 

 

2.3 Presentazione del testo degli Esercizi e i metodi dell’orazione ignaziana

 

 

Gli Esercizi di Ignazio di Loyola sono una esperienza di Dio suscitata dall’ascolto della Sua parola, compresa e accolta nel proprio vissuto personale sotto l’azione dello Spirito Santo che, in un clima di silenzio e preghiera e con la mediazione di una guida, dona la capacità del discernimento in ordine alla purificazione del cuore e alla sequela di Cristo, per il compimento della propria missione nella Chiesa e nel mondo.

Gli Esercizi spirituali si compongono di quattro settimane precedute da: venti annotazioni che elencano alcune condizioni spazio-temporali e disposizioni richieste a coloro che intendono fare gli Esercizi; una definizione di Esercizi (Esercizi spirituali, 21); un presupposto (Esercizi spirituali, 22) e il principio e fondamento, nel quale Ignazio espone le verità da cui tutto deriva e su cui tutto poggia (Esercizi spirituali, 23).

La prima settimana degli Esercizi corrisponde alla via purgativa e aiuta l’orante a rigettare le sue pulsioni di appropriazione, pertanto si compone degli esami particolare e generale di coscienza e di alcune meditazioni che mirano a: far conoscere l’amore misericordioso del Padre per l’uomo; suscitare la conversione del cuore della persona e rafforzare la sua volontà di seguire Cristo, il Salvatore (Esercizi spirituali, 24-90).

La seconda settimana degli Esercizi corrisponde alla via illuminativa e aiuta l’orante a lasciarsi attrarre da Cristo, modello della divino-umanità e a porsi alla sua sequela, pertanto si compone di diverse contemplazioni riguardanti i misteri della vita di Gesù, dalla nascita alla domenica delle palme, che servono a far conoscere all’orante la persona che egli vuole servire. Queste contemplazioni sono intervallate da due meditazioni (Esercizi spirituali, 137-157) e da una considerazione (Esercizi spirituali, 165-168), miranti a verificare la reale convinzione e disponibilità dell’uomo a porsi alla sequela di Cristo. Questa settimana culmina per l’orante nella elezione, che può essere del genere o stato di vita o di riforma dello stesso (Esercizi spirituali, 91-189).

La terza settimana degli Esercizi corrisponde alla via unitiva e aiuta l’orante a partecipare alla kenosi di Cristo, pertanto si compone di diverse contemplazioni riguardanti i misteri della vita di Gesù, dall’ultima cena alla deposizione nel sepolcro del corpo del Signore (Esercizi spirituali, 190-217).

La quarta settimana degli Esercizi corrisponde sempre alla via unitiva e aiuta l’orante a partecipare agli effetti della risurrezione di Cristo, pertanto si compone di diverse contemplazioni riguardanti le apparizioni del Risorto e di una contemplazione e tre modi di pregare che servono: ad aiutare l’uomo a vivere in comunione di amore costante con Dio, a pregare senza interruzione nella vita quotidiana e a prestare continuamente attenzione filiale al Padre e al compimento della Sua volontà (Esercizi spirituali, 218-260).

Al termine delle quattro settimane Ignazio aggiunge: alcuni misteri della vita di Cristo (Esercizi spirituali, 261-312); le regole per il discernimento degli spiriti più proprie della prima settimana (Esercizi spirituali, 313-327); le regole per il discernimento degli spiriti più proprie della seconda settimana (Esercizi spirituali, 328-336); le regole per la distribuzione delle elemosine (Esercizi spirituali, 337-344); le regole per combattere gli scrupoli (Esercizi spirituali, 345-351) e le regole per l’autentico sentire nella Chiesa militante (Esercizi spirituali, 352-370).

Gli Esercizi conducono alla trasformazione e consegna dell’orante nell’offerta dell’elezione, che restaura in lui l’immagine e somiglianza divina. In tal modo essi superano i trenta giorni e divengono l’espressione dell’essere dell’uomo nel mondo, in e verso Dio.

