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ISLAM - CRISTIANESIMO La Lettera dei 138 dotti musulmani al Papa e ai Capi
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dialogo benedetto xvi regensburg fede ragione illuminismo C’è molto di buono
nel documento inviato a Benedetto XVI e ai capi cristiani: maggiore
convergenza fra correnti musulmane; attenzione al vocabolario cristiano;
desiderio di dialogo. Vi è anche qualche ambiguità e difficoltà. Ma è un
primo passo: è tuttora necessario aprire il dialogo anche con il mondo
secolare. La grande sura della tolleranza. Un’ampia analisi del nostro
esperto sull’Islam.
17/10/2007 11:19 ISLAM - CRISTIANESIMOLa Lettera dei 138 dotti musulmani
al Papa e ai Capi cristianidi Samir Khalil Samir, sj C’è molto di buono nel documento
inviato a Benedetto XVI e ai capi cristiani: maggiore
convergenza fra correnti musulmane; attenzione al
vocabolario cristiano; desiderio di dialogo. Vi è anche
qualche ambiguità e difficoltà. Ma è un primo passo: è
tuttora necessario aprire il dialogo anche con il mondo
secolare. La grande sura della tolleranza. Un’ampia analisi
del nostro esperto sull’Islam.
Beirut (AsiaNews) - La
lettera inviata da 138 personalità islamiche al papa e ai
capi cristiani è un primo passo positivo verso un dialogo,
che ha però bisogno di divenire più universale e più
concreto.
La lettera si situa in modo esplicito come prolungamento
della prima, inviata proprio un anno fa a Benedetto XVI,
quale risposta al suo discorso magistrale all’università di
Regensburg: per la pubblicazione è stata scelta la stessa
data (13 ottobre 2007), che quest’anno coincideva con la
fine del Ramadan[1]
Rappresentatività della Lettera
Notevole è il fatto che i firmatari sono aumentati
rispetto all’anno scorso: da 38 – come era per lo scorso
anno – si è passati a 138. Essi rappresentano circa 43
nazioni, tra nazioni musulmane e altre (in particolare
occidentale). Ci sono dei gran mufti (cioè capi di fatwa
in un Paese), dei responsabili religiosi, dei studiosi e dei
privati.
Fra i firmatari, oltre a rappresentanti dei due grandi
gruppi sunniti e sciiti, abbiamo anche rappresentanti di
gruppi più piccoli, di sette e perfino di tendenze
divergenti, per esempio la tendenza più mistica (sufi), in
maggioranza occidentali. Vi sono ad esempio ismailiti, che
sono una derivazione degli sciiti; giafariti, anch’essi una
deviazione dallo sciismo; ribaditi, che è un vecchio gruppo
dell’islam, di cui non si parla molto, ma che ha un
rappresentante nello Yemen.
Ciò indica un allargamento del consenso da parte di un
certo ambiente islamico, un passo verso ciò che l’islam
chiama l’ijmaa (consenso). Nella tradizione
islamica ogni punto della fede si fonda su tre fonti: il
Corano, la tradizione muhammadiana (hadith ossia
detti, e vita di Maometto), il consenso della comunità,
appunto l’ijmaa. Questo terzo passo finora non è
mai stato molto valorizzato. Anzi, c’è molta divisione nel
mondo islamico: un giorno un imam dice una cosa; il giorno
dopo un altro dice una cosa diversa.
Questa lettera non dice che vi è accordo tra tutti i
musulmani, ma mostra che si va verso un certo consenso.
Questa convergenza è avvenuta sotto l’egida del re di
Giordania e della fondazione Aal al-Bayt (cioè la
Famiglia del Profeta dell’islam), guidata dallo zio del re,
il Principe Hassan. Quest’uomo rappresenta forse quanto di
meglio oggi esiste nell’Islam, dal punto di vista della
riflessione, dell’apertura e anche della devozione. Pur
essendo un musulmano credente e devoto, egli è sposato a una
donna indù che – fatto insolito nell’Islam attuale - non ha
dovuto convertirsi all’islam, cosa che invece viene
richiesto alle cristiane oggi in Occidente, ma che non è
previsto per nulla dal Corano.
