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CAPITOLI 6-10
6. Negazione e
povertà
La negazione e la
povertà scaturiscono dal cuore stesso dell'unione d'amore.
Giovanni della Croce,
cantore dell'unione divina fino alla soglia
dell'identificazione, è anche e per ciò stesso il profeta
della trascendenza di Dio e della povertà naturale
dell'uomo, e applica a questa nuova dimensione l'identico
interesse e acutezza che ha messo per la precedente.
Unione e negazione
sono il diritto e il rovescio del medesimo amore.
Non si può avanzare di
un solo passo nella lettura, senza prima chiarire il tema.
Lo ritroveremo d'ora in poi in tutti i processi,
esperienze, norme e spiegazioni. Segue passo passo
l'unione, di cui fa parte.
Questa importanza
oggettiva della negazione nella costruzione sangiovannea, ci
obbliga a darle rilievo e priorità. Si tratta inoltre di una
seria esigenza pedagogica. È qui che inciampano e cadono,
per non rialzarsi mai più del tutto, un numero notevole di
lettori e studiosi degli scritti del dottore mistico.
A fra Giovanni della
Croce chiederemo conto dettagliato delle sue posizioni e
affermazioni in questo settore. Da l'impressione di
lasciarsi andare a certi estremismi non sufficientemente
giustificati, sia nell'esperienza e nella sua
giustificazione teologica, sia nel linguaggio. Gli
assolutismi di tutto e nulla (todo y nada) celano
spesso semplificazioni unilaterali, durezze ingiustificate,
utopie che vogliono tradursi in norme di condotta.
Da parte sua, anche il
lettore dovrà concentrare sull'argomento le sue migliori
capacità di attenzione. Probabilmente avrà già una certa
idea, o qualche pregiudizio sulla negazione sangiovannea, e
se l’è venuto formando sulla scorta di due tipi di influsso.
In primo luogo, quello venutogli da libri e persone che
tacciano il dottore mistico di disumanità, antievangelicità,
nichilismo. Forse è poi stato confermato
in tale opinione dall'atteggiamento di persone che tessono
gli elogi del nulla, ripetendo alla lettera frasi del santo,
senza però alcuna capacità di chiarirne il vero senso.
Ciò che ho detto del lettore creativo nel
capitolo IV, si applica con particolare efficacia a questo
caso. È necessario liberarsi da pregiudizi e da schemi
abituali. Ci si trova davanti ad una realtà nuova,
importante, delicata, sfaccettata; una realtà teologale e
antropologica, mistica e ascetica.
L'esperienza dimostra ripetutamente che la
negazione è di sicuro il miglior criterio per
verificare se un lettore è giunto alla comprensione
autentica di san Giovanni della Croce.
È stato causa di un penoso restringimento di
orizzonte l'aver ridotto in san Giovanni della Croce la
negazione (povertà, nudità, vuoto, morte) alla categoria di
«ascesi». E un'idea molto diffusa e totalmente falsa. La
negazione è comunione teologale, esperienza mistica,
passività creativa, scoperta dell'essere, anche se fra i
tanti valori svolge anche la funzione ascetica.
Tuttavia molte difficoltà stanno cadendo, e
ci riesce di volta in volta più familiare e spontaneo
trattare con il mistico dottore. L'entusiasmo che oggi
suscita la notte oscura sangiovannea e la sua applicazione
a ogni genere di situazioni e di esperienze attuali indica
chiaramente come, con nomi identici o altri analoghi,
l'esperienza negativa si trovi pienamente affermata nella
nostra vita.
Il suo merito sta non tanto nell'avere
costruito un sistema personale, quanto nell'avere scoperto
una legge del Vangelo e della vita umana, che tocca in pieno
l'uomo attuale.
Una scoperta che esamineremo ora nel suo
significato, nei suoi valori, motivazioni, connessioni con
le realtà originarie e fondamentali della vita teologale.
1. Tutto e nulla
«Tutto e nulla» è l'espressione più ferma e
decisa dello stile antitetico e paradossale che Giovanni
della Croce utilizza costantemente nei suoi scritti. Il
linguaggio peculiare denota una modalità dell'esperienza e
del pensiero. Il fatto risulta così rilevante che da esso si
è voluto caratterizzare l'autore come il dottore del nulla,
o il dottore del tutto. Il contrasto ha effettivamente
ramificazioni innumerevoli.
Prima di entrare in un'analisi dettagliata,
è necessario tenere presenti alcuni principi di
interpretazione, che si riducono fondamentalmente a tre:
linguaggio per antitesi, influsso di san Paolo, dinamica
della vita teologale.
I primi due sono stati largamente
sviluppati in un lavoro di M.A. Diez, di cui si tiene
ancora poco conto. Cito un ampio paragrafo in cui
sintetizza i dati e le piste di soluzione:
L'antitesi è un mezzo elementare di
espressione ideologica.
Nulla di strano, dunque, che sia un fenomeno
letterario comune a molti scrittori. San Giovanni della
Croce si serve fin dall'inizio della contrapposizione
concettuale e simbolica.
