« ECCO LA TUA MADRE ! »
La testimonianza del Servo di Dio Giovanni Paolo II per i Sacerdoti del Terzo Millennio
(Conferenza data ai Sacerdoti della Diocesi di Bologna
per la festa della Madonna di san Luca, il giovedì 5 maggio 2005)
fr François-Marie Léthel ocd
Il Vangelo di Cristo è sempre Parola viva ed efficace nella Chiesa, per opera dello Spirito Santo. Così la Chiesa ha intensamente vissuto questo testo di san Giovanni che ascoltiamo adesso e che orienterà tutta la nostra meditazione:
“Stavano presso la croce di Gesù sua Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto il discepolo che egli amava, disse alla Madre: “Donna, ecco il tuo figlio!'” Poi disse al discepolo: “Ecco la tua Madre!” E da quel momento, il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 25-27)”.
E' la Parola onnipotente del Redentore, rivolta alla Madre e al Discepolo che ha creato una nuova relazione tra Maria e la Chiesa nascente, rappresentata dallo stesso Giovanni. Attraverso il dicepolo, Gesù ha veramente dato Maria come Madre a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità, a tutti i battezzati, e in modo speciale a noi, sacerdoti.
Il racconto di san Luca, nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli, ci mostra come già all’inizio, al momento della sua nascita alla Pentecoste, la Chiesa primitiva aveva accolto questo dono della Madre: “Tutti erano assidui e concordi nella preghiera con Maria la Madre di Gesù” (cf At 1, 14). Ed è proprio ciò che viviamo in questo momento liturgico, qui a Bologna, in comunione con tutto il Popolo di Dio che prega la Madonna di san Luca, nella preparazione di una “nuova Pentecoste”. Quest’anno, il momento liturgico corrisponde anche a un grande momento storico: la fine del pontificato di Giovanni Paolo II e l’inizio del pontificato di Benedetto XVI.
In questo momento, vorrei raccogliere l’eredità spirituale di Giovanni Paolo II, ricordando il suo stemma che rappresenta il testo del vangelo che abbiamo ascoltato, e il suo motto Totus Tuus che riassume la dottrina spirituale di san Luigi Maria Grignion de Montfort, esprimendo il dono totale di sé a Gesù per mezzo di Maria. Mediante questo dono, il Discepolo accoglie Maria, data da Gesù a lui presso la Croce. Giovanni Paolo II ha veramente vissuto questo fino all’ultimo. Personalmente, ho avuto la grazia di essere presente in Piazza San Pietro la sera del sabato 2 aprile scorso, insieme ai miei giovani studenti, al momento della sua morte, pregando il Rosario con il Popolo di Dio. Il Papa ha detto il suo ultimo “Amen” quando noi tutti chiedevamo l’intercessione della Madonna: “Adesso e nell’ora della nostra morte”. Era la conclusione tanto bella e significativa di questo lungo e ricco Pontificato vissuto nella luce di Cristo “Redentore dell’uomo, centro del Cosmo e della Storia” (Redemptor Hominis, 1), e anche di Maria Madre del Redentore e dell’uomo redento, “Madre di Dio e degli uomini” come la chiamava il Concilio (Lumen Gentium, 54 e 69).
La forte spiritualità mariana di Giovanni Paolo II non è stata un “devozionismo”, ma una componente essenziale del suo meraviglioso cristocentrismo, nella piena fedeltà al Concilio Vaticano II e al suo predecessore Paolo VI. E’ stata anche una “fedeltà creativa”, particolarmente segnata dalla sua esperienza spirituale più personale. Nella testimonianza di Giovanni Paolo II, si sente infatti una profonda risonanza tra l’insegnamento del Concilio e la dottrina spirituale di San Luigi Maria di Montfort, come viene sintetizzata nel suo capolavoro: il Trattato della Vera Devozione a Maria e riassunta nel Segreto di Maria[1].
Più volte il Papa ha parlato di questo santo e dell’influsso decisivo che ha avuto sulla sua vita, fin dalla sua giovinezza. Nell’Enciclica Redemptoris Mater, Egli ha voluto ricordare in modo speciale “la figura di san Luigi Maria Grignion de Montfort, il quale proponeva ai cristiani la consacrazione a Cristo per le mani di Maria come mezzo efficace per vivere fedelmente gli impegni battesimali” (RM 48). Poi, finalmente, il Papa ci ha lasciato una bellissima sintesi della dottrina di san Luigi Maria riletta alla luce del Concilio, nella sua Lettera ai Religiosi e alle Religiose delle Famiglie Monfortane (8 dicembre 2003). E’ proprio il testo che guiderà la nostra riflessione, per riscoprire una dottrina tanto importante per noi.
All’inizio di questa Lettera (n° 1) il Trattato del Monfort viene presentato come un testo classico della spiritualità mariana, che ha avuto una straordinaria recezione ecclesiale e che va riscoperta dopo il Concilio. Così, alla luce della Costituzione Lumen Gentium e specialmente del capitolo VIII sulla beata Vergine Maria nel mistero del Cristo e della Chiesa, l’insegnamento del Trattato è considerato, prima dal punto di vista cristologico, poi da quello ecclesiologico. Prima di tutto il suo cristocentrismo è esposto ampiamente sotto il titolo “Ad Iesum per Mariam” (n° 2-4). Viene poi il riassunto dell’aspetto ecclesiologico intitolato: Maria, membro eminente del Corpo mistico e Madre della Chiesa (n° 5). Finalmente la Lettera presenta il cammino ecclesiale della santità vissuto con Maria nella carità, la fede e la speranza (n° 6-8).
All’inizio della Lettera il Papa ricorda la sua esperienza personale:
Io stesso, negli anni della mia giovinezza, trassi un grande aiuto dalla lettura di questo libro, nel quale “trovai la risposta alle mie perplessità” dovute al timore che il culto per Maria, “dilatandosi eccessivamente, finisse per compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo”(Dono e Mistero, p. 38). Sotto la guida sapiente di san Luigi Maria compresi che, se si vive il mistero di Maria in Cristo, tale rischio non sussiste. Il pensiero mariologico del Santo, infatti, “è radicato nel Mistero trinitario e nella verità dell’Incarnazione del Verbo di Dio” (ibid.).
Poi, citando il medesimo testo del Vangelo (Gv 19, 25-27), il Papa fa riferimento al duplice insegnamento del Concilio e del Monfort, in relazione con la sua propria missione di Pastore:
Lungo la sua storia, il Popolo di Dio ha sperimentato questo dono fatto da Gesù crocifisso: il dono di sua Madre. Maria Santissima è veramente Madre nostra, che ci accompagna nel nostro pellegrinaggio di fede, speranza e carità verso l'unione sempre più intensa con Cristo, unico salvatore e mediatore della salvezza (cfr Lumen Gentium nn. 60 e 62). Com'è noto, nel mio stemma episcopale, che è l'illustrazione simbolica del testo evangelico appena citato, il motto Totus tuus è ispirato alla dottrina di san Luigi Maria Grignion de Montfort (cfr Dono e Mistero pp. 38-39; Rosarium Virginis Mariae, 15). Queste due parole esprimono l'appartenenza totale a Gesù per mezzo di Maria: “Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt ", scrive san Luigi Maria; e traduce: “Io sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio ti appartiene, mio amabile Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre” (VD 233)
. Colpisce dunque fin dall’inizio l’insistenza del Papa sul cristocentrismo che caratterizza la dottrina monfortana (come ogni autentica devozione mariana). Dobbiamo specialmente notare come il Totus Tuus , per mezzo di Maria, è indirizzato a Gesù stesso. Lo stemma e il motto di Giovanni Paolo II ci mostrano bene che non si tratta di una cosa puramente personale o “devozionale”, ma di una componente essenziale e programmatica del suo Pontificato e Magistero, cioè la componente mariana del suo cristocentrismo e della sua missione ecclesiale, proprio nella luce del Concilio: “Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa” (LG VIII). Sappiamo anche come uno degli ultimi biglietti scritti dal Papa pochi giorni prima della sua morte fu la riaffermazione di questo Totus Tuus.
Tale eredità spirituale di Giovanni Paolo II mi sembra tanto preziosa e tanto attuale, per tutta la Chiesa, per il suo successore Benedetto XVI come per l’intero Popolo di Dio, e in modo particolare per noi sacerdoti. Siamo specialmente invitati da Gesù e dallo Spirito Santo ad accogliere ogni giorno Maria nella nostra casa, nella nostra vita, per diventare dei santi sacerdoti, degli uomini del Vangelo. Come Pastori, sappiamo tutti per esperienza che la devozione popolare alla Madonna è un ampio campo ecclesiale, ricco e fecondo, ma che ha sempre bisogno di essere coltivato da noi nel modo giusto.
Parlando di questo argomento, condivido anche con voi la mia propria esperienza personale, dopo 38 anni di vita religiosa e 30 anni di sacerdozio. Ho scoperto il Trattato del Monfort durante il mio noviziato, nel 1967, ed è subito entrato in risonanza con la spiritualità di santa Teresa di Lisieux. Questi due santi sono stati come i due “fari” della mia vita religiosa e sacerdotale, ma anche del mio lavoro teologico. Ho particolarmente approfondito la loro dottrina nelle prospettive del Concilio. Insieme ad alcuni miei confratelli carmelitani, ho lavorato per il riconoscimento di Teresa come Dottore della Chiesa, e ho fatto lo stesso genere di lavoro per il Monfort con i Padri Monfortani[2]. La Storia di un’anima e il Trattato della Vera Devozione hanno avuto infatti la stessa diffusione e recezione ecclesiale, con gli stessi frutti di santità nel Popolo di Dio. Posso dire che questi due santi mi hanno aiutato immensamente, soprattutto nei momenti più difficili, e questo fin dall’inizio (nella crisi del 1968). Parlo dunque della dimensione spirituale del Pontificato di Giovanni Paolo II che ho potuto di più condividere e verificare nella mia propria vita. Ed è proprio ciò che vorrei condividere con voi, cari fratelli sacerdoti.