Nel libro degli Esercizi spirituali Ignazio espone alcuni metodi di preghiera; questi costituiscono una vera e propria educazione dell’anima desiderosa di imparare a pregare. Contrariamente alla leggenda, non esiste un metodo ignaziano, ma il fondatore della Compagnia di Gesù ha attinto, dai diversi autori spirituali in auge nel suo tempo, i metodi che gli sembravano più atti a introdurre l’anima nella vera unione con Dio. Egli non ha operato un’esposizione teorica di questi metodi, ma li ha descritti all’orante man mano che si presentavano nella successione degli Esercizi. L’uomo che desidera unirsi a Dio utilizzerà liberamente l’uno o l’altro di tali metodi, secondo il suo stato d’animo, il tema della sua orazione, le sue disposizioni fisiche o psicologiche, l’essenziale è che egli incontri Dio.

I metodi di preghiera hanno un valore strumentale, servono ad aiutare il singolo a rendersi disponibile, indifferente e docile nei confronti dell’azione libera e liberatrice di Dio che desidera penetrare sempre più in lui, al fine di costituirlo nella libertà del Figlio di Dio. I metodi aiutano la preghiera a divenire sempre maggiormente un dialogo tra l’uomo e Dio, nel quale, in un atteggiamento di ascolto al Signore che parla in Cristo, l’orante ricerca in Dio la sua vera identità e si dispone a comprendere la Sua volontà su di lui. In tal modo la persona è in grado di rispondere concretamente al Signore e di aderire pienamente a Lui.

Il testo degli Esercizi spirituali contiene quattordici differenti maniere di attendere all’orazione: la meditazione, la contemplazione, la considerazione, la ripetizione, il riassunto, l’applicazione dei sensi, l’esame di coscienza generale, l’esame particolare e quotidiano, il primo e secondo modo di elezione, i tre modi di pregare e la contemplazione per raggiungere l’amore.

 

 

2.4 I primi sei metodi dell’orazione ignaziana e rapporto con la S. Scrittura

 

 

La meditazione ignaziana utilizza la ragione umana per arrivare a conoscere meglio Dio. Essa è un approfondimento riflessivo delle Scritture al fine di scoprire cosa Dio rivela di sé nella persona di Gesù e si dimostra utile per imparare, per analogia, come Egli parla negli eventi della vita di ogni uomo. Gli oggetti prevalenti della meditazione, anche se non esclusivi, sono le verità dottrinali, che implicano o sembrano implicare materie astratte e si sviluppano dando spazio al ragionamento. Nella meditazione le tre facoltà dell’anima (memoria, intelletto e volontà) non sono ancora unificate, vale a dire che si esercitano in maniera distinta e discorsiva, attraverso passaggi successivi. Questo metodo di preghiera è raccomandato nella prima settimana degli Esercizi spirituali e nella seconda: chiamata del re temporale (Esercizi spirituali, 91-100); meditazione sulle due bandiere (Esercizi spirituali, 137-149) e meditazione sulle tre categorie di persone (Esercizi spirituali, 150-157).

La contemplazione ignaziana utilizza l’immaginazione per arrivare a conoscere meglio Dio. Rispetto alla meditazione predilige il vedere sull’ascoltare, implicando la visione immaginaria dell’episodio che si considera, come se si fosse partecipi di esso, è quindi più fantasiosa e meno intellettuale. Gli oggetti prevalenti della contemplazione sono i misteri della vita, passione, morte e risurrezione di Cristo. Nella contemplazione le tre facoltà dell’anima si esercitano in maniera unificata e semplificata. Ignazio usa il verbo spagnolo refletir, in italiano, riflettere (Esercizi spirituali, 107) quando esplica l’esercizio della contemplazione, che per lui significa esporre se stessi al mistero contemplato, divenirne il riflesso, esserne trasformati in virtù di una presenza reciproca. Questo metodo di preghiera è raccomandato nella seconda, terza e quarta settimana degli Esercizi spirituali.

La considerazione è una riflessione non organizzata, ma di durata determinata, da farsi a intervalli regolari per tutto il giorno e implica l’utilizzo discorsivo delle tre facoltà dell’anima quindi, è più simile alla meditazione. Questo metodo di preghiera è raccomandato nel principio e fondamento (Esercizi spirituali, 23) e nella seconda settimana degli Esercizi: sui tre gradi di umiltà (Esercizi spirituali, 165-168). In quest’ultimo caso Ignazio la abbina al triplice colloquio: con Nostra Signora perché interceda per l’orante presso il Figlio; con il Figlio perché interceda per l’orante presso il Padre; con il Padre perché conceda all’orante quanto chiede. Proprio tale abbinamento dei tre gradi di umiltà al triplice colloquio, impedisce di ridurre questa considerazione a un semplice fatto intellettuale, cosa che invece capita nel caso del principio e fondamento.