Così, per esempio, troviamo nella sua
poesia numerosi casi di antitesi flagranti tra
vita-morte, luce - oscurità, presenza - assenza, bassezza -
altezza, gioia - pianto. Identico genere letterario troviamo
nella sua prosa. Meno pronunciato di quanto potrebbe
supporsi nelle Sentenze [Parole di luce e d'amore],
raggiunge la sua massima espressione nelle didascalie di cui
è circondato il grafico del «Monte di perfezione», non
esenti da certo manierismo nella sua preoccupazione di
contrapporre il Tutto al nulla...
Questa semplice constatazione basterebbe a
confermare la tendenza del santo a servirsi del parallelismo
antitetico. La cosa più significativa, tuttavia, è che egli
stesso confessa la propria «intenzione» di approfittare al
massimo di tale risorsa letteraria, ben sapendo che «due
cose contrarie si illuminano a vicenda» (F 3,18).
E più di una volta ricorderà la regola
retorica appresa alle lezioni di logica: «come affermano i
filosofi, un contrario si conosce bene per l'altro
contrario» (IN 12,5).
Si noterà infatti in certi passi un
parallelismo non immune da artificio letterario... Accanto a
certe formule antitetiche coniate personalmente dal santo
-si ricordi, per esempio, quella del «Tutto e nulla», nei
suoi scritti ne incontriamo altre ormai in uso presso quasi
tutti gli autori spirituali per parlare della lotta
spirituale del cristiano...
L'antitesi è per san Paolo, più che una
risorsa letteraria, una necessità per esprimersi, secondo il
parere di tutti gli interpreti. Egli ordina il suo pensiero
in coppie antitetiche di idee, di modo che risulta
indispensabile prestare attenzione a questo modello mentale
quando si vuole studiare la portata della sua dottrina...
Il dottore mistico concorda con l'Apostolo
in questa visione fondamentale della vita cristiana,
concepita come una realtà in tensione, contesa tra due
mondi...
Tale condizione di antagonismo è quanto
rispecchiano le seguenti antitesi paoline accolte da san
Giovanni della Croce e ridotte a coppie letterarie più o
meno indipendenti tra loro: luce-tenebre, vita-morte,
spirito-carne, uomo nuovo-uomo vecchio.
Il gesto o atteggiamento che indichiamo con
il termine di negazione, si fonda su valutazioni
delle persone, cose o esperienze che si esprimono in termini
di tutto e nulla.
Si ricade pertanto in pieno dentro le leggi
del linguaggio antitetico e della fonte paolina. È in tale
quadro di comprensione che essa va interpretata.
Fisseremo ora la nostra attenzione sulla
contrapposizione tutto e nulla, che servirà da esempio per
fornire qualche orientamento. È dal contrasto che si afferra
il significato di ciascuno degli estremi, dal momento che
agiscono come termini correlativi, non assoluti.
Allo stile antitetico e all'eredità paolina
è da aggiungere il terzo principio di interpretazione che ho
sopra indicato: dinamica della vita teologale, in cui il
vuoto di sé diventa pienezza di Dio e l'amore di Dio
racchiude virtualmente tutte le cose.
Il termine nulla ha varie e libere
modalità d'uso, talvolta reale, talaltra esistenziale o
iperbolico. Il suo significato non gli viene tanto dalla
filosofia o dalla teologia, ma dal riferimento teologale. «È
stato poco più di niente o niente, o meno che niente» (2S
29,5). «In tal modo possiamo affermare che, se le creature
sono un niente, l'attaccimento dell'anima a quelle, è meno
di niente» (1S 4,3). Sulla croce «nostro Signore raggiunse
il massimo del suo an-nichilamento in ogni campo... In tal
modo Cristo rimase annichilito e ridotto quasi nel nulla»
(2S 7,11).
Agli occhi dell'anima «tutte le cose sono un
niente ed essa stessa è un nulla agli occhi suoi: solo Dio
per lei è tutto» (F 1,32). «Per avere Dio in tutto, conviene
non avere niente in tutto, poiché il cuore che è di uno,
come può essere totalmente dell'altro?» (L 16). «L'anima la
quale desidera che Dio le si conceda interamente deve darsi
tutta senza conservare nulla per sé» (SA 49).
Benché molto breve, la lista mette in chiaro
alcune modalità nell'uso del vocabolo nulla (nada):
riferimento costante al tutto, gradualità che ammette un
più e un meno che nulla, collegamento con l'atteggiamento
del soggetto più che con la realtà oggettiva delle cose,
impostazione in termini di amore più che di essere.
In questo senso chiama nulla ciò che
noi qualifichiamo come_va-nità, inconsistenza, dispersione,
ecc. E questo si può dire di cose banali, come pure di
realtà in sé importanti ma tagliate fuori dal proprio fine
o egoisticamente assunte da una persona che non ha
vocazione né disposizione a tanto. Peccato, appetito, agire
disordinato dell'uomo sono nulla; inoltre annullano o
riducono al nulla tutto quanto raggiungono nel loro
operare, anche se gli oggetti come tali sarebbero dotati di
grande valore.