Il Trattato del Montfort, scritto probabilmente nel 1712 ma scoperto solo nel 1842, è la sintesi finale della dottrina espressa nell’insieme delle sue Opere. E’ il capolavoro di santo sacerdote, un missionario e un mistico, orientato verso i più poveri e piccoli. Nato nel 1673 in Bretagna, Luigi Maria aveva ricevuto un’ottima formazione culturale, spirituale e teologica, prima al Collegio dei Gesuiti di Rennes e poi al Seminario di San Sulpizio a Parigi. Ordinato sacerdote nel 1700, svolse un’intensa attività missionaria nelle province dell’Ovest della Francia (Vandea e Bretagna) fino alla sua morte nel 1716. La sua dottrina spirituale è profondamente radicata nella Bibbia, nella teologia dei Padri e dei Dottori della Chiesa, con l’influsso delle diverse spiritualità (ignaziana, domenicana, francescana, carmelitana…). Luigi Maria è considerato come uno dei più importanti maestri della “Scuola Francese” di spiritualità, fondata dal Cardinale Pierre de Bérulle[3], all’inizio del XVII secolo e caratterizzata da un fortissimo cristocentrismo, fondato nella contemplazione del Mistero dell’Incarnazione, con una ricca dottrina riguardo a Maria e alla Chiesa Corpo Mistico di Cristo. Nei suoi scritti, san Luigi Maria cercherà sempre di rendere accessibile ai poveri e ai piccoli le più grandi verità del Mistero cristiano e della vita spirituale, con uno stile chiaro, vivo e ardente, utilizzando spesso parabole, immagini e simboli.
La mia esposizione si svolgerà secondo tre punti:
I/ “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”: L’architettura e la dinamica della sintesi monfortana (L’ammirabile scambio tra Dio e l’uomo in Cristo Gesù)
II/ Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa: “Ecco la tua Madre” (Maria data da Gesù alla Chiesa)
III/ Il cammino della santità vissuto con Maria nella Chiesa: “Il Discepolo la prese nella sua casa” (Totus Tuus: il dono totale di sé a Gesù per mezzo di Maria)
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I/ “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”: L’architettura e la dinamica della sintesi monfortana (L’ammirabile scambio tra Dio e l’uomo in Cristo Gesù)
L’architettura del Trattato assomiglia a quella di un giardino. Sulle orme dei Padri, il Montfort riprende spesso il grande simbolo mariano del giardino. La Vergine è il“Paradiso terreste del Nuovo Adamo”[4], e il “Giardino chiuso” dello Spirito Santo[5]. Quasi contemporaneo dei più bei “giardini alla francese” (Versailles), il capolavoro di Luigi Maria è accuratamente costruito, secondo un’architettura precisa, molto “geometrica”, in un’armonia sobria e spoglia che caratterizza il classicismo francese, a differenza dello stile barocco. L’autore stesso ha indicato le articolazioni della sua opera[6]. Il Trattato si articola in due parti (1-89 e 90-273), che poi contengono numerose suddivisioni numerate dall’autore stesso[7].
In conformità a questo simbolo del giardino, è importante contemplare tutto nella grande prospettiva tracciata dall’autore: dalla sinfonia trinitaria dell’inizio (VD 1-36) al finale eucaristico (VD 266-273). In effetti, la prima parte del Trattato contempla principalmente i Misteri della Trinità, dell’Incarnazione e della Chiesa Corpo Mistico di Cristo, mentre la seconda si riferisce soprattutto ai sacramenti del battesimo e dell’eucaristia. Si percepisce chiaramente l’armonia tra il Mistero della Trinità e il sacramento del battesimo che immerge l’uomo nella Trinità, tra i Misteri dell’Incarnazione e del Corpo Mistico e il sacramento del Corpo di Gesù.
Le due parti del Trattato sono animate dal grande movimento d’andata e ritorno di tutta l’Economia (exitus e reditus), in quella prospettiva sempre cristocentrica e trinitaria del Simbolo di Nicea-Costantinopoli: tutto viene dal Padre per mezzo di Gesù nello Spirito, e tutto ritorna al Padre per mezzo di Gesù nello Spirito. Gesù è sempre al centro di questo mirabile scambio tra Dio e l’uomo, è Lui stesso il principio e la fine di tutte le cose, l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo (cf Ap 22, 13).
La prima parte, che contempla Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa, espone i fondamenti teologici della vera devozione a Maria, ed è caratterizzata dal movimento discendente dell’Incarnazione: “per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal Cielo, per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. E’ il punto di vista della teologia dogmatica. E’ la contemplazione dell’Amore del Padre che ci ha mandato suo Figlio, nato da Maria per opera dello Spirito Santo, e anche dell’Amore del Figlio che ha veramente dato tutto alla sua Chiesa nella sua Pasqua. E’ lui che ha dato Maria alla Chiesa: “Ecco la tua Madre”!
La seconda parte del Trattato contempla piuttosto l’accoglienza di questo dono da parte della Chiesa rappresentata dall’Apostolo Giovanni: “E da quel momento, i Discepolo la prense nella sua casa”. E’ la risposta dell’Amore, riassunta nel “Totus Tuus”, ciò che il Montfort chiama la “perfetta devozione”, che è caratterizzata dal movimento ascendente della divinizzazione, e rappresenta il punto di vista della teologia spirituale.
Ma queste “due teologie”, dogmatica e spirituale, questi due movimenti discendente ed ascendente, sono in realtà inseparabili, secondo la dinamica dell’ammirabile scambio tra Dio e l’uomo in Cristo Gesù: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. L’Incarnazione di Dio ha come scopo principale la divinizzazione dell’uomo. Il Figlio di Dio è disceso dal Cielo, dal Seno del Padre e si è incarnato nel Seno verginale di Maria, proprio per farci salire fino al Cielo, fino al Seno del Padre. Nella prospettiva del Montfort, la “perfetta devozione” è precisamente questo cammino ascendente della divinizzazione, della santità[8]. Come i Padri, san Luigi Maria contempla Cristo come la Via discendente ed ascendente tra Dio e l’Uomo. Maria, intimamente presente alla sua venuta a noi nell’Incarnazione è anche presente al suo ritorno al Padre nella Pasqua, presente in tutto il nostro cammino evangelico in Lui verso il Padre.
A questo proposito, uno degli aspetti più evidenti dell’armonia tra l’insegnamento del Concilio e la dottrina monfortana è la stessa insistenza sulla vocazione universale alla santità. Così, all’inizio del Segreto di Maria, il nostro santo dichiara solennemente al suo lettore: “Anima, immagine vivente di Dio e riscattata dal sangue prezioso di Gesù Cristo, la volontà di Dio è che tu divenga santa come lui in questa vita e gloriosa come lui nell'altra. L'acquisto della santità di Dio è tua sicura vocazione” (SM 3). Con grande sicurezza teologica egli afferma la vocazione di ogni essere umano alla santità, e ne manifesta il fondamento nella creazione ad immagine di Dio e nella redenzione per mezzo del sangue di Cristo. Ogni essere umano, infatti, è stato creato ad immagine di Dio e riscattato dal Sangue di Cristo. Il Redentore dell’uomo “si è veramente unito ad ogni uomo”[9]. Dopo quest’affermazione, Luigi Maria insiste sulla necessità e il primato della grazia[10] nel compimento di tale vocazione, mediante l’irrinunciabile cooperazione della libertà umana: “L'anima fedele, con una grazia grande fa una grande opera, ma con una grazia minore fa un'opera più piccola. Il valore e l'eccellenza della grazia concessa da Dio e corrisposta dall'anima costituiscono il valore e l'eccellenza delle opere. Si tratta di principi che non si possono contestare” (SM 5). Senza la grazia, ossia senza la carità, le opere più grandi non hanno alcun valore davanti a Dio (cf. I Cor 13, 1-3). Al contrario, agl’occhi di Dio, un grande amore di carità dà un immenso valore alle più piccole azioni. La spiritualità di Luigi Maria come quella di Teresa di Lisieux, è una spiritualità del quotidiano, vissuta “nelle azioni ordinarie della vita” (SM 1). Con Maria “che ha trovato grazia presso Dio” (cf. Lc 1, 30), il fedele può condividere il suo “fiat”, il suo “si” totale all’azione dello Spirito Santo e così “ottenere da Dio la grazia necessaria per diventare santo” (SM 6).
Così la Lettera di Giovanni Paolo II alle Famiglie Monfortane ci offre una bella sintesi della dottrina del santo alla luce del Concilio, considerando successivamente Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa (n° 2-5), e poi il cammino ecclesiale della santità vissuto con Maria nella carità, la fede e la speranza (n° 6-8). Si vede come l’autentica teologia del Concilio è inseparabilmente dogmatica e spirituale.