Il primo punto positivo della lettera è perciò la sua
rappresentatività, il suo provenire da un gruppo convergente.
La lettera è rappresentativa anche perché è inviata a tutto
il mondo cristiano. Se si prende l’elenco dei destinatari,
abbiamo un quadro molto completo e accurato: oltre al papa,
abbiamo tutte le tradizioni dell’Oriente cristiano, i
patriarchi delle Chiese calcedoniane e pre-calcedoniane; poi
le Chiese protestanti e infine il Consiglio mondiale delle
Chiese. Il che mostra che dietro questa lettera vi è
qualcuno che conosce bene il cristianesimo e la storia della
Chiesa.
I - La struttura
Venendo al contenuto, risalta il fatto che il titolo è
preso dal Corano: “Una parola comune tra noi e voi” (Sura
della famiglia di Imran, 3:64). Questo è ciò che nel
Corano Maometto dice ai cristiani: quando vede che non
riesce a mettersi d’accordo con loro, allora dice: Venite,
accordiamoci almeno su una cosa comune: che non adoriamo che
un solo Dio (cioè sull’unicità divina) “e che non prenderemo
alcuni di noi come padroni all’infuori di Dio”.
Da notare che questa parola comune nel Corano, non prende
in considerazione alcuna definizione su Maometto. In questa
frase non si parla di Maometto come il profeta, o l’ultimo
messaggero di Dio. Ciò che qui viene sottolineato come
parola comune è l’unicità di Dio. Il che è anche un passo
positivo, pur partendo sempre dal Corano.
La struttura comprende tre parti: la prima è intitolata
“L’amore di Dio”, suddivisa in due sottoparti, “L’amore di
Dio nell’islam” e “L’amore di Dio come primo e più
grande comandamento nella Bibbia”. In realtà, il titolo
arabo originale è più preciso: dice “nel Vangelo”. Mettere
la parola “Bibbia” (che comprende l’Antico e il Nuovo
Testamento) permette di integrare in questo discorso anche
il giudaismo (sebbene la lettera sia indirizzata solo ai
cristiani). La seconda parte è intitolata “L’amore per il
prossimo” (hubb al-jâr). Anche qui si divide in due
sezioni: «l’amore per il prossimo nell’islam» e «l’amore per
il prossimo nella Bibbia». Di nuovo, l’originale arabo dice
“nel Vangelo”.
La terza parte conclude riprendendo la citazione coranica:
“Venite a una parola comune tra noi e voi”, e offre
un’analisi interessante in tre parti: “parola comune”,
““Venite a una parola comune” e “Tra noi e voi”.
II - Qualche riflessione sul contenuto
Davanti a questa struttura, vorrei fare alcune
osservazioni.
Anzitutto, vi è una continuità
fra la prima lettera di un anno fa e questa. La prima
lettera si concludeva con la necessità di arrivare a
mettersi d’accordo partendo dall’amore di Dio e del prossimo.
Con questa i dotti vogliono dire: noi sviluppiamo adesso ciò
che avevamo annunciato come fondamento della relazione tra
islam e cristianesimo.
È interessante notare che il vocabolario
utilizzato è un vocabolario cristiano, non
musulmano. La parola “prossimo” non esiste nel Corano; è
tipica del Nuovo Testamento. Di fatti, il testo arabo non
dice “prossimo” ma “vicino” (jâr), che non può
avere che il senso geografico (come il vicino di casa), a
differenza del termine cristiano qarîb, che
significa “il prossimo”.
La parola “amore” è usata nel Corano poche volte.