Il nulla non si riferisce agli oggetti, ma
alla comunione teologale, che viene distrutta da questo
attaccamento egoistico e indipendente.
È di primaria importanza centrare con
esattezza il significato del nulla, poiché è sul nulla che
agirà la negazione sangiovannea. Se riferiamo il nulla a
storia, persone, oggetti, tutto questo sarà condannato alla
distruzione. Se invece il nulla si riferisce alla
possessività egocentrica con cui l'uomo vuole servirsene,
sarà allora l'egoismo a dover salire sul rogo, lasciando a
persone e cose la loro pienezza di vita e valore. È davvero
penoso che, in una questione di tanta importanza, gli studi
sangiovannei siano andati avanti con una certa leggerezza e
imprecisione.
2. Negare
Il dottore mistico si serve di un
vocabolario ricco di espressioni dure e urtanti: vuoto,
annichilimento, mortificazione, rinuncia, ecc. Ma non sono
queste o altre parole più dolci a darci la soluzione del
problema sangiovanneo. Non è questione di termini, ma di
realtà e di attitudini teologali.
La cosa migliore è affrontare la difficoltà
direttamente alla radice. E la difficoltà si trova espressa
nella maniera più caratteristica in termini quali negazione,
negativo, negativamente.
È qui che dobbiamo concentrare l'attenzione
e lo sforzo. Gli autori si preoccupano troppo degli
oggetti negati, troppo poco dell'attitudine teologale
implicita nel negare.
La negazione sangiovannea possiede una
qualità molto particolare, che non si spiega ricorrendo
solamente al dualismo neoplatonico, all'ascesi monastica o
alle privazioni dell'infanzia. Per comprenderla non bastano
né le fonti né gli oggetti.
Essa racchiude in sé una posizione
originale, di tono teologale e mistico. È un modo
particolare di percepire e integrare le realtà naturali e
soprannaturali, di entrare in comunione con esse a nuovi
livelli di profondità. Non è rifiuto o isolamento della
realtà, giudicarla falsa o priva di valore. L'atteggiamento
negativo è una forma di comunione con la realtà; asporta la
corteccia della realtà opaca, fino a giungere al contenuto
di vita e di verità che sta al fondo di essa. A base e
sostegno del ragionamento, citiamo qualche testo:
Se in qualche caso si dovettero ammettere
(le comunicazioni soprannaturali immaginarie), era per il
profitto che quelle vere arrecano all'anima e per il buon
risultato. Per questo, però, non è necessario ammetterle,
conviene piuttosto, per un risultato migliore, negarle...
Esse producono nell'anima il loro effetto passivamente
senza che essa possa intervenire per impedirlo, se anche lo
volesse... L'anima, pur volendolo, non può evitare di
ricevere le influenze e comunicazioni di quella figura,
anche se volesse resistere; alle infusioni soprannaturali
non può infatti resistere la volontà negativa
pazientemente umile e amorosa, ma lo possono solo le
impurità e le imperfezioni dell'anima (2S 16,10).
In tal modo ciò che di sostanziale c'è in
queste visioni gioverà alla fede dell'anima se questa,
disprezzandole, saprà rinunciare del tutto a quanto in esse
v'è di sensibile e intelligibile, e saprà usare saggiamente
del fine che Dio si prefigge nel concedergliele perché,
come è stato detto relativamente a quelle corporee, Egli
non gliele da perché le desideri e vi ponga il suo affetto
(2S 16,12).
Rinnega i tuoi desideri e troverai quello
che il tuo cuore desidera (AS 15).
Se avrai liberato la tua anima da
attaccamenti e proprietà estranei, comprenderai le cose
secondo lo spirito, e se in essi avrai rinnegato
l'appetito, gusterai della loro verità, intendendo quanto
vi è di certo in esse (AS 46).
Ho scelto i testi che rappresentano i due
campi della negazione: le comunicazioni per via
soprannaturale, e le realtà naturali che rientrano nella
percezione sensibile. Nell'uno e nell'altro caso, l'identico
atteggiamento di negare, disprezzare. L'autore avverte
espressamente che si tratta di comunicazioni (visioni)
divine e di realtà naturali in sé preziose. Ciò nonostante,
non si ritrae dalla posizione negativa.
«La volontà che si comporta negativamente
con pazienza umile e amorosa» è umile accoglienza, è
attenzione preferenziale per la persona più che per i regali
e il godimento che essi procurano.
È povertà e distacco. L'uomo si pone
nell'atteggiamento più nobile e aperto, più disinteressato,
e quindi nelle migliori disposizioni perché Dio gli si
comunichi con maggiore abbondanza, e per poter captare il
contenuto profondo e personale di tali doni. Liberandosi
dalle apprensioni e dalle macchie di quelle immagini, «non
solo non si priverà di queste (comunicazioni spirituali) e
dei beni che causano, ma si disporrà ancor di più a
riceverle in maggior copia e con più chiarezza, libertà e
semplicità di spirito» (2S 16,11).