II/ Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa: “Ecco la tua Madre!” (Maria data da Gesù alla Chiesa)
A/ “La vera devozione mariana è cristocentrica”:
L’assoluto di Cristo e la relatività di Maria
La tipica espressione di san Luigi Maria: “A Gesù per Maria” (“Ad Iesum per Mariam”), è ripresa nella Lettera di Giovanni Paolo II come titolo della lunga sezione (dal n° 2 al n° 4) che presenta il contenuto essenzialmente cristocentrico della dottrina monfortana. Dopo un testo della Lumen Gentium riguardo all’orientamento cristocentrico di ogni autentica spiritualità mariana[11], la Lettera Pontificia cita i testi più forti del Trattato riguardo all’assoluto e alla centralità di Cristo, e anche alla “totale relatività di Maria”:
San Luigi Maria propone con singolare efficacia la contemplazione amorosa del mistero dell’Incarnazione. La vera devozione mariana è cristocentrica. Infatti, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, «la Chiesa, pensando a lei (a Maria) piamente e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, penetra con venerazione e più profondamente nell’altissimo mistero dell’Incarnazione» (LG 65). L'amore a Dio mediante l'unione a Gesù Cristo è la finalità di ogni autentica devozione, perché - come scrive san Luigi Maria - Cristo “è il nostro unico maestro che deve istruirci, il nostro unico Signore dal quale dobbiamo dipendere, il nostro unico Capo al quale dobbiamo restare uniti, il nostro unico modello al quale conformarci, il nostro unico medico che ci deve guarire, il nostro unico pastore che ci deve nutrire, la nostra unica via che ci deve condurre, la nostra unica verità che dobbiamo credere, la nostra unica vita che ci deve vivificare e il nostro unico tutto, in tutte le cose, che ci deve bastare” (VD 61). La devozione alla Santa Vergine è un mezzo privilegiato “per trovare Gesù Cristo perfettamente, per amarlo teneramente e servirlo fedelmente” (VD, 62). Questo centrale desiderio di “amare teneramente” viene subito dilatato in un'ardente preghiera a Gesù, chiedendo la grazia di partecipare all'indicibile comunione d'amore che esiste tra Lui e sua Madre. La totale relatività di Maria a Cristo, e in Lui alla Santissima Trinità, è anzitutto sperimentata nella osservazione: “Ogni volta che tu pensi a Maria, Maria pensa per te a Dio. Ogni volta che tu dai lode e onore a Maria, Maria con te loda e onora Dio. Maria è tutta relativa a Dio, e io la chiamerei benissimo la relazione di Dio, che non esiste se non in rapporto a Dio, o l'eco di Dio, che non dice e non ripete se non Dio. Se tu dici Maria, ella ripete Dio. Santa Elisabetta lodò Maria e la disse beata per aver creduto. Maria - l'eco fedele di Dio - intonò: Magnificat anima mea Dominum: l'anima mia magnifica il Signore. Ciò che Maria fece in quell'occasione, lo ripete ogni giorno. Quando è lodata, amata, onorata o riceve qualche cosa, Dio è lodato, Dio è amato, Dio è onorato, Dio riceve per le mani di Maria e in Maria” (VD 225). E’ ancora nella preghiera alla Madre del Signore che san Luigi Maria esprime la dimensione trinitaria della sua relazione con Dio: “Ti saluto, Maria, Figlia prediletta dell'eterno Padre! Ti saluto Maria, Madre mirabile del Figlio! Ti saluto Maria, Sposa fedelissima dello Spirito Santo!” (SM 68). (LFM 2-3).
La bella definizione di Maria come “la relazione di Dio” viene dal Cardinale de Bérulle[12]. L’invocazione a Maria “Figlia del Padre, Madre del Figlio e Sposa dello Spirito Santo” è, secondo le parole della Lettera una “tradizionale espressione, già usata da san Francesco d’Assisi”[13]. Quest’espressione è ricca di significato teologico e antropologico, poiché mette in relazione le tre dimensioni più profonde dell’umanità femminile di Maria, come Figlia, Madre e Sposa, con ciascuna delle Tre Persone Divine. Così, “per Cristo, con Cristo e in Cristo”, le relazioni umane fondamentali sono inserite nelle Relazioni divine. Questo è il segreto dell’amore verginale come amore divino e umano. Maria è il più bel fiore di tutta la creazione, completamente sbocciato in Cristo Gesù e in lui nell’Amore trinitario. Tutto l’inizio del Trattato (VD 1-36) è la contemplazione di Maria avvolta in quest’Amore, una “sinfonia trinitaria”, cristocentrica e mariana. Discepolo di Luigi Maria, Giovanni Paolo II non ha esitato a chiamare Maria “Sposa dello Spirito Santo” nell’Enciclica Redemptoris Mater[14], con un’insistenza particolare sulla dimensione dell’amore sponsale[15]. In questa luce trinitaria e cristocentrica Maria è sempre contemplata nelle “due Mani del Padre”, il Figlio e lo Spirito Santo, secondo la bella espressione simbolica di sant’Ireneo[16], totalmente relativa al Figlio come Madre e allo Spirito come Sposa. La sintesi monfortana è contraddistinta da un profondo equilibrio tra cristologia e pneumatologia, contemplato e vissuto con Maria. La Serva del Signore non prende mai il posto dello Spirito, come pure non prende mai quello di Gesù[17]. Luigi Maria è uno dei santi occidentali che parlano maggiormente di Maria; nondimeno è uno di quelli che parlano maggiormente dello Spirito Santo. La sua contemplazione trinitaria di Maria rimane comunque e sempre cristocentrica: il Padre è Fonte della sua fecondità verginale che si attua nello Spirito per formare Gesù e tutto il suo Corpo Mistico[18].
Nella sintesi monfortana come nella teologia patristica, il Mistero dell’Incarnazione è il centro di tutta la prospettiva, come lo ricorda bene la Lettera di Giovanni Paolo II, facendo riferimento a sant’Ireneo di Lione:
San Luigi Maria contempla tutti i misteri a partire dall'Incarnazione che si è compiuta al momento dell'Annunciazione. Così, nel Trattato della vera devozione, Maria appare come "il vero paradiso terrestre del Nuovo Adamo", la "terra vergine e immacolata" da cui Egli è stato plasmato (VD 261). Ella è anche la Nuova Eva, associata al Nuovo Adamo nell'obbedienza che ripara la disobbedienza originale dell'uomo e della donna (cfr ibid., 53; Sant'Ireneo, Adversus haereses, III, 21, 10-22, 4). Per mezzo di quest'obbedienza, il Figlio di Dio entra nel mondo. La stessa Croce è già misteriosamente presente nell'istante dell'Incarnazione, al momento del concepimento di Gesù nel seno di Maria. Infatti, l'ecce venio della Lettera agli Ebrei (cfr 10,5-9) è il primordiale atto d'obbedienza del Figlio al Padre, già accettazione del suo Sacrificio redentore "quando entra nel mondo" (LFM 4).
Questa grande prospettiva patristica era stata ripresa e approfondita dal Cardinale de Bérulle, una delle fonti di Luigi Maria[19]. Perciò, l’Annunciazione, celebrata liturgicamente il 25 marzo, “è il mistero tipico di questa devozione” (VD 243). Inesauribili sono “le eccellenze e le grandezze del mistero di Gesù che vive e regna in Maria, cioè dell’Incarnazione del Verbo” (VD 248). In effetti, l’Incarnazione ricapitola la creazione e contiene già i Misteri della Redenzione e della Chiesa. La Lettera si riferisce esplicitamente al grande testo di sant’Ireneo che presenta Maria come la Nuova Terra e la Nuova Eva. Terra vergine dalla quale le due “Mani” del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, hanno plasmato il Corpo del Nuovo Adamo, Maria è anche la Nuova Eva unita al Nuovo Adamo nella sua obbedienza.
L’obbedienza materna della Nuova Eva nell’Incarnazione, “in modo da portare Dio obbedendo alla sua parola”[20], è tutta relativa all’obbedienza filiale del Nuovo Adamo nella Redenzione[21], obbedienza al Padre “fino alla morte e alla morte di Croce” (cf. Fil 2, 8). Luigi Maria contempla Maria presso la Croce quando accetta in pienezza il Sacrificio del suo Figlio. Mentre offre se stesso al Padre, Gesù è offerto pure da Maria: “immolato all’eterno Padre con il consenso di lei, come un tempo Isacco fu immolato alla volontà di Dio con il consenso di Abramo”[22]. La Lettera non teme di riprendere l’insegnamento di Luigi Maria sulla “presenza misteriosa della Croce” nel primo istante dell’Incarnazione, quando il Figlio di Dio “entra nel mondo”. Essa interpreta in modo realista l’ecce venio della Lettera agli Ebrei come il primo atto d’obbedienza del Figlio Incarnato al Padre suo, obbedienza che è redentrice. Possiamo citare, per esempio, ciò che Luigi Maria scrive a proposito di Gesù in questo primo istante dell’Incarnazione: “In questo mistero egli ha operato tutti i misteri della sua vita che sono venuti in seguito, poiché li aveva accettati: «Jesus ingrediens mundum dicit: Ecce venio ut faciam voluntatem tuam…» - «Entrando nel mondo, Cristo dice: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà…». Questo mistero è di conseguenza una sintesi di tutti i misteri; esso contiene la volontà e la grazia di tutti gli altri”[23].
Con il Montfort, ci troviamo dunque di fronte ad uno splendido cristocentrismo dinamico, vissuto nell’amore, come in santa Teresa di Lisieux, con delle espressioni simili: “Amare Gesù e farlo Amare”, scrive Teresa[24], “trovare Gesù Cristo perfettamente, amarlo teneramente e servirlo fedelmente” secondo l’espressione del Monfort citata da Giovanni Paolo II[25].
B/ Maria come Icona della Chiesa e Madre della Chiesa
La Costituzione Lumen Gentium ha illuminato soprattutto la relazione tanto intima e misteriosa che sussiste tra Maria e la Chiesa. Qui più che mai, la rilettura del Trattato alla luce dell’insegnamento conciliare, si rivela singolarmente feconda per spiegare la bellissima ecclesiologia che vi è contenuta[26]. In cambio, la dottrina monfortana permette di mettere meglio in risalto la dimensione mistica dell’insegnamento del Concilio. Il Mistero contemplato è quello della Santità di Maria e della Chiesa come “unione mistica con Cristo” nello Spirito Santo.