Addirittura, essa non fa parte dei nomi di Dio. Non si dice
mai che Dio è l’amante, anche se vi sono alcuni sinonimi
meno forti. La parola è invece largamente utilizzata nel
cristianesimo. E infatti se si analizza la prima parte,
quella sull’amore di Dio secondo l’Islam, noi cristiani lo
chiameremmo piuttosto “obbedienza a Dio”, non “amore”. Ma
qui essi lo chiamano così per adeguarsi al vocabolario
cristiano. Il che è bello, ma un po’ pericoloso perché
rischia di essere un gioco di “concordismo”. Di solito i
musulmani parlano dell’adorazione di Dio, di riconoscere
l’unicità di Dio; ma il tema dell’amore di Dio è tutto un
altro discorso, che non è escluso dall’islam, ma si trova
abbondantemente nel mondo dei sufi.
Ad ogni modo, in questa lettera, parlare di “amore di Dio”
rappresenta una novità. Forse è anche un modo abile di
riferirsi alla prima enciclica del papa Benedetto, “Dio è
amore” (Deus caritas est). In ogni caso, c’è il
desiderio di avvicinarsi al vocabolario cristiano, anche se
nello stesso tempo c’è il rischio di voler intendere cose
diverse con una stessa parola.
Altre questioni di vocabolario
In questo contesto, la versione araba della lettera usa
una terminologia diversa rispetto quella francese o italiana
o inglese. Abbiamo già notato il fatto che, laddove l’arabo
parla del Vangelo, le lingue occidentale parlano della
Bibbia. Do altri esempi.
Ad esempio: parlando di Cristo, nelle versioni
occidentali si cita sempre “Gesù Cristo”. Nella versione
araba si dice “Issa al-Massih”. Tale espressione non è
coranica, ma è l’unità fra il modo in cui i musulmani
chiamano Gesù (Issa) – i cristiani arabi lo chiamano “Jasua”
– e la definizione cristiana di “al-Massih”, Cristo, che si
trova nel Corano. L’espressione coranica è “Al-Massih Issa
Ibn Mariam” (Il Messiah Issa figlio di Maria), mentre
l’espressione cristiana abituale è “Jasu’ al-Massih” (Gesù
Cristo). Il testo della lettera intreccia espressioni
coraniche con espressioni cristiane.
Quando essi citano Corano e Bibbia, usano due metri
diversi. Citando il Corano essi dicono “ha detto Dio”, come
ogni buon musulmano. Quando citano versetti della Bibbia,
essi dicono solo “come si trova nel Nuovo Testamento”, “come
si legge nel Vangelo”, ecc… Il che vuol dire che essi usano,
per la Bibbia, un discorso da studioso, più scientifico,
mentre per il Corano essi usano una terminologia non
scientifica, ma da credente islamico.
La struttura ultimamente è molto bella: d’ora in poi
potremo dire che cristianesimo, ebraismo e islam hanno come
cuore della fede l’amore di Dio e del prossimo. Questa è una
vera novità, mai detta prima nel mondo islamico.
Uso della Bibbia
Nelle citazioni dell’Antico e del Nuovo Testamento, essi
danno per assodato che quella della Bibbia è parola di Dio.
Anche questa è una novità relativa. Nel Corano questa idea è
affermata teoricamente, ma essa è rigettata nella pratica.
Molto spesso i musulmani considerano la Bibbia come un
prodotto manipolato (muharrafah o mubaddalah)
attraverso aggiunte posteriori a un nucleo originario.
Addirittura, i 138 (alla nota 4) citano in modo esplicito
san Paolo a proposito della nozione di “cuore”. In una
usanza molto diffusa fra i musulmani, san Paolo viene
rigettato, anzi viene considerato il traditore del messaggio
di Gesù Cristo, che secondo loro avrebbe dato “un messaggio
islamico”. Spesso i musulmani dicono che il messaggio di
Cristo era come quello del Corano, ma che Paolo ha
introdotto la Trinità, la Redenzione per la Croce e il
rigetto della Legge mosaica. Un famoso libro anti-cristiano,
pubblicato nel 2000 e vietato in Libano, s’intitola
“Togliete il velo da Paolo”!