Per intendere pienamente il significato di
questi testi è necessario disporre di ulteriori dati sulla
natura sensibile e spirituale dell'uomo, sulla sua
condizione. Fin d'ora però rimane assodato che la negazione
non è rifiuto, disinteresse, svalutazione nei confronti
della realtà.
Nei testi citati il santo afferma
decisamente che la negazione intende essere una
penetrazione più aderente e sapida nella realtà.
Alla fine di questa breve ricognizione di
testi, si impone una conclusione: il «negare» di san
Giovanni della Croce non equivale al negare del
nostro linguaggio corrente. È una precauzione che il lettore
dei suoi scritti deve tenere ben presente. Negazione,
distacco, spoliazione, uscire da se stessi: ... è il
linguaggio della conversione mistica.
Ti uscii dietro gridando...
C'è da notare che questo uscire va inteso in
due modi: primo, come un uscire da tutte le cose, il che si
fa disprezzandole e aborrendole tutte; secondo, come un
uscire dell'anima da se stessa mediante l'oblio e la
noncuranza di sé, il che si attua per aborrimento santo di
se stessi nell'amore di Dio.
Questo amore solleva l'anima in maniera tale
da farla uscire da sé, dalle sue inclinazioni e dai suoi
modi naturali gridando per amore di Dio. A questi due modi
di uscire allude qui l'anima quando dice:
uscii,
perché di tutti e due c'è bisogno per andare dietro a Dio ed
entrare in lui (CA 1,11).
3. Comunione trascendente
L'atteggiamento amoroso negativo scaturisce
per derivazione diretta dal modo di essere e di comunicarsi
di Dio.
Dio stesso, come pure le persone e le cose
di questo mondo, comunicano la loro ricchezza inafferrabile,
circoscritta nel rigido stampo della loro manifestazione o
apparenza, e in quello della nostra percezione. Per
arrivare fino a noi devono passare per i canali angusti e
contorti della nostra sensibilità, idee, gusti,
rappresentazioni, che impongono alla realtà la dura
condizione dei nostri limiti.
Dio stesso, nel comunicare con l'uomo,
viene a trovarsi di fronte all'alternativa: o spezzare lo
stampo, o entrarvi deformato.
Qui interviene la negazione, che è una forma
di comunione trascendente. Dispone di un filtro che
le permette di utilizzare come vettori ogni genere di
risorse (idee, immagini, sentimenti, rappresentazioni) ,
senza restare imprigionata nella ristrettezza di tali mezzi
e della propria soggettività. Se gli manca questa capacità
negativa trascendente, l'uomo si ritrova davanti alla stessa
alternativa: o non raggiungere la realtà, perché gli si
offre entro involucri riduttivi; o restarsene con niente in
mano, per aver rifiutato quegli involucri che rivelano e
insieme nascondono la realtà.
Giovanni della Croce assegna alla negatività
un duplice fondamento: l'essere infinito di Dio che si
comunica, la vita e la morte di Cristo crocifisso che è la
nostra via. Intorno a questi due poli organizza una lunga
serie di motivazioni dipendenti.
A ciò si aggiungono l'essere e la condizione
dell'uomo, che impongono limitazioni concrete, come vedremo
al numero seguente.
Il motivo che ritorna con maggiore
insistenza come fondamento del clima generale di oscurità
nei suoi scritti, è senza dubbio la trascendenza di Dio
o, in termini più personali, l'onnipresenza del Dio infinito
e trascendente.
Con la stessa veemenza con cui esalta
l'unione trasformante, accentua d'altra parte le distanze
oggettive che esistono tra i due, e il vuoto di cui soffre
l'uomo come conseguenza di questa limitazione. L'oscurità
non proviene dal fatto della lontananza, ma dalla
comunicazione stessa.
Nella misura in cui Dio si comunica nel
proprio essere, provoca tenebra con la sua luce abbagliante.
Un eccesso di luce su un occhio malato causa accecamento e
dolore. Quando il Dio vivo si presenta alla coscienza
dell'uomo in tutta la sua luce, bellezza, bontà, potenza,
provoca oscurità e sconcerto. L'uomo sente qualcosa che
travalica i suoi poveri mezzi di captazione e
comunicazione. Nulla di ciò che egli prima sapeva e poteva e
sentiva, gli serve per questo incontro personale con Dio
stesso. Non ha somiglianza con nessun'altra esperienza umana
o immaginazione fabbricata dall'uomo.
Per poter agire in una situazione così
squilibrata, gli viene concessa la fede.
Il credente si trova ora in condizione di
entrare in comunione con Dio; ma tutte le sue conoscenze e
risorse continuano a essere sproporzionate di fronte alla
persona divina.
Dio vivo e vero è più ,e meglio, di tutto
quello che risulta dalle sue congetture e conoscenze, dalle
sue previsioni e immaginazioni; più e meglio anche di tutto
quello che conosciamo e pensiamo dopo che si è rivelato a
noi in Gesù Cristo. Il Padre di nostro signore Gesù Cristo
continua ad essere un mistero insondabile per il cristiano.