A partire dalla relazione fondamentale di Maria con Cristo, il Concilio ha manifestato in una nuova luce la sua relazione con la Chiesa. Secondo le parole di Paolo VI, nel discorso di promulgazione della Costituzione Lumen Gentium, lo scopo del Concilio era precisamente di “manifestare il volto della Chiesa, alla quale Maria è intimamente unita”[27]. Quest’unione è talmente profonda ed essenziale che non si potrà più considerare la Chiesa senza Maria, né Maria senza la Chiesa. Così, “l’amore per la Chiesa si tradurrà in amore per Maria e viceversa, perché l’una non può sussistere senza l’altra”[28].
Nella dottrina del Concilio così come in quella di Luigi Maria, quest’unione è per prima cosa presentata nella continuità storica che caratterizza il Mistero di Cristo e della Chiesa. Simile continuità è affermata all’inizio del capitolo VIII della Lumen Gentium, dall’articolo del Simbolo sull’Incarnazione del Figlio: “«Egli, per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria vergine». Questo divino mistero di salvezza ci è rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore ha costituita quale suo corpo” (LG 52). Luigi Maria formula la medesima verità nella “sinfonia trinitaria” che apre il suo Trattato:
La condotta che le tre Persone della Santissima Trinità hanno tenuto nell’Incarnazione e nella prima venuta di Gesù Cristo, è da loro mantenuta ogni giorno, in maniera invisibile, nella santa Chiesa e sarà conservata fino alla consumazione dei secoli, nell’ultima venuta di Gesù Cristo (VD 22).
Per cui, il Mistero della Chiesa è illuminato nella sua realtà cristocentrica e trinitaria, all’interno della dinamica della Storia della Salvezza, fino alla fine dei tempi. Con semplicità e grande chiarezza, Luigi Maria esprime l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa[29]. Nel suo Trattato e nella Lumen Gentium, Maria è considerata in questa luce, intimamente unita con Cristo e la sua Chiesa.
Il tema della santità come perfetta unione con Cristo nello Spirito Santo e con il Padre attraverso Cristo è realmente al cuore della dottrina monfortana e di quella del Concilio, in relazione con Cristo e con la Chiesa. Tale è, secondo Paolo VI, la prospettiva profonda della Lumen Gentium: “La realtà della Chiesa non si esaurisce nella sua struttura gerarchica, nella sua liturgia, nei suoi sacramenti e nei suoi aspetti giuridici. La sua essenza intima, la sorgente prima della sua efficacia santificatrice si trovano nella sua unione mistica con Cristo, unione che non possiamo pensare separatamente da Colei che è la Madre del Verbo Incarnato e che Gesù Cristo ha voluto così intimamente unita a lui per la nostra salvezza”[30]. Siamo tutti chiamati alla santità all’interno della Chiesa e a vivere come Maria e con Maria la sua stessa unione intima con Cristo. Questo è altresì il nucleo della dottrina monfortana come “vera e propria pedagogia della santità”[31], giacché “l’unione con Gesù Cristo… sempre necessariamente segue all’unione con Maria” (VD 259).
Nella Lettera alle Famiglie Monfortane, Giovanni Paolo II riprende un passo essenziale del Trattato, quello che aveva già citato nella Lettera Rosarium Virginis Mariæ:
«Tutta la nostra perfezione – scrive san Luigi Maria de Montfort – consiste nell’essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo. Perciò la più perfetta di tutte le devozioni è incontestabilmente quella che ci conforma, unisce e consacra più perfettamente a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria la creatura più conforme a Gesù Cristo, ne segue che, tra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma di più un’anima a Nostro Signore è la devozione a Maria, sua santa Madre, e che più un’anima sarà consacrata a Maria, più sarà consacrata a Gesù Cristo» (VD 120). Rivolgendosi a Gesù, san Luigi Maria esprime quanto è meravigliosa l’unione tra il Figlio e la Madre: «Ella è talmente trasformata in te dalla grazia, che non vive più, non è più: sei solo tu, mio Gesù, che vivi e regni in lei… Ah! Se si conoscesse la gloria e l’amore che tu ricevi in questa mirabile creatura… Ella ti è così intimamente unita… Ella infatti ti ama più ardentemente e ti glorifica più perfettamente di tutte le altre creature insieme» (VD 63)[32].
Luigi Maria vede innanzitutto nell’Incarnazione “l’intima unione che c’è tra Gesù e Maria. Essi sono così intimamente uniti, che l’uno è tutto nell’altro: Gesù è tutto in Maria, e Maria è tutta in Gesù; o piuttosto, ella non esiste più, ma è Gesù solo che è in lei” (VD 247).
Il cammino spirituale sperimentato e insegnato da Luigi Maria ha dunque come scopo principale “un’intima unione con Gesù Cristo Signore e una perfetta fedeltà allo Spirito Santo”, e ciò per mezzo di una “grandissima unione con la Vergine Santa” (cf. VD 43), poiché Gesù “non viene formato e generato ogni giorno che per mezzo di lei in unione con lo Spirito Santo” (VD 140). È “una via facile, breve, perfetta e sicura per giungere all’unione con Gesù Cristo Signore, nella quale consiste la perfezione del cristiano” (VD 152). Così, è chiaro che l’unione mistica con Cristo che qualifica “l’intima essenza” della Chiesa, è opera dello Spirito Santo.
Questo aspetto ecclesiologico viene sintetizzato nella Lettera di Giovanni Paolo II in un paragrafo intitolato: “Maria, membro eminente del Corpo Mistico e Madre della Chiesa” (n° 5). Si tratta dei due aspetti inseparabili e complementari della relazione di Maria con la Chiesa: Immagine della Chiesa e Madre della Chiesa. La Lettera Pontificia esprime successivamente questi due aspetti, citando sempre i testi del Concilio e quelli del Montfort:
Secondo le parole del Concilio Vaticano II, Maria "è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa e sua immagine ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità" (LG 53). La Madre del Redentore è anche redenta da lui, in modo unico nella sua immacolata concezione, e ci ha preceduto in quell'ascolto credente e amante della Parola di Dio che rende beati (cfr ibid., 58). Anche per questo, Maria "è intimamente unita alla Chiesa: la Madre di Dio è la figura (typus) della Chiesa, come già insegnava sant'Ambrogio, nell'ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo. Infatti, nel mistero della Chiesa, la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine, la Beata Vergine Maria è la prima, dando in maniera eminente e singolare l'esempio della vergine e della madre" (ibid,. 63). Lo stesso Concilio contempla Maria come Madre delle membra di Cristo (cfr ibid., 53; 62), e così Paolo VI l'ha proclamata Madre della Chiesa. La dottrina del Corpo mistico, che esprime nel modo più forte l'unione di Cristo con la Chiesa, è anche il fondamento biblico di questa affermazione. "Il capo e le membra nascono da una stessa madre" (VD 32), ci ricorda san Luigi Maria. In questo senso diciamo che, per opera dello Spirito Santo, le membra sono unite e conformate a Cristo Capo, Figlio del Padre e di Maria, in modo tale che "ogni vero figlio della Chiesa deve avere Dio per Padre e Maria per Madre" (SM 11). In Cristo, Figlio unigenito, siamo realmente figli del Padre e, allo stesso tempo, figli di Maria e della Chiesa. Nella nascita verginale di Gesù, in qualche modo è tutta l'umanità che rinasce. Alla Madre del Signore "possono essere applicate, in modo più vero di quanto san Paolo le applichi a se stesso, queste parole: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19). Partorisco ogni giorno i figli di Dio, fin quando in loro non sia formato Gesù Cristo, mio Figlio, nella pienezza della sua età" ( VD 33). Questa dottrina trova la sua più bella espressione nella preghiera: "O Spirito Santo, concedimi una grande devozione ed una grande inclinazione verso Maria, un solido appoggio sul suo seno materno ed un assiduo ricorso alla sua misericordia, affinché in lei tu abbia a formare Gesù dentro di me" ( SM 67) (LFM 5).
La forte affermazione di Giovanni Paolo II relativa alla rinascita di tutta l’umanità nella nascita verginale di Gesù, ci rinvia ad uno degli aspetti essenziali della dottrina monfortana: il legame profondo che esiste tra il Mistero dell’Incarnazione e il Sacramento del battesimo. Nella grande prospettiva della Sacra Scrittura e sulle tracce dei primi Padri della Chiesa, l’insegnamento spirituale del Trattato si fonda sul battesimo, (VD 120ss) considerato appunto come la nuova nascita delle membra di Cristo attraverso l’azione dello Spirito santo. Ogni battezzato “è nato dall’acqua e dallo Spirito” (Gv 3, 5) per essere incorporato in Cristo. Realmente, “siamo stati battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo” (I Cor 12, 13). Come sant’Ireneo, Luigi Maria vede il mistero della nuova nascita, nascita verginale per l’azione dello Spirito Santo, indivisibilmente nell’Incarnazione e nel battesimo[33]. Nella Chiesa, il battesimo “attualizza” di continuo il mistero della maternità verginale di Maria attraverso l’azione dello Spirito Santo; il medesimo “seno verginale” di Maria e della Chiesa concepisce e partorisce Cristo e le membra del suo Corpo[34].