Tutti questi piccoli segni mostrano un sincero sforzo di
dialogo a livello del linguaggio e delle testimonianze
bibliche. Vi sono anche piccole allusioni all’ebraismo, per
integrarlo in questa visione. Usando per esempio il termine
“la gente della Scrittura”, è chiaro che si vuole parlare
anche degli ebrei, anche se il discorso è ufficialmente
indirizzato ai cristiani.
III. Apprezzamento positivo e lettura critica
Cerchiamo di vedere ora altri aspetti positivi di questo
documento, segnalando anche le lacune e gli elementi che
necessitano una riflessione più approfondita. Insomma,
vorrei fare una lettura un po’ critica della Lettera.
Ricerca di un fondamento comune … ma non
universale
Venendo al contenuto, l’impressione mia è che, rimanendo
a questo livello, è facile mettersi d’accordo. Il metodo
usato è di scegliere brani dei testi sacri che possano
essere messi in parallelo. Nel Corano vi sono testi in
contraddizione con il cristianesimo, ma loro hanno fatto la
scelta di privilegiare quelli più simili e vicini. È un
passo importante, ma se rimaniamo solo a questo livello,
improntiamo un dialogo basato sull’ambiguità. In ogni modo,
come primo passo, è utile mettere in rilievo un fondamento
comune.
Anche nella tradizione cristiana c’è la ricerca di un
fondamento comune con le altre religioni, anzi con tutte le
culture. Tale fondamento, dal punto di vista cristiano, non
si basa sul Corano e sulla Bibbia, perché questo
escluderebbe i non credenti. Il fondamento comune è la legge
naturale, il Decalogo visto come legge naturale, un’etica
comune accettata anche dagli atei.
In un discorso del 5 ottobre scorso, rivolto alla
Commissione Teologica internazionale, il papa ha parlato
della legge morale naturale, per “giustificare e illustrare
i fondamenti di un’etica universale appartenente al grande
patrimonio della sapienza umana, che in qualche modo
costituisce una partecipazione della creatura razionale alla
legge eterna di Dio”. Benedetto XVI continua poi riferendosi
al Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1955): La vita
morale “ha come perno l'aspirazione e la sottomissione a Dio,
fonte e giudice di ogni bene, e altresì il senso dell'altro
come uguale a se stesso”. Il Decalogo è “legge naturale” e
non rivelata in senso stretto.
Il pontefice continua dicendo che partendo dalla legge
naturale, “di per sé accessibile ad ogni creatura razionale,
si pone con essa la base per entrare in dialogo con tutti
gli uomini di buon volontà e più in generale con la società
civile e secolare”.
Come i firmatari della Lettera, il papa sta cercando in
tutti i modi di trovare un fondamento comune al dialogo, al
dialogo con tutti; questo fondamento non può essere la
Scrittura, ma è l’etica universale fondata sul diritto
naturale.
La lettera inviata dagli esperti musulmani ai cristiani,
si ferma a ciò che è comune nella Bibbia e nel Corano. Io
penso che il passo seguente dovrebbe essere quello di
trovare fra cristiani e musulmani un fondamento più
universale. Questo includerebbe alcuni elementi delle
Scritture religiose, purché accettabili da tutti; ma
dovrebbe andare oltre, trovando i fondamenti di un dialogo
universale.
Questa è una lacuna della lettera, che tenta solo di
riannodare i rapporti fra cristiani e musulmani. Lo si dice
con chiarezza nell’introduzione, ricordando che “insieme noi
rappresentiamo il 55% della popolazione mondiale”. Dunque
mettendoci d’accordo potremo quasi imporre la pace al mondo.
E’ un approccio tattico, politico. Bisogna andare verso
fondamenti razionali della pace, nella verità.
Per questo, come ha detto il card. Tauran, il testo è
interessante, apre alcune strade nuove nel metodo e nel
contenuto, ma ha bisogno di essere approfondito per renderlo
più oggettivo e non selettivo, per renderlo più universale,
e meno politico.