Anzi, il mistero è adesso ancora più grande di quando nulla
sapevamo di lui.
Aumentando la conoscenza, si indovina
meglio quell'immensità che rimarrà sempre non conoscibile
(C 7,9).
Come si può vedere, la causa primaria
dell'oscurità è di ordine teologale e mistico. È prodotta
dalla densità del suo contenuto e dalla forza della sua
comunicazione.
Qui non c'è vuoto di realtà, ma pienezza
traboccante e diffusiva.
Gesù Cristo crocifisso è il secondo
fondamentale punto di riferimento per intendere l'amore
teologale in questa dimensione di rinuncia.
Amare, è dare se stessi in questa auto
espropriazione totale, dare la vita, perderla: «Oh! vi fosse
qualcuno che sapesse far capire perfettamente fin dove
nostro Signore vuole che giunga questa abnegazione! Essa
certo deve essere come una morte e un annichilimento
temporale, naturale e spirituale in tutto, nell'estimazione
della volontà, in cui ha sede ogni rinuncia» (2S 7,6).
Non è solo la parola, ma soprattutto la vita
di Cristo che detta legge in materia di negazione. «Poiché
ho detto che Cristo è la via e che questa consiste nel
morire alla natura in ciò che appartiene ai sensi e allo
spirito, voglio ora far capire come questo possa accadere
imitando gli esempi di Gesù, nostro modello e nostra luce»
(2S 7, 9-11).
Nell'amore e nella povertà di Gesù
annichilito sulla croce, Dio si rivela nella grandezza
della sua bontà; al tempo stesso si evidenzia da parte
dell'uomo quale sia il punto di massima comunione con lui.
Il mistero di Cristo è, in questa materia, fondamento del
discorso teologico e della norma pratica.
4. Libertà e purezza
IlI passero che si è posato sul vischio si
affatica doppiamente e nel distaccarsene e nel pulirsi.
Soffre del pari in due maniere chi soddisfa il suo appetito:
nel distaccarsene e, una volta libero, nel purificarsi di
quanto di esso gli è rimasto attaccato» (AS 22).
Questa breve sentenza indica molto bene il
secondo punto referenziale della negazione. È in certo modo
complementare del primo. La trascendenza di Dio poggia
tranquilla e sicura sul proprio essere, ma si rende
sensibile e dolorosa nell'essere limitato e nella
condizione deformata dell'uomo.
Quando si propone come ideale e progetto
unico di vita l'unione d'amore, balza in primo piano
l'ostacolo che la rende impossibile: il peccato,
sia esso originale o personale. Da entrambi possiamo essere
stati salvificamente riscattati e sacramentalmente
perdonati. Rimane però ancora presente la radice del
disordine con le sue molteplici manifestazioni, che egli
chiama appetiti. E benché l'anima continui a essere immagine
perfettissima di Dio nell'essere che ha ricevuto per
creazione, «tuttavia come essere ragionevole è brutta,
abominevole, sudicia, oscura e possiede tante altre
imperfezioni...» (1S 9,3).
Il disordine interiore invade tutti i
settori e livelli dello psichismo. Causa oscurità e cecità
nella conoscenza, fino a non distinguere più ciò che è bene
da ciò che è male, ciò che procura vantaggi da ciò che
provoca danni.
Di conseguenza, la volontà non sa orientarsi
nelle sue scelte, crea valori artificiali, si fa schiava di
capricci e passioni. E l'uomo rimane completamente
invischiato nei lacci dei suoi desideri ed affanni,
chiudendosi in un mondo di egoismo e superficialità.
Non rimangono nascosti nel cuore della
persona il disordine e i danni di questo traviamento. Si
proiettano ingranditi nel modo di comportarsi con le
persone, di intervenire nella storia, di usare le cose. Di
tutto questo si alimenta l'egoismo, e su tutto questo sbava
la miseria del disordine interiore.
Di fatto, azioni e cose in sé buone, sono
profondamente intaccate dalla manipolazione dell'uomo
peccatore, che le ha contagiate con la malizia del proprio
cuore.
Con queste premesse, possiamo tracciare il
progetto di ricupero, che raggiunga tutti i livelli toccati
dall'infezione: conoscenza, amore, contatto con le cose. In
questo progetto di riunificazione, svolge una parte
fondamentale la negazione.
È al tempo stesso funzione teologale e
antropologica, poiché il disordine ha invaso i due piani.
Il primo passo suggerito dal santo è
disinnestare gli stimoli. Il male non sta nelle realtà
esterne che provocano la reazione deviata: esse sono
semplicemente occasione o pretesto; di fatto però,
alimentano e prolungano una situazione grave. Occorre
tagliare provvisoriamente o ridurre drasticamente, così
come il malato, per poter guarire, viene privato di cibo,
luce, aria; senza con questo voler dire che tali cose siano
cattive.