I testi citati della Lumen Gentium fanno riferimento all’insegnamento di sant’Ambrogio nel suo Commento al Vangelo di Luca[35]. Da parte sua, Luigi Maria cita spesso un altro testo di sant’Ambrogio del medesimo commento che esprime l’identica dottrina, un testo che è stato citato da Paolo VI nella Marialis Cultus (n° 21). In relazione con queste parole di sant’Ambrogio, Luigi Maria mostra come lo Spirito Santo “riproduce” Maria nelle anime[36], cioè nella Chiesa, per amare, glorificare e partorire Cristo[37]. In questa luce, Giovanni Paolo II non teme di parlare della “identificazione del fedele con Maria”:
Una delle più alte espressioni della spiritualità di san Luigi Maria Grignion de Montfort si riferisce all'identificazione del fedele con Maria nel suo amore per Gesù, nel suo servizio di Gesù. Meditando il noto testo di sant'Ambrogio: L'anima di Maria sia in ciascuno per glorificare il Signore, lo spirito di Maria sia in ciascuno per esultare in Dio (Expos. in Luc., 12,26: PL 15, 1561), egli scrive: "Quanto è felice un'anima quando... è tutta posseduta e guidata dallo spirito di Maria, che è uno spirito dolce e forte, zelante e prudente, umile e coraggioso, puro e fecondo" (VD 258). L'identificazione mistica con Maria è tutta rivolta a Gesù, come si esprime nella preghiera: "Infine, mia carissima e amatissima Madre, fa', se è possibile, che io non abbia altro spirito che il tuo per conoscere Gesù Cristo e i suoi divini voleri; non abbia altra anima che la tua per lodare e glorificare il Signore; non abbia altro cuore che il tuo per amare Dio con carità pura e ardente come te" ( SM 68) (LFM 5).
Questo clima mariano è molto bene caratterizzato attraverso le antitesi: “dolce e forte, zelante e prudente, umile e coraggioso, puro e fecondo”!
III/ Il cammino della santità vissuto con Maria nella Chiesa:
“Il Discepolo la prese nella sua casa”
(Totus Tuus: il dono totale di sé a Gesù per mezzo di Maria)
Nel Trattato del Montfort, la seconda parte, più lunga (VD 90-273), riguarda il cammino della santità vissuto con Maria nella Chiesa, secondo il movimento ascendente della divinizzazione dell’uomo in Cristo Gesù. Nella terminologia dell’autore, si tratta della vera devozione a Maria nella sua forma più perfetta. Tuttavia questa parte resta sempre profondamente teologica, riferendosi continuamente all’insieme del Mistero di Cristo e della Chiesa contemplato nella prima parte. Infatti, questa seconda parte si fonda sulle realtà essenziali della vita cristiana che sono i sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia e sulle virtù teologali (che preferisco chiamare “virtù teologiche”, traducendo letteralmente l’espressione di S. Tommaso: virtutes theologicae), cioè la fede, la speranza e la carità. Qui, bisogna ricordare che la proposta essenziale di Luigi Maria nelle sue missioni era il rinnovamento delle promesse battesimali, con la rinuncia la male, la professione della fede e il dono totale di sé a Gesù per mezzo di Maria.
In questa prospettiva, il cammino spirituale vissuto e insegnato dal Montfort non è una “devozione” particolare, ma un modo di vivere tutta l’esistenza cristiana con Maria nella Chiesa, ricevendo ogni giorno più profondamente il dono che Gesù stesso ci fa di lei come Madre. Accogliendo la parola di Gesù: “Ecco la tua Madre!”, il Discepolo la riceve nella sua casa, cioè in tutto lo spazio della propria vita, in tutte le sue relazioni con il Signore, con gli altri e con se stesso. Ed è proprio ciò che esprime il Totus Tuus[38]. È dunque un cammino di santità per tutti, fondato sui sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia[39], sacramenti comuni a tutto il popolo di Dio; è quindi compatibile con tutti gli stati di vita, sia quello del matrimonio che del celibato, del laicato, del sacerdozio ministeriale o della vita consacrata. Non bisogna dimenticare che Luigi-Maria si rivolge prima di tutto ai laici, e principalmente ai poveri. Questo cammino non fa altro che richiamare lo sviluppo dinamico della grazia santificante, ricevuta nel Battesimo, rivivificata nel sacramento della Riconciliazione ed alimentata dall’Eucaristia. Concretamente, nella vita del battezzato, la grazia suscita la collaborazione della libertà principalmente attraverso la Fede, la Speranza e la Carità. Così anche san Giovanni della Croce, fondava tutta la vita spirituale e l’esperienza mistica sulla fede, la speranza e la carità e mai sulle grazie straordinarie come visioni o rivelazioni.
Nella Lumen Gentium, il capitolo V sulla Vocazione universale alla santità è essenzialmente legato al capitolo VIII che contempla la perfetta santità di Maria. Il cammino della Chiesa Pellegrinante è presentato come una configurazione progressiva a Maria: “La Chiesa, mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa più simile al suo grande modello (Maria), progredendo continuamente nella fede, speranza e carità” (LG 65). Questo “progresso continuo” nella fede, speranza e carità è proprio il cammino della santità che ogni fedele è chiamato a percorrere nella Chiesa, vivendo semplicemente la grazia del suo battesimo. Interprete autentico del Concilio e fedele discepolo del Montfort, Giovanni Paolo II termina la sua Lettera alle Famiglie Monfortane considerando il cammino di santità da questo punto di vista delle tre virtù teologali. E come la Lumen Gentium ha definito la santità come perfezione della carità (LG 29-30), il Papa comincia con questo punto di vista della carità, considerando poi la fede e la speranza. Così, gli ultimi numeri della Lettera sono intitolati: La santità, perfezione della carità (n° 6); La peregrinazione della fede (n° 7); Un segno di sicura speranza (n° 8).
A/ La santità, perfezione della carità
Partendo dal testo conciliare, Giovanni Paolo II riafferma questo primato della carità, facendo anche riferimento all’insegnamento del Montfort per i più poveri, nei suoi Cantici:
Recita ancora la Costituzione Lumen Gentium: "Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga (cfr Ef 5, 27), i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come l'esempio della virtù davanti a tutta la comunità degli eletti" (n. 65). La santità è perfezione della carità, di quell'amore a Dio e al prossimo che è l'oggetto del più grande comandamento di Gesù (cfr Mt 22, 38), ed è anche il più grande dono dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 13, 13). Così, nei suoi Cantici, san Luigi Maria presenta successivamente ai fedeli l'eccellenza della carità (Cantico 5), la luce della fede (Cantico 6) e la saldezza della speranza (Cantico 7) (LFM 6).
Poi, il Papa non teme di riprendere il principale simbolo della radicalità evangelica nella dottrina monfortana: la “schiavitù d’amore”. La Lettera cita il testo più illuminante del Trattato sull’argomento:
Nella spiritualità monfortana, il dinamismo della carità viene specialmente espresso attraverso il simbolo della schiavitù d'amore a Gesù sull'esempio e con l'aiuto materno di Maria. Si tratta della piena comunione alla kénosis di Cristo; comunione vissuta con Maria, intimamente presente ai misteri della vita del Figlio. "Non c'è nulla fra i cristiani che faccia appartenere in modo più assoluto a Gesù Cristo e alla sua Santa Madre quanto la schiavitù della volontà, secondo l'esempio di Gesù Cristo stesso, che prese la condizione di schiavo per nostro amore - formam servi accipiens -, e della Santa Vergine, che si disse serva e schiava del Signore. L'apostolo si onora del titolo di servus Christi. Più volte, nella Sacra Scrittura, i cristiani sono chiamati servi Christi" (Trattato della vera devozione, 72). Infatti, il Figlio di Dio, venuto al mondo in obbedienza al Padre nell'Incarnazione (cfr Eb 10, 7), si è poi umiliato facendosi obbediente fino alla morte ed alla morte di Croce (cfr Fil 2, 7-8). Maria ha corrisposto alla volontà di Dio con il dono totale di se stessa, corpo e anima, per sempre, dall'Annunciazione alla Croce, e dalla Croce all'Assunzione.(...) Si tratta di consegnarsi totalmente a Gesù, rispondendo all'Amore con cui Egli ci ha amato per primo. Chiunque vive in tale amore può dire come san Paolo: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Gal 2, 20) (LFM 6).
Il Totus Tuus è dunque la risposta piena all’Amore con cui Dio ci ama in Cristo Gesù. A questa consacrazione (o affidamento) a Gesù per Maria insegnato dal Montfort corrisponde esattamente l’Offerta all’Amore Misericordioso come “vittima d’olocausto” (Pr 6) , che è il centro della spiritualità di Teresa di Lisieux. L’offerta teresiana e la consacrazione monfortana, che hanno la stessa radice storica nella dottrina del Cardinale de Bérulle, esprimono essenzialmente la stessa realtà, cioè l’amore di carità come dono totale di sé a Gesù nello Spirito Santo, attraverso le mani e il Cuore di Maria. Infatti, secondo le parole di Teresa nella sua ultima poesia a Maria: “Amare è dare tutto e dare se stesso” (P 54/22). Ed è proprio la totalità del dono che viene espressa attraverso i due simboli dell’olocausto e della schiavitù, che sono relativi allo stesso Spirito Santo che è fuoco e vincolo d’amore. Attraverso questi due simboli biblici, Teresa e Luigi Maria invitano il battezzato a camminare verso la santità nella stessa dinamica dell’amore come dono totale di sé. I due simboli, che fanno riferimento al sacrificio della Croce, esprimono anche il sacerdozio comune dei battezzati messo in luce nel capitolo II della Lumen Gentium.