La ripetizione invita a ripetere tutto l’esercizio (o più esercizi) precedentemente fatti e quindi segue a uno dei tre metodi appena esposti, notando e fermandosi laddove si è sperimentata maggior consolazione o desolazione spirituale. I suoi punti di appoggio pertanto sono: il sentire e gustare interiormente ignaziano (Esercizi spirituali, 2) e il fermarsi laddove si trova quello che si desidera (Esercizi spirituali, 76). La pausa in questo caso specifico diviene metodo di preghiera. La ripetizione riguarda principalmente la dimensione affettiva dell’orante, che pone la sua attenzione non tanto su ciò che ha appreso nella preghiera, ma piuttosto su quello che ha sperimentato e sentito interiormente in essa. Questo metodo è raccomandato nella prima settimana degli Esercizi (Esercizi spirituali, 62) e successivamente nella seconda, terza e quarta (Esercizi spirituali, 118-120; 148; 159; 204; 208). E’ il metodo di preghiera ignaziano che colui che fa gli Esercizi è chiamato a praticare più volte.

Il riassunto utilizza l’intelligenza, che compie la reminiscenza e ripercorre assiduamente solo alcune delle realtà già pregate, che riemergono naturalmente, senza inutili divagazioni e questo perché l’orazione ignaziana non fomenta la curiosità intellettuale ma incentiva piuttosto la profondità spirituale. Il cuore dell’orante è infatti, chiamato progressivamente ad assorbire e impregnarsi di ciò che ha meditato, contemplato o considerato e questo metodo aiuta in proposito, poiché in ultima analisi si tratta di una “ruminatio” di alcuni punti sui quali l’uomo ha già compiuto la preghiera. Il riassunto è una sorte di passaggio dall’analisi alla sintesi, giacché induce a un tipo di orazione più semplificata, non solo in merito ai contenuti ma soprattutto agli effetti della preghiera che è chiamata a divenire sempre più un solo atto di amore ininterrotto. Questo metodo è raccomandato nella prima settimana degli Esercizi, dopo la ripetizione (Esercizi spirituali, 64).

L’applicazione dei sensi utilizza i cinque sensi dell’immaginazione sulle realtà già meditate o contemplate infatti, all’interno degli Esercizi è proposta al termine del giorno, sulla materia già pregata e ripetuta e consiste nell’assegnare a ciascun senso un aspetto di questa; sicuramente è più intuitiva rispetto alla meditazione e alla contemplazione. Tale metodo si radica sull’importanza che Ignazio attribuisce ai sensi corporei, quali porte della conoscenza umana, necessari alla persona al fine di instaurare un contatto con la realtà. Nell’esercizio dell’applicazione dei sensi è l’immaginazione a ricoprire il ruolo fondamentale, attraverso la sua capacità di evocare, ricostruire e creare situazioni e avvenimenti. Tramite il visibile, questo metodo mira a far captare all’orante, in modo unitario, semplice e profondo, l’invisibile e a condurlo all’esperienza del gusto di Dio. Questo metodo è raccomandato in tutte e quattro le settimane degli Esercizi (Esercizi spirituali, 65-70; 121-125).

La preghiera ignaziana è applicata principalmente alla storia della salvezza, della quale cerca di mettere a frutto l’efficacia di conversione. Tale efficacia dipende soprattutto dall’opera dello Spirito Santo che è presente e attivo nella Parola da Lui stesso ispirata e nel cuore del credente che la accoglie e la prega. Quest’ultima contiene anzitutto la verità evangelica, ovvero il modo di pensare, vedere e giudicare il mondo, gli avvenimenti e le persone, proprio di Dio e di Gesù. In tal modo essa viene incontro al primo bisogno di conversione di mentalità, di valori e di criteri che sono al principio dei pensieri e giudizi umani. Aiutando ad assimilare la Parola-verità, l’orazione aiuta l’uomo ad entrare nel pensiero di Dio e influendo sui suoi concetti e giudizi, l’induce a vedere e interpretare la realtà secondo quella scala di valori che rende la sapienza di Cristo tanto diversa da quella del mondo (1 Corinzi 1,17). La Parola di Dio inoltre, contiene insieme alla verità evangelica, le preferenze e gli affetti di Cristo, perciò la sua interiorizzazione e assimilazione aiuta gradualmente la persona ad assumere i modi di sentire di Cristo stesso.