È l'esempio che l'autore applica con molta
proprietà alle estenuanti privazioni della notte passiva:
Essendo ella [l'anima] sottoposta a
purificazione per conseguire la propria salute, che è Dio
stesso, le viene da Lui imposta l'astinenza di tutte le cose
delle quali perde l'appetito. Le accade come a un ammalato
molto caro il quale, perché risani, viene ben custodito,
tanto che non gli si permette di prendere aria, né di godere
della luce, né di udire alcun passo e neppure i rumori di
casa; gli viene poi somministrato con misura il cibo molto
delicato, badando più alla sostanza che al sapore (2N
16,10).
L'esempio è di grande bellezza e precisione.
Spiega il senso della negazione di cose e oggetti esterni, e
la sospensione di certe attività del soggetto. Solo con una
sospensione provvisoria, ma radicale, si possono risanare
efficacemente le funzioni psicologiche e spirituali.
La libertà redenta include perdono,
purificazione, rinnovamento. Il canto alla libertà si
ripete di tanto in tanto, quando parla della nudità: è
finalmente libero e può respirare a pieni polmoni: un
piacere che solo potrà gustare chi abbia provato il
contrasto esistente tra prima e dopo la liberazione (1S 15;
2N 14,3).
Libertà, libertà. Pochi la raggiungono
veramente. Gli uomini passano la vita a lottare contro
oppressioni che vengono dall'esterno, e vivono
tranquillamente nella schiavitù della propria volontà. «Chi
è distaccato non è molestato da preoccupazioni, né durante
né fuori dell'orazione, così, senza perder tempo, acquista
con facilità un grande tesoro spirituale; al contrario,
l'altro non fa che girare e rigirare dentro U ciò, da cui è
avvinto ed attaccato il suo cuore» (3S 20,3).
Libertà e purezza di fronte ai doni di Dio,
e di fronte ai nostri stessi possessi e conquiste. È il
passaggio verso la nuova vita e l’uomo nuovo:
(Esso) è necessario prima che l'anima sia
posta nel vuoto e nudità di spirito, privata di ogni
sostegno, conforto e apprensione riguardante ogni cosa
celeste e umana, affinchè, così vuota, sia povera di spirito
e spoglia dell'uomo vecchio, per vivere quella vita nuova e
beata che si ottiene per mezzo di questa notte, e che
consiste nello stato di unione con Dio (2N 9,4).
Povertà e nudità di spirito sono qualcosa di
più di una semplice carenza. Sono parole che indicano stati
di alta qualità spirituale, forme dell'esperienza di Dio.
La negazione non si riferisce pertanto alle
cose, né all'uomo come tale. Cerca di isolare e distruggere
quel virus pernicioso che si è introdotto
nell'affettività dell'uomo, degradandola e, a partire da
essa, deformando tutta la persona e tutta la realtà con cui
essa entra in contatto.
Per Giovanni della Croce non vi sono altri
problemi, né teologici né antropologici.
A nostro modo di vedere, la negazione non
distrugge nell'uomo nient'altro che questo principio di
distruzione.
Oggi pensiamo forse di poter compiere questa
medesima impresa per via di semplice sviluppo omogeneo,
conseguendo così senza rotture la libertà, l'armonia
personale, la capacità di amare, la gerarchia dei valori.
Qui però non si tratta di scrivere teorie, ma di
confrontarle con la realtà.
5. Ascesi teologale
Pur avendo negato per principio la loro
equivalenza, negazione ed ascesi sono due realtà che
conservano una stretta affinità, se ci riferiamo agli
scritti di san Giovanni della Croce e alla sua vita.
Nell'idea che ne hanno la maggior parte dei
lettori, si invertono i termini: prendono la negazione come
un mezzo radicale di ascesi. Nella realtà, invece, succede
piuttosto il contrario: è l'ascesi che interviene come uno
dei mezzi e forme di negazione.
La negazione infatti ha contenuti molto più
ampi. A rigore di termini, né la negazione è ascetica, come
abbiamo visto, né l'ascesi è negativa, come vedremo ora.
L'ascesi sangiovannea ha la sua rigorosa
collocazione nell'ambito della vita teologale, dalla quale
riceve contenuti e modalità. In questa prospettiva, l'ascesi
entra a far parte di un processo di unione d’amore,
assumendone motivazioni e dinamismi, nel susseguirsi di vari
momenti:
~ coscienza di essere amato prioritariamente
da Dio;
~ accoglienza e prima risposta d'amore,
scelta;
~ rinunce collaterali per concentrare
maggiormente l'amore;
~ nuovo amore derivante da tale
concentrazione.
Questa visione della rinuncia ne cambia il
senso. Non la mette al centro dell'attenzione, ma la
trasforma in frutto e disposizione d'amore. Prescinde da
certe cose o gratificazioni, perché ha il cuore sedotto da
Dio. Più che di mortificazione, tale atteggiamento ha la
parvenza di sobrietà, di accontentarsi con poco e niente,
facendo spontaneamente a meno di ciò che ad altri sembra
indispensabile.