B/ La “peregrinazione della fede”
Nella sua Lettera, Giovanni Paolo II insiste particolarmente sul cammino di fede che la Chiesa vive con Maria secondo l’insegnamento del Concilio e del Montfort:
Ho scritto nella Novo millennio ineunte che «a Gesù non si arriva davvero che per via della fede» (n° 19). Proprio questa fu la via seguita da Maria durante tutta la sua vita terrena, ed è la via della Chiesa pellegrinante fino alla fine dei tempi. Il Concilio Vaticano II ha molto insistito sulla fede di Maria, misteriosamente condivisa dalla Chiesa, mettendo in luce l’itinerario della Madonna dal momento dell’Annunciazione fino al momento della Passione redentrice (cf. LG 57 e 67; Redemptoris Mater 25-27). Negli scritti di san Luigi Maria troviamo lo stesso accento sulla fede vissuta dalla madre di Gesù in cammino che va dall’Incarnazione alla Croce, una fede nella quale Maria è modello e tipo della Chiesa. San Luigi Maria lo esprime con ricchezza di sfumature quando espone al suo lettore gli «effetti meravigliosi» della perfetta devozione mariana: «Più dunque ti guadagnerai la benevolenza di questa augusta Principessa e Vergine fedele, più la tua condotta di vita sarà ispirata dalla pura fede. Una fede pura, per cui non ti preoccuperai affatto di quanto è sensibile e straordinario. Una fede viva e animata dalla carità, che ti farà agire solo per il motivo del puro amore. Una fede ferma e incrollabile come roccia, che ti farà rimanere fermo e costante in mezzo ad uragani e burrasche. Una fede operosa e penetrante che, come misteriosa polivalente chiave, ti farà entrare in tutti i misteri di Gesù Cristo, nei fini ultimi dell’uomo e nel cuore di Dio stesso. Una fede coraggiosa, che ti farà intraprendere e condurre a termine senza esitazioni cose grandi per Dio e per la salvezza delle anime. Una fede, infine, che sarà tua fiaccola ardente, tua vita divina, tuo tesoro nascosto della divina Sapienza e tua arma onnipotente, con la quale rischiarerai quanti stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, infiammerai quelli che sono morti a causa del peccato, commuoverai e sconvolgerai con le tue soavi e forti parole i cuori di pietra e i cedri del Libano e, infine, resisterai al demonio e a tutti i nemici della salvezza” (VD 241) (LFM 7).
Su questo argomento della fede, Giovanni Paolo II non può dimenticare un altro santo che ha avuto una larga influenza sulla sua vita e sul suo pensiero:
Come san Giovanni della Croce, san Luigi Maria insiste soprattutto sulla purezza della fede e sulla sua essenziale e spesso dolorosa oscurità (cf SM 51-52). È la fede contemplativa che, rinunciando alle cose sensibili o straordinarie, penetra nelle misteriose profondità di Cristo. Così, nella sua preghiera, san Luigi Maria si rivolge alla Madre del Signore dicendo: «Non ti chiedo visioni o rivelazioni, né gusti o delizie anche soltanto spirituali… Quaggiù io non voglio per mia porzione se non quello che tu hai avuto, cioè: credere con fede pura senza nulla gustare o vedere» (ibid. 69). La Croce è il momento culminante della fede di Maria, come scrivevo nell’Enciclica Redemptoris Mater: «Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spogliazione… È questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell’umanità» (n° 18)” (LFM 7).
Qui, bisogna ricordare che la tesi di Dottorato in teologia di Karol Wojtyla, sostenuta a Roma nel 1948, aveva come oggetto la fede secondo san Giovanni della Croce. Tale insistenza sulla fede pura e spoglia è di grande importanza oggi per educare e purificare la devozione mariana del Popolo di Dio, edificandola sulla fede, e non su apparizioni o rivelazioni private. La Chiesa pellegrinante vive più che mai il combattimento spirituale della fede, dinanzi alle molteplici nuove sfide. Il vero credente conoscerà inevitabilmente la prova della fede: questo è il senso del parallelo tra Maria e Abramo, presente nel Trattato e mirabilmente ampliato da Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater[40]. Il Papa riprende qui l’espressione “kénosi della fede” per indicare il vertice della prova della fede, vissuta da Maria presso la Croce del Figlio suo. Maria ha vissuto, con tutti i grandi credenti e più di tutti, la prova della fede. Teresa di Lisieux visse acutamente tale prova, per la salvezza dei suoi fratelli increduli[41] e seppe vedere in Maria l’esempio perfetto del discepolo che cerca Gesù “nella notte della fede”[42].
C/ Un segno di sicura speranza
La conclusione della Costituzione Lumen Gentium è la contemplazione di Maria come segno di sicura speranza per il Popolo di Dio peregrinante (LG 68-69); tale contemplazione, illumina singolarmente l’insegnamento del capitolo VII sul carattere escatologico della Chiesa pellegrinante e la sua unione con la Chiesa celeste. Nella sua Lettera alle Famiglie Monfortane, Giovanni Paolo II riprende la formula: “Un segno di sicura speranza” come titolo dell’ultimo paragrafo. Egli insiste particolarmente sulla dimensione escatologica della speranza, tanto presente nel testo conciliare come nel Trattato:
Lo Spirito Santo invita Maria a «riprodursi» nei suoi eletti, estendendo in essi le radici della sua «fede invincibile», ma anche della sua «ferma speranza» (cf. VD 34). Lo ha ricordato il Concilio Vaticano II: «La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (LG 68). Questa dimensione escatologica è contemplata da san Luigi Maria specialmente quando parla dei «santi degli ultimi tempi», formati dalla Santa Vergine per portare nella Chiesa la vittoria di Cristo sulle forze del male (cf. VD 49-59). Non si tratta in alcun modo di una forma di “millenarismo”, ma del senso profondo dell’indole escatologica della Chiesa, legata all’unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo. La Chiesa attende la venuta gloriosa di Gesù alla fine dei tempi. Come Maria e con Maria, i santi sono nella Chiesa e per la Chiesa, per far risplendere la sua santità, per estendere fino ai confini del mondo e fino alla fine dei tempi l’opera di Cristo, unico Salvatore (LFM 8).
Il testo menzionato della Lumen Gentium mette in luce l’essenziale significato ecclesiologico ed escatologico del Dogma dell’Assunzione di Maria, cioè la sua comunione e configurazione piena con il Figlio Risorto[43]. Questa comunione “rappresenta e inaugura” (come “imago et initium”) la Chiesa ultima, che sarà interamente configurata al Risorto, alla fine dei tempi. Dopo la Resurrezione di Cristo e l’effusione piena dello Spirito Santo alla Pentecoste, la Chiesa vive sempre, fino alla fine della storia, tra il già e il non ancora: “Quindi la promessa restaurazione che aspettiamo è già incominciata con Cristo, è portata innanzi con l’invio dello Spirito Santo e per mezzo di Lui continua nella Chiesa… Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è irrevocabilmente fissata e in certo modo reale e anticipata in questo mondo” (LG 48). È propriamente questo lo spazio della speranza.
A questo punto, la luce del Concilio è particolarmente preziosa per comprendere rettamente la dimensione escatologica della dottrina del Trattato; essa permette a Giovanni Paolo II di respingere categoricamente l’accusa di “millenarismo” talvolta rivolta contro Luigi Maria. La sua Lettera è un invito a rileggere e interpretare in modo corretto i bellissimi testi relativi ai “santi degl’ultimi tempi” (VD 49-59). Quest’ultimo sviluppo conferma esattamente l’affermazione che troviamo all’inizio: “Alla luce del Concilio va, quindi, riletta ed interpretata oggi la dottrina monfortana” (LFM 1). Nella sua Lettera, Giovanni Paolo II insiste particolarmente sulla missione ecclesiale dei santi. Così la Chiesa vive la speranza con Maria:
Nell’antifona Salve Regina, la Chiesa chiama la Madre di Dio «Speranza nostra». La stessa espressione è usata da san Luigi Maria a partire da un teso di san Giovanni Damasceno, che applica a Maria il simbolo biblico dell’àncora (cf. Hom. 1a in Dorm. B. V. M., 14: PG 96, 719): «Noi leghiamo le anime a te, nostra speranza, come ad un’àncora ferma. A lei maggiormente si sono attaccati i santi che si sono salvati e hanno attaccato gli altri, perché perseverassero nella virtù. Beati dunque, e mille volte beati i cristiani che oggi si tengono stretti a lei fedelmente e totalmente come ad un’àncora salda» (VD 175). Attraverso la devozione a Maria, Gesù stesso «allarga il cuore con una santa fiducia in Dio, facendolo guardare come Padre e ispirando un amore tenero e filiale» (VD 169)” (LFM 8).
Per Luigi Maria come per Teresa di Lisieux, la speranza per se stesso e per gli altri è essenzialmente fiducia nella Misericordia Infinita del Padre, rivelata e comunicata dal Figlio Redentore. La stessa “fiducia e speranza singolare” presso Dio è donata da Gesù nello Spirito, per mezzo del Cuore materno di Maria (cf. VD 267). Il clima spirituale è quello della sicurezza autentica e piena: quella sicurezza data dalla “speranza che non delude” (Rm 5, 5).
Infine, la Lettera alle Famiglie Monfortane termina con una dolce luce di speranza, citando le ultime parole della Lumen Gentium:
Insieme alla Santa Vergine, con lo stesso cuore di madre, la Chiesa prega, spera e intercede per la salvezza di tutti gli uomini. Sono le ultime parole della Costituzione Lumen Gentium: «Tutti i fedeli effondano insistenti preghiere alla Madre di Dio e Madre degli uomini, perché Ella, che con le sue preghiere aiutò le primizie della Chiesa, anche ora in cielo esaltata sopra tutti i beati e gli angeli, nella Comunione di tutti i santi interceda presso il Figlio suo, finché tutte le famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, nella pace e nella concordia siano felicemente riunite in un solo Popolo di Dio, a gloria della Santissima e indivisibile Trinità» (LG 69) (LFM 8).