Distinguere tra politiche e persone
Da questo punto di vista, bisogna aggiungere un’ulteriore
piccola critica. La lettera ad un certo punto chiede ai
cristiani di “considerare i musulmani non contro di loro, ma
con loro, a condizione che i cristiani non dichiarino la
guerra”. Qui essi alludono forse ai problemi della Palestina,
dell’Iraq, dell’Afghanistan… Ma lì non sono i cristiani come
tali che sono impegnati nella guerra.
Gli americani in Iraq (se a questo si riferisce la
lettera) non sono in Iraq come cristiani che opprimono i
musulmani: non c’entra né l’elemento cristiano, né quello
musulmano. Si tratta di una questione politica fra gli Stati
Uniti e i Paesi del Medio Oriente. E anche se sappiamo che
il presidente degli Stati Uniti è cristiano e che la sua
fede lo guida, non si puo’ assolutamente affermare che è una
guerra dei cristiani contro i musulmani.
Questo punto è importante perché i musulmani tendono a
vedere nell’Occidente una potenza cristiana, senza rendersi
conto fino a che punto l’Occidente è secolarizzato e lontano
dall’etica cristiana. Questo modo di pensare rinforza la
teoria dello scontro di culture (o di religioni), proprio al
momento che si cerca di combattere tale teoria!
Una bella conclusione: convivenza nella
diversità
Un ultimo punto. Nella lettera si cita il versetto
coranico sulla tolleranza: “Se Dio l’avesse voluto, avrebbe
fatto di voi una sola comunità. Ma ha voluto provarvi con
l’uso che farete di quello che vi ha dato. Gareggiate dunque
nelle opere buone; voi tutti ritornerete a Dio ed Egli vi
informerà a proposito delle cose su cui siete discordi” (Sura
della tavola imbandita, n. 5:48).
Questa sura è la penultima in ordine cronologico del
Corano. Ciò significa che questa sura non può essere stata
cancellata o superata da un’altra, secondo la teoria
islamica dell’interpretazione coranica, detta dell’abrogante
e dell’abrogato (nâsikh wa-l-mansûkh). Questo
versetto è fondamentale perché dice che le nostre diversità
religiose sono volute da Dio. La conseguenza è: “gareggiate
nelle opere buone” come modo di dialogare. Questa è davvero
una bella scelta da parte loro per concludere la loro
Lettera, perché significa che possiamo convivere malgrado le
nostre diversità, anzi che Dio ha voluto questa diversità!
Verso il futuro
Questa Lettera è un primo passo nel dialogo tra cristiano
e musulmano. Spesso i cristiani hanno preso delle iniziative
di dialogo; stavolta, per la prima volta, mi sembra, sono i
musulmani a prendere l’iniziativa, e l’hanno fatto bene. È
importante che questi primi passi continuino nella direzione
di una maggiore chiarezza, anche mostrando differenze e
necessità di correzioni. Siccome la Lettera è indirizzata a
varie responsabili del mondo cristiano, si puo’ sperare che
ci sarà una risposta a questa lettera, che è costata un
immenso sforzo da parte musulmana.
Ma questa Lettera è certamente indirizzata anche ai
musulmani, anche se non è detto esplicitamente. Che peso
avrà nel mondo islamico, mentre continuano le notizie di
rapimenti di sacerdoti, persecuzione di apostati,
oppressione dei cristiani? Finora non vi è stato alcun
commento da parte islamica. Ma penso che col tempo questo
documento potrà creare un allargamento e una convergenza
maggiore.
Soprattutto, c’è da sperare che il prossimo passo si
affronteranno le questioni più sensibili della libertà
religiosa, del valore assoluto dei diritti umani, del
rapporto tra religione e società, dell’uso della violenza,
ecc., insomma delle questioni attuale che preoccupano tanto
il mondo musulmano (e direi in primo luogo i musulmani)
quanto il mondo occidentale.