E anche disposizione a nuovo amore, perché
il gesto di scegliere e il risparmio di energie che
andrebbero altrimenti disperse, lo potenziano, preparandolo
a una nuova infusione.
Malgrado le differenze esistenti tra Salita
e Cantico, il carattere teologale dell'ascesi si mantiene
invariato in entrambe le opere. Per quanto si riferisce a
Salita, risulta ben affermato nei due capitoli più duri di
espressione ascetica: 1S 13 e 2S 7. In entrambi l'esigenza
ascetica è preceduta e motivata dall'amore di Cristo, prima
di qual-siasi rinuncia o mortificazione: «In primo luogo,
l'anima abbia un costante desiderio di imitare Cristo in
ogni sua azione, conformandosi ai suoi esempi...» (1S
13,3). Più esplicito e ragionato è il capitolo 7 di 2S nel
collegare ogni rinuncia alla parola di Cristo, al suo amore
e alla sua sequela.
Nel clima di amore totale che caratterizza
il Cantico, san Giovanni della Croce paragona questo
atteggiamento, per certi effetti, a quello
dell'innamoramento. La persona innamorata non si mortifica
rinunciando all'amore di altre persone, o lasciando da parte
tanti altri divertimenti, o affrontando dei sacrifici per
potersi incontrare con la persona amata.
Tali rinunce sono semplici corollari, quasi
inavvertiti, di un amore concentrato e radicale.
Così interpreta l'ascesi in Cantico: «In
cerca del mio amore... non coglierò mai fiore, non temerò le
fiere» (C 3); «essendo innamorata, mi son persa volendo, e
ho guadagnato» (C29).
Il distacco ascetico deriva dall'amore
concentrato.
Non condanna, disprezza o mortifica nulla.
Lascia da parte o in subordine, assorto com'è nella persona
che occupa il centro del suo cuore. Come nell'estasi, la
concentrazione di energia in un settore abbandona o riduce
al minimo l'attività negli altri.
In quanto concentrazione d'amore personale,
l'ascesi del dottore mistico si spinge fino alle realtà più
preziose, come i doni divini, le mediazioni sensibili e
sacramentali.
Ho già detto prima che negare non è
maltrattare o distruggere le cose o fare finta che non
esistano.
La negazione di fronte a certe comunicazioni
soprannaturali non è disinteresse nei confronti del
regalo di Dio, bensì maggiore apprezzamento e interesse
per la persona che fa il regalo.
E la stessa cosa che fa ogni giorno, sul
piano umano, l'amore, se è veramente tale. Riceve il dono
tenendone distaccato il cuore. Il regalo serve ad accrescere
la comunione personale: si riceve, si ringrazia, si
apprezza, per fissarsi subito sulla persona che con tanta
bontà lo ha fatto
La vera comunione non si crea tra il dono e
la persona che lo riceve, ma tra questa e colui che dona. È
egoista chi antepone l'utilità di un regalo al vincolo di
comunione che esso esprime.
Così riceve i doni di Dio fra Giovanni, con
l'attenzione e l'affetto totalmente rivolti alla Persona.
Così vuole anch'egli offrire a Dio i suoi piccoli doni:
senza badare a ciò che da, a quanto vale, a quanto gli
costa. Vuole solo che Dio goda di quell'amore. «Dio ci
liberi da noi stessi; ci dia quanto gli piacerà e non ce lo
mostri finché non vorrà. E infine, colui che tesoreggia per
amore, accumula i tesori per un altro; è giusto che egli se
li riservi e li gusti, poiché tutto è per lui. Noi invece è
bene che non li vediamo, né li godiamo, per non togliere a
Dio il gusto che prova nell'umiltà e nudità del nostro cuore
e nel disprezzo, per amor suo, delle cose del secolo» (L
22).
La qualità spirituale di Giovanni l'ha
portato ancora più avanti: rinunciare al piacere delle
stesse rinunce.
Non è raffinatezza sofisticata, ma esigenza
spontanea dell'amore e della povertà di spirito. Dopo
essersi purificato con l'ascesi di altri pesi e
attaccamenti, ha cura di liberarsi anche da quelle scorie e
impurità di cui può essere occasione la stessa ascesi.
Più di una volta è intervenuto contro chi
faceva pubblicità delle stesse rinunce personali o
comunitarie. «Non acconsentiva a esteriorità, ma ogni suo
proposito era di purificare ciò che è all'interno. Non
permetteva si dicessero le severità che c'erano nella
religione, perché diceva che questo si deve lasciare a Dio».
È l'identico atteggiamento che aveva assunto
con il «patto di silenzio» di Duruelo.
7. Processo e
cammino
A contatto con gli
scritti del mistico Giovanni della Croce, proviamo un senso
di novità e di freschezza. Scopriamo un torrente di vita che
inonda la storia e l'interiorità. Ciò che impressiona non
sono i temi, gli oggetti, le funzioni. Vi troviamo le
medesime parole e le medesime realtà che si trovano in altri
libri di teologia e di spiritualità. La novità sta nel
vivere creativo, nella ricerca continua, nella mescolanza
di pienezza e insoddisfazione.