L’orazione sulla Parola, secondo la concezione ignaziana, espleta la sua intrinseca efficacia se sono rispettate le seguenti condizioni:

·              deve essere esercitata con frequenza quotidiana e per un lungo periodo di tempo. Il mese ignaziano prevede quattro o cinque orazioni al giorno, ciascuna della durata di un’ora (Esercizi spirituali, 12);

·              deve coinvolgere tutta la persona, mente e cuore e deve essere fonte di mozioni interiori: consolazioni e gioie, ma anche desolazioni e oscurità (Esercizi spirituali, 6);

·              deve essere valorizzata la qualità della riflessione orante e non la quantità di Parola di Dio considerata, poiché è fondamentale che l’orante senta e gusti le cose internamente (Esercizi spirituali, 2) e si fermi maggiormente nel punto in cui troverà quello che cerca, senza aver l’ansia di procedere oltre, finché rimanga completamente soddisfatto (Esercizi spirituali, 76);

·              deve prefiggersi un frutto preciso che si individua all’inizio e si conferma alla fine di ogni orazione (nei cosiddetti preamboli, Esercizi spirituali, 104 e colloquio, Esercizi spirituali, 109); tale frutto presuppone quello conseguito attraverso la precedente preghiera ed è ordinato al frutto della successiva. In tal modo l’orante esperimenta un itinerario spirituale orientato verso un punto finale;

·              deve essere accompagnata da una persona che vagli tutto ciò che in fatto di pensieri e affetti si muove nel cuore dell’orante e che prevenga ogni inganno e illusione (Esercizi spirituali, 7).

 

 

 

 

 

2.5 Gli esami di coscienza generale e particolare

 

 

L’esame di coscienza generale ignaziano è una preghiera, è l’ascolto del proprio cuore, è un dialogo nel quale si esplicita la fede e la propria relazione con Dio e il Suo primato. In questo colloquio con il Signore l’orante inizia a vedersi con i Suoi occhi e in tal modo accresce la memoria spirituale di se stesso.

L’esame di coscienza come lo concepisce Ignazio, parte da Dio che guarda l’uomo e che lo penetra con il Suo amore e il Suo spirito. Tale preghiera esplicita il rapporto dell’orante con Dio e lo aiuta a rendersi conto di come scorrono in lui la Sua vita e il Suo amore; ciò conduce alla maturità della fede, ovvero al saper vivere costantemente alla presenza del Signore. Attraverso l’esame di coscienza l’orante si riconosce persona redenta e preziosa agli occhi di Dio.

Ignazio raccomanda di fare l’esame di coscienza a metà giornata e prima di andare a letto, secondo il seguente ordine (Esercizi spirituali, 43):

·              l’orante rivolge l’attenzione a Dio, lo ringrazia per tutti i benefici che gli ha elargito e invoca la luce dello Spirito;

·              chiede quindi la grazia di riconoscere i suoi peccati e si vede come lo vede Dio, che lo ama e ha donato la Sua vita per lui;

·              ripercorre la giornata dall’ora in cui si è alzato fino al momento presente, prestando attenzione alle relazioni intercorse, all’attività svolta e ai pensieri più ricorrenti o significativi, esaminandosi in pensieri, parole ed opere (questo è il punto morale dell’esame);

·              chiede perdono a Dio per le mancanze commesse e riconosce la Sua misericordia e pazienza nei suoi confronti;

·              propone di emendarsi con l’aiuto dello Spirito e gli domanda di mantenerlo nell’intimità con Dio, aiutandolo a guardarsi sempre come Lui lo guarda e ad avere lo stesso sguardo anche nei confronti degli altri e del mondo.

L’esame di coscienza ignaziano si può quindi definire un evento da ricordare, che è l’esperienza di redenzione, la memoria pasquale, attraverso la quale l’orante impara a minimizzare ogni perfezionismo moralistico, volontaristico o psicologico e a vivere sempre maggiormente la libertà di figlio di Dio.

Attraverso la pratica frequente dell’esame generale l’orante, gradualmente, impara ad isolare quelle zone di sé che egli sperimenta non ancora penetrate dall’amore dello Spirito; a questo punto subentra l’esame particolare e quotidiano, ovvero l’osservazione attenta di queste zone oscure o difetti particolari, che egli deve estirpare da se con umiltà, fiducia e perseveranza, invocando l’aiuto di Dio.

L’esame particolare si compone di:

·              un fine, che è quello di correggersi di un difetto specifico e pericoloso per noi. Ignazio raccomanda di occuparsi dei difetti esterni, che scaturiscono dal carattere o dall’educazione ricevuta e che possono compromettere il frutto del contatto evangelico con gli altri;

·              un’operazione, che mira a correggere il difetto in questione. Il difetto si corregge iniziando a guardarsi con diligenza dal cadere in esso, facendo però attenzione a non incorrere in una tensione perfezionistica ma imparando a custodire il cuore;

·              un esercizio, che si compone di tre tempi e di due momenti di esame (Esercizi spirituali, 24-31): al mattino l’orante rinnova il proposito di correggersi di quel determinato difetto e si affida a Dio; a metà giornata, durante l’esercizio dell’esame di coscienza generale, egli rileva davanti a Dio quante mancanze ha commesso in merito al difetto in questione e riformula il suo proposito di emendarsi; alla sera, durante l’esercizio dell’esame di coscienza generale, l’orante ripete l’operazione fatta a metà giornata. Il metodo si completa con i confronti tra il risultato ottenuto alla sera e quello ottenuto a metà giornata; quello rilevato oggi e quello rilevato ieri; quello raggiunto nella settimana in cui si è e quello che si era raggiunto la settimana precedente.

Questo esame è un efficace strumento di conversione che aiuta a progredire nella vita spirituale e ad instaurare un sempre più profondo e serrato rapporto con Dio.

 

 

2.6 Il primo e secondo modo di elezione e l’esame della preghiera

 

 

Questi due modi di far elezione, ovvero di scegliere tra due o più realtà quella che maggiormente orienta la persona a Dio e la conduce a compiere la Sua volontà, sono da praticarsi quando il soggetto vive un tempo tranquillo, non agitato da vari spiriti ed è perciò in grado di utilizzare liberamente le sue facoltà naturali. Entrambi i modi appartengono al terzo tempo di elezione (Esercizi spirituali, 178).

La preghiera che conduce al primo modo di fare elezione utilizza principalmente la facoltà dell’intelletto e comprende sei punti:

·              la persona rinnova la sua appartenenza a Cristo, affinché sia Lui ad agire in lei quindi, presenta al Signore la realtà riguardo alla quale desidera scegliere e verifica la sua libertà rispetto ad essa;

·              invoca lo Spirito Santo affinché l’aiuti a mantenersi spiritualmente indifferente in merito alla scelta che deve compiere, la quale deve farsi solo per la maggior gloria di Dio;

·              chiede a Dio di aiutarla affinché possa riflettere bene e fedelmente con il suo intelletto e infine scegliere secondo la Sua volontà;

·              pondera, riflette e considera, ragionando con l’intelletto, quanti vantaggi e svantaggi le proverrebbero, in ordine alla maggior lode di Dio, se scegliesse la realtà in oggetto e di seguito, quanti vantaggi e svantaggi le proverrebbero, sempre in ordine alla maggior lode di Dio, se non scegliesse la realtà in oggetto; quindi scrive sia gli uni che gli altri;

·              osserva da quale parte la ragione inclina maggiormente e in tal modo compie la scelta, seguendo la mozione razionale;

·              offre a Dio la scelta effettuata affinché Egli la riceva e confermi, se è di Sua maggior lode e servizio (Esercizi spirituali, 179-183).

Questo modo di orazione richiede una persona dall’intelletto purificato e quindi in grado di ragionare bene spiritualmente, perciò è utile che il soggetto sottoponga tutto l’itinerario della preghiera ad un padre spirituale al fine di verificarne il presupposto.

La preghiera che conduce al secondo modo di fare elezione utilizza principalmente la facoltà della volontà e comprende quattro regole e una nota:

·              la persona ricorda che l’amore che la muove e la fa scegliere discende direttamente da Dio, per cui essa è chiamata a decidersi spinta solo dall’amore che nutre per il Signore, in risposta all’amore immenso che Egli nutre per lei e continuamente le dimostra;

·              immagina uno sconosciuto e desiderando per lui ogni perfezione, considera ciò che gli direbbe di fare e di scegliere per la maggior gloria di Dio, quindi procura di osservare lei stessa ciò che ha consigliato a lui;

·              si immagina in punto di morte e considera il comportamento che in quel momento avrebbe voluto tenere riguardo alla presente scelta e regolandosi su di esso, prende la sua decisione;

·              immagina e considera come si troverà nel giorno del giudizio e pensa a come allora vorrebbe aver deliberato in merito alla realtà presente e la regola che allora vorrebbe aver seguito, la segue nel momento presente, al fine di potersi trovare in futuro, con piena soddisfazione e gioia;

·              adottate le suddette regole per la sua salvezza eterna, la persona compie la sua elezione e oblazione a Dio, seguendo il sesto punto del precedente modo di fare elezione (Esercizi spirituali, 184-188).

Questo modo di orazione richiede una persona dall’immaginazione purificata e quindi in grado di fantasticare bene spiritualmente, perciò è utile che il soggetto sottoponga tutto l’itinerario della preghiera ad un padre spirituale al fine di verificarne il presupposto.

Al termine di ognuna delle due preghiere di cui sopra, è utile che la persona faccia un accurato esame dell’orazione, scrivendo i pensieri e i sentimenti che ha sperimentato in essa e che ritiene: suscitati da Dio o di incerta provenienza. Importante è che ad ogni pensiero corrisponda un sentimento, da quello suscitato; a questo punto la persona analizza le coppie che ha così ottenuto e pondera, per ciascuna, se seguendola giunge a unirsi maggiormente a Dio o invece si allontana da Lui. Se la coppia in esame la aiuta ad unirsi maggiormente al Signore, scriverà il pensiero relativo su un foglio, nel quale in seguito annoterà tutti i pensieri che la aiutano a raggiungere quel fine e segnerà il corrispettivo sentimento su un altro foglio, nel quale in seguito annoterà tutti i sentimenti che la aiutano ad unirsi maggiormente a Dio. Se invece, la coppia in esame la allontana dal Signore, scriverà il pensiero relativo su un altro foglio, nel quale in seguito annoterà tutti i pensieri che non la avvicinano a Dio e segnerà il corrispettivo sentimento su un ulteriore foglio, nel quale in seguito annoterà tutti i sentimenti che la allontanano dal Signore.

A questo punto la persona si trova davanti quattro fogli: in uno vi sono i pensieri che la uniscono a Dio; in un altro vi sono i sentimenti che la avvicinano a Lui; in un altro ancora vi sono i pensieri che la allontanano da Dio e in un ulteriore vi sono i sentimenti che non la avvicinano a Lui. Attraverso questa analisi la persona può osservare il lavoro che lo Spirito compie in lei e sintetizzando i pensieri che la conducono a Dio e i sentimenti che favoriscono l’adesione a Lui, vagliare i pensieri e i sentimenti più significativi ai fini della sua crescita spirituale e ai quali deve quindi, prestare particolare attenzione. Ugualmente è in grado di operare con i pensieri e i sentimenti che la allontanano da Dio e che sono perciò suscitati dallo spirito nemico dell’uomo, vagliandoli impara a conoscersi meglio spiritualmente e a prevenire eventuali tentazioni e rischi di peccato.

Periodicamente è bene che la persona esponga il risultato degli esami della preghiera al padre spirituale, al fine di verificarne il procedimento e i risultati.

 

 

 

2.7 I tre modi di pregare

 

 

Ignazio termina la quarta settimana degli Esercizi spirituali definendo i tre modi in cui si può pregare (Esercizi spirituali, 238-260). Tali modi o stadi corrispondono alle classiche tre vie di ogni itinerario spirituale, schematizzate da Dionigi l’Areopagita: purgativa, illuminativa e unitiva.

Il primo modo di pregare si attua confrontando la propria vita con i comandamenti di Dio e con i vizi capitali e utilizzando in maniera discorsiva le facoltà dell’anima e i cinque sensi del corpo (Esercizi spirituali, 238-248). Chiaramente questo modo si riferisce alla via purgativa, propria dell’orante che impara a rifiutare la pulsione di appropriazione e si può definire un esame meditato. Esso consiste più nel dare una forma, un modo ed esercizi, affinché l’anima si prepari, po