Conclusione
Alla fine di questo percorso, vorrei semplicemente ricordare due parabole particolarmente care a san Luigi Maria per mettere in luce l’importanza della maternità di Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa, in rapporto con la nostra vita. E mi sembra che queste due parabole hanno un significato speciale per noi come sacerdoti.
La prima è la parabola dello “stampo” (VD 218-221, SM 16-18). Luigi Maria ricorda che ci sono due modi per fare una statua: scolpire con il martello una materia dura come la pietra o il legno, oppure mettere una materia fusa e liquida in uno stampo (come la cera o il bronzo). La vita spirituale come divinizzazione consiste per il membro di Cristo a diventare simile al Capo per opera dello Spirito Santo. Per tale opera, non conviene usare il martello, ma lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo, abbandonandosi totalmente nella maternità di Maria come nello stampo più perfetto. Lo stesso Spirito Santo che ha plasmato il Corpo di Gesù nel seno verginale di Maria al momento dell’Incarnazione, continua a plasmare le membra di questo Corpo che siamo noi nello stesso luogo del seno verginale di Maria e della Chiesa. E’ il luogo della nuova nascita, cioè dell’Incarnazione, del battesimo, della divinizzazione del cristiano. Come Gesù nel Vangelo, Luigi Maria usa questa parabola e la spiega. E’ un testo semplice, ma di grande densità teologica e spirituale, facendo riferimento a Cristo e allo Spirito Santo, a Maria e alla Chiesa, all’Incarnazione e alla nostra divinizzazione[44]. Personalmente, come giovane religioso, avevo già sperimentato l’importanza di questo insegnamento per me. Ma quando sono diventato sacerdote nel 1975, ho capito che dovevo comunicarlo alle persone che mi chiedevano aiuto. Questo “stampo” mariano mi sembra tanto prezioso per noi sacerdoti, per la “formazione” permanente di noi stessi e dei nostri fedeli in questa progressiva configurazione a Cristo, fino alla piena somiglianza che è la santità[45].
La seconda parabola è quella dello “zucchero” (VD 153-154, SM 22). Non si diventa santo senza portare la Croce di Gesù, senza bere al calice amarissimo della sua Agonia. Ed è lì probabilmente il più grande problema della vita spirituale: come non fermarsi su questo cammino evangelico della santità, che a certi momenti diventa tanto stretto e doloroso, proprio la “via crucis”? Tanti si fermano a un certo momento a causa di sofferenze troppo dure e che sembrano insopportabili. Su questo punto, l’insegnamento di san Luigi Maria è particolarmente importante e luminoso. Maria ci è stata data come Madre da Gesù Crocifisso, al momento della sua Passione, e la incontreremo soprattutto quando saremo anche noi sul Calvario. Maria non ci risparmia la croce, ma ci aiuta ad accettarla e a portarla. Con la dolcezza del suo amore materno, la Madonna ci aiuta a bere al calice amarissimo dell’Agonia di Gesù. Attraverso di Lei, è lo Spirito Consolatore che comunica insieme all’amarezza una profonda dolcezza che rende sopportabile l’amarezza, e che insieme alla sofferenza comunica una profonda gioia. Ecco le parole del Montfort nel testo breve del Segreto:
Non si vuol dire che chi ha trovato Maria con una vera devozione sia esente da croci e sofferenze. Tutt'altro! Ne ha di più perché Maria, essendo Madre dei viventi, dà a tutti i suoi figli dei pezzi dell'albero della vita che è la croce di Gesù. Però mentre sceglie buone croci, dà loro la grazia di portarle pazientemente e perfino con gioia, di modo che le croci da lei assegnate a quelli che le appartengono sono dei canditi o croci candite più che croci amare. Oppure, anche se sentono per un po' di tempo l'amarezza del calice che bisogna assolutamente bere per diventare amici di Dio, la consolazione e la gioia che questa Madre buona fa seguire alla tristezza, li animano infinitamente a portare croci ancora più pesanti ed amare (SM 22).
Questo testo è una parabola dell’amore materno che tutti gli ascoltatori di Luigi Maria potevano capire. Tutti infatti sappiamo per esperienza come una madre sa inventare un modo dolce per aiutare il bambino a non rifiutare una medicina amara. Così fa Maria per noi! Allora, il discepolo che ha accolto Maria nella sua casa è sempre felice, anche in mezzo alle più dolorose prove. Questo è specialmente vero per il sacerdote che ha rinunciato a tutto per seguire Gesù, e che può provare una solitudine tanto dolorosa. Quanto è preziosa e consolante nella nostra vita la presenza di Maria come Madre, come Donna tutta Santa, la Madonna! Mi sembra sentire il grido del cuore di san Luigi Maria come uomo e come sacerdote nelle sue espressioni:
“Oh! quanto è felice l’uomo che dimora nella casa di Maria! “ (VD 196); “Oh! quanto è felice un uomo che ha dato tutto a Maria, che si affida e si perde in tutto e per tutto in Maria! Egli è tutto di Maria e Maria è tutta per lui” (VD 179).
Sì, veramente felice uomo! Beatus Vir!
[1] Tutti i testi originali del Monfort si trovano nell’edizione critica delle Oeuvres Complètes (Paris, 1966, ed du Seuil). Esiste una traduzione italiana completa delle Opere (Roma, ed Monfortane). Per il Trattato della Vera Devozione a Maria, ci sono molte edizioni. E’ specialmente da raccomandare l’ultima pubblicata dalla casa editrice Shalom, che si può chiamare scientifica e popolare: economica, con belle immagini artistiche, offre un’ottima traduzione fatta da Padre Battista Cortinovis, monfortano, con note e commenti. Questa edizione ha anche il grande merito di offrire all’inizio l’intera Lettera di Giovanni Paolo II alle Famiglie Monfortane. Indicheremo sempre i testi del Trattato della Vera Devozione e del Segreto di Maria con le sigle VD e SM, indicando i numeri dei paragrafi.
[2] Così, per il grande giubileo del 2000, ho voluto dare una nuova edizione del testo originale del Trattato e del Segreto, con una lunga introduzione teologica, sotto il titolo: L'Amour de Jésus en Marie. Le Traité de la Vraie Dévotion et le Secret de Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol). Su Teresa di Lisieux, ho scritto il libro : L’Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (Roma, 1999, Libreria Editrice Vaticana).
[3] Nel Trattato Luigi Maria fa un vibrante elogio del Cardinale de Bérulle (VD 162). Egli è giustamente considerato “l’ultimo dei grandi berulliani”. Riprendendo quest’espressione di H. Brémond, il sulpiziano Padre R. Deville, presenta Luigi Maria nel suo recente libro: La Scuola Francese di Spiritualità (Milano, 1990, ed Paoline). Questo libro è una delle migliori presentazioni della spiritualità berulliana. Occorre ricordare anche il bellissimo libro di P. Cochois: Bérulle et l’Ecole Française (Paris, 1963, ed. du Seuil, coll. “Maîtres Spirituels”; cf. in particolare le pagine 164-166 che propongono Luigi Maria come il migliore rappresentate del più puro e più mistico berullismo).
[4] VD 18, 45, 248, 261, con riferimento a Gn 2 e 3
[5] VD 263, SM 20, con riferimento a Ct 4, 12
[6] Per esempio in VD 60, 90-91, 118, 134, ecc... A partire da queste indicazioni, è possibile ritrovare tutto il progetto tracciato dall’autore, fino nei dettagli.
[7] Ci sono infatti “cinque verità fondamentali” della vera devozione a Maria (VD 60-89); “sette tipi di falsi devoti e di false devozioni a Maria” (92-104); cinque caratteristiche della vera devozione (105-114); otto “motivi che ci devono rendere raccomandabile questa devozione” (135-182), il “quinto motivo”, diviso esso pure in quattro punti; “questa devozione è un cammino facile, breve, perfetto, sicuro, per arrivare all’unione con Nostro-Signore in cui consiste la perfezione del cristiano” (152-167). Infine, le “pratiche di questa devozione” sono presentate prima di tutto sotto forma di sette “pratiche esteriori” (226-256), poi sotto forma di una “pratica interiore” sviluppata in quattro punti: “Per dirlo in due parole, esse consistono nel compiere tutte le proprie azioni PER MEZZO DI MARIA, CON MARIA, IN MARIA E PER MARIA, per compierle più perfettamente per mezzo di Gesù, con Gesù, in Gesù e per Gesù” (257-265). Infine questa pratica interiore è presentata nel suo culmine, nella comunione eucaristica (266-273). La presentazione di questa pratica interiore e della sua realizzazione nell’eucaristia è il vertice del Trattato. Così collegata all’espressione cristocentrica del Canone Romano: “Per Lui, con Lui, in Lui”, l’espressione monfortana “per mezzo di Maria, con Maria, in Maria e per Maria”, vuole significare una realtà inglobante. E’ importante non indurire l’apparente sistematismo, il carattere un po' troppo geometrico, di tali espressioni, ma di comprenderle bene nella loro viva complementarietà. Così l’espressione: “in Maria” che significa l’unione più intima e più interiore con Gesù, completa felicemente l’espressione “per mezzo di Maria”, che presa isolatamente potrebbe essere interpretata male, come se la mediazione di Maria “s’interponesse” tra Gesù e noi. In realtà, il fedele che vive in Maria è unito a Gesù nel modo più intimo e immediato; lo Spirito Santo gli fa condividere l’unione di Maria con Gesù e lo identifica a Gesù.