Tutto ciò che abbiamo
appena finito di vedere come sintesi dottrinale e progetto,
comincia a trasformarsi in esperienza personale, e in fatti
di storia vissuta.
Dio e l'uomo vanno
facendo insieme il cammino della vita e la storia della
salvezza. Collaborano intimamente, e al tempo stesso si
rispettano nella loro dignità e libertà.
L'unione d'amore è un
dono divino gratuito e graduale. È offerta all'uomo, che la
fa sua in un lungo processo di apertura e generosità.
Nell'organizzare gli
elementi dell'unione e della negazione, l'autore si
presenta coerente e sistematico, per cui a prima vista,
potremmo crederlo un teorico della spiritualità. Ma egli non
si arresta qui. O meglio, non è lui a presentare in un
capitolo a parte il sistema. Lo abbiamo fatto noi,
unificando principi che egli presenta in un contesto
vitale. Egli ha fretta di passare all'azione: «silenzio e
azione» (L 7).
È la parola d'ordine che
da ai suoi amici e lettori. Non vuole perdersi in
spiegazioni e analisi intellettuali, a fabbricare immagini e
sentimenti sulle cose incantevoli che sono la vita, l'amore
o la santità. Bisogna passare quanto prima all'azione;
specialmente all'azione nella sua forma suprema, che è la
trasformazione di se stessi e della storia per opera di Dio.
Lo si vede preoccupato.
Ripetute osservazioni ed esperienze gli hanno fatto scoprire
una situazione penosa: la maggior parte delle
persone si trovano spiritualmente in sosta,
ferme. Hanno mosso i primi passi, poi sono rimaste
paralizzate. Dio continua a concedere loro talenti e grazie
per andare avanti, ma esse non reagiscono più. In piena
giovinezza, hanno perso ogni vitalità. Per il resto della
loro vita non fanno ormai altro che ripetersi e peggiorare
(S prol.).
Processo e cammino sono due immagini che si
completano.
Il processo spirituale mette in risalto la
trasformazione interiore: si sta creando o rigenerando
l'essere. Quando parliamo di cammino, caliamo il processo
nel tempo e nella storia.
1. Vita in movimento
«L'amore non sta mai ozioso, ma in continuo
movimento» (F 1,8). Essendo l'anima dell'unione, questa è
tutta contagiata dalla sua vitalità portata all'estremo.
Persone e cose acquistano raddoppiata bellezza ed
efficacia, quando l'amore suscita in esse le migliori
potenzialità di vita.
Con gesti forti di esistenza, fra Giovanni
si mostra ripetutamente uomo dinamico. È in gran parte sua
la vitalità prorompente di cui gode l'anima protagonista dei
suoi scritti.
L'opera sangiovannea è piena di vita e di
movimento. Si riflette nella sua stessa struttura e
linguaggio. Evita la forma del trattato, che lo
obbligherebbe a seguire l'ordine logico di nozioni,
divisioni, temi principali e subordinati. Ha optato per uno
svolgimento dallo stile storico - lirico: il dramma di
un'anima toccata da Dio con la forza dell'amore, che narra
la propria esistenza convertita in un ansioso alternarsi di
presenze e assenze, di luce e oscurità, di ricerche e
incontri, in un interminabile cammino verso l'uguaglianza
d'amore.
I libri di san Giovanni della Croce non
cominciano con delle nozioni, ma con gesti decisi: «uscii».
Nello stile letterario si riflette la vita
intima, la dinamica dell'amore. Più che dell'amore, tratta
dell'amare, dell'amore in esercizio (C prol.).
Tema centrale dei suoi scritti è l'esercizio
d'amore più che lo stato di grazia. L'inabitazione
trinitaria pone l'accento sul «comunicarsi» delle divine
Persone, più che sul semplice essere presente come oggetto
di adorazione.
Ci sono due preferenze molto significative
nel suo vocabolario spirituale, che rivelano questa medesima
sensibilità. Parla di amore più che di grazia; di appetito
più che di peccato.
Amore e appetito uniscono in sé tutta
l'energia spirituale e le comunicano un movimento di
sviluppo, di conquista. L'amore lo fa in senso teologale,
l'appetito spinge alla dispersione degradante.
È così che Giovanni vede la realtà positiva
e negativa del vivere cristiano. Avremo occasione di leggere
descrizioni allucinanti sui modi di agire e sui risultati
dell'uno e dell'altro.
Utilizza meno la terminologia di grazia
e peccato, pur presupponendone tutto il contenuto
dogmatico e spirituale. Nel loro uso corrente, le due parole
suggeriscono uno stato: essere in grazia, essere in
peccato. Questa maniera di parlare non rivela il dinamismo
della vita di grazia che trasforma; né manifesta il vero
volto della malvagità aggressiva e distruttrice.
La vita cristiana rimane sfigurata, se la
riduciamo a «conservare lo stato di grazia», o a «non
mancare alla carità». La grazia non sta nel
conservare o nel vivere sulla difensiva, ma «nell'esercizio