[8] “Per salire e per unirsi a lui, bisogna servirsi dello stesso mezzo impiegato da lui per discendere a noi, per farsi uomo e per comunicare le proprie grazie. Tale mezzo è una vera devozione alla Santa Vergine” (SM 23). Questa chiara distinzione delle due parti della sintesi è ugualmente evidente nel breve riassunto del Segreto di Maria: l’esposizione dei n° 7-22 del Segreto corrisponde alla prima parte del Trattato, mentre il seguito (SM 23-78) corrisponde alla seconda parte. Se il Segreto è più breve del Trattato, in un certo modo è più completo. In effetti, il manoscritto del Trattato è incompleto: i primi e gli ultimi fogli sono andati perduti. Così, il Trattato ci è giunto senza introduzione e senza conclusione. In particolare manca la preghiera di consacrazione che si trovava sicuramente dopo l’attuale finale eucaristico. Nell’Amore dell’Eterna Sapienza, questa preghiera di consacrazione è la conclusione di tutta l’opera (ASE 223-227). Il Segreto inizia con un’importantissima introduzione (SM 1-6), e termina con una conclusione che contiene precisamente la preghiera di consacrazione (66-69) e la parabola dell’Albero di Vita (70-78). Questa preghiera è indirizzata successivamente a Gesù (66), allo Spirito Santo (867) ed a Maria (68-69); si presenta come il rinnovamento della consacrazione. E’ l’espressione più sviluppata della consacrazione monfortana, la più ricca dal punto di vista teologico.
[9] Questa è la grande affermazione della Costituzione Gaudium et Spes (n° 22), ripresa come leitmotiv nell’Enciclica Redemptor Hominis.
[10] Nella Lettera Novo Millennio Ineunte, Giovanni Paolo II insiste ugualmente sul primato della grazia e nella medesima prospettiva della santità (n° 38).
[11] La stessa Costituzione Lumen Gentium invita parimenti i teologi e i predicatori ad “illustrare rettamente gli uffici e i privilegi della Beata Vergine, i quali sempre sono orientati verso Cristo, origine della verità totale, della santità e della pietà” (LG 67). Paolo VI, promulgando la Costituzione, insisteva su questo punto: “Noi desideriamo innanzitutto che sia messo pienamente in luce il fatto che Maria, umile serva del Signore, è tutta relativa a Dio e a Cristo Unico Mediatore e nostro Redentore” Discorso del 21 novembre 1964 (Enchiridion Vaticanum, 1, n° 315*).
[12] “Ainsi la Vierge n’était qu’une relation vers le Père Eternel, qui l’a fait Mère de son Fils; vers le Fils unique, comme étant sa Mère. Tout l’être et l’état de la Vierge semble fondé e fondu en cette disposition de Relation” - “Così la Vergine non era altro che una relazione verso l’Eterno Padre, che l’ha resa Madre di suo Figlio; verso il Figlio unigenito, come sua Madre. Tutto l’essere e lo stato della Vergine sembra fondato e fuso in questa disposizione di Relazione” (BERULLE: Œuvres Complètes – édition de 1644 – p. 976).
[13] LFM 3 che dà il rimando all’edizione italiana delle Fonti Francescane (n° 281). Maria è invocata come “Figlia e ancella dell’altissimo sommo Re il Padre celeste, Madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, Sposa dello Spirito Santo”.
[14] “Lo Spirito Santo è già sceso su di lei, che è diventata la fedele sua sposa nell’Annunciazione” (Redemptoris Mater, 26). Il titolo mariano di “Sposa fedele dello Spirito Santo” è tipicamente monfortano (VD 4, 5, 25, 34, 36, 164, 269; SM 15, 68). Certo, si è spesso notato che nei testi del Concilio, l’espressione Sposa dello Spirito Santo non si trova letteralmente, proprio come l’espressione Madre della Chiesa. Ma la sintonia di queste espressioni con la dottrina del Concilio è stata chiaramente manifestata da Paolo VI. Lui stesso ha dichiarato Maria Madre della Chiesa promulgando la Costituzione Lumen Gentium. Infine, nella sua Esortazione Apostolica Marialis Cultus ha sottolineato tale aspetto sponsale della relazione tra Maria e lo Spirito Santo (n° 26).
[15] Redemptoris Mater, n° 39.
[16] Cf. Adversus Hæreses, IV, 20, 1.
[17] Su questo punto Luigi Maria risponde ad una delle esigenze di Paolo VI nella sua Marialis Cultus (n° 26-27).
[18] “Dio Padre ha comunicato a Maria la sua fecondità, per quanto una semplice creatura ne fosse capace, per darle così il potere di generare il suo Figlio e tutti i membri del suo Corpo mistico” (VD 17). “Lo Spirito Santo, avendo sposato Maria ed avendo prodotto in lei, per mezzo di lei e da lei Gesù Cristo, questo capolavoro, il Verbo incarnato, e non avendola mai ripudiata, continua ogni giorno a produrre i predestinati in lei e per mezzo di lei, in modo misterioso ma vero” (SM 13).
[19] Cf. in particolare tutta l’ultima opera del Bérulle: La vie de Jésus (La vita di Gesù), suo capolavoro. È una lunga meditazione sul Mistero dell’Incarnazione, contemplato nell’avvenimento del Concepimento verginale al momento dell’Annunciazione (PIERRE DE BERULLE: Œuvres Complètes, vol. 8, Paris, 1996, ed. du Cerf).
[20] Adversus Hæreses V, 19, 1. Così, si può dire in tutta verità e senza alcuna esagerazione che per Luigi Maria come per Ireneo, Maria, con la sua obbedienza divenne “causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano” (Adversus Hæreses III/22/4, testo citato dalla LG 56).
[21] A proposito dell’obbedienza del Nuovo Adamo e della Nuova Eva, è opportuno ricordare l’importante principio formulato tanto correttamente da Luigi Maria: “Ciò che affermo di Gesù Cristo in modo assoluto, lo dico della Vergine Santa in modo relativo” (VD 74). Questo è anche il senso portato dalla Lettera pontificia: “Certamente tra l’obbedienza di Cristo e l’obbedienza di Maria vi è un’asimmetria determinata dalla differenza ontologica tra la Persona divina del Figlio e la persona umana di Maria, da cui consegue anche l’esclusività dell’efficacia salvifica fontale dell’obbedienza di Cristo, dalla quale la sua stessa Madre ha ricevuto la grazia di poter obbedire in modo totale a Dio e così collaborare con la missione del suo Figlio” (LFM 6).
[22] VD 18. Possiamo qui ricordare le parole della Costituzione Lumen Gentium: “La beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cf. Gv 19, 25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrifico, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata” (LG 58). Questo testo è lungamente ripreso nella Redemptoris Mater, dove Giovanni Paolo II sviluppa particolarmente il parallelo tra Maria e Abramo (n° 14).
[23] VD 248. Bérulle aveva presentato ampiamente tutto ciò in La Vie de Jésus (La vita di Gesù) (cap. 24-27). Tale dottrina, fondata sulla Scrittura, era stata già esposta da san Tommaso d’Aquino (cf. III, q. 34) e santa Caterina da Siena (cf. Orazione XI e Lettera 16). Come questi, Luigi Maria afferma che sin dal primo istante l’anima di Gesù conosceva e amava il Padre e ogni essere umano. “La sua anima non sentiva compassione soltanto degli uomini in generale, ma di ciascuno in particolare, poiché li conosceva ad uno ad uno” (AES 162). Questa dottrina, ugualmente sostenuta da Teresa di Lisieux, ha come fondamento la visione beatifica nell’anima di Gesù, conseguenza dell’unione ipostatica e della pienezza dello Spirito Santo, in vista della sua missione di Redentore dell’uomo.
[24] LT 220.
[25] VD 62. Nello stesso paragrafo, il Montfort afferma che se la devozione a Maria non fosse cristocentrica, bisognerebbe respingerla come una “illusione del diavolo”. Il Trattato contiene tutta una sezione sui “falsi devoti e false devozioni a Maria” (VD 92-104), che è sempre attuale. Il Montfort esclude ogni forma di “mariolatria”, ricordando fin dall’inizio che Maria rimane solo una creatura (VD 14-15. La sua opera rimane dunque pienamente valida in un contesto di dialogo ecumenico.
[26] Cf. B. CORTINOVIS: Dimensione ecclesiale della spiritualità di san Luigi Maria Grignion de Montfort (Roma, 1998, ed. Monfortane).
[27] Ibiem, n° 302*.
[28] Paolo VI: Marialis Cultus, n° 29. Nella Mulieris Dignitatem, Giovanni Paolo II ha ricordato che la Chiesa è insieme “mariana” e “apostolico-petrina” (n° 27). Il Concilio ha messo in luce questo volto mariano della Chiesa.
[29] Tale è il tema della Dichiarazione Dominus Iesus. Cf. “Gesù Cristo, via, verità e vita”. Per una rilettura della “Dominus Iesus” (in PATH, 2002/2).
[30] Discorso al Concilio del 21 Novembre 1964 (n° 303*). Il capitolo VIII della Lumen Gentium insiste molto sull’unione intima di Maria con Cristo e la Chiesa e dei fedeli con Cristo (cf. LG 53, 57, 59, 60, 63…).
[31] Novo Millennio Ineunte, n° 31. Cf. E. RICHER: La pédagogie de la sainteté de saint Louis-Marie de Montfort (Paris, 2003, ed. Téqui).
[32] LFM 4. Lo stesso brano del n° 120 del Trattato è citato al n° 15 della Lettera Rosarium Virginis Mariæ. Cf. il volume collettivo: Riflessioni sulla Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II “Rosarium Virginis Mariæ” (Città del Vaticano, 2003, Quaderni dell’Osservatore Romano, p. 85-90).
[33] Sant’Ireneo confuta l’eresia degli Ebioniti, che nega la nascita verginale di Cristo, mostrando proprio il mistero della “nuova nascita”, quella del Cristo nell’Incarnazione e la nostra nel battesimo: “Non vogliono comprendere che lo Spirito Santo è venuto su Maria e la potenza dell’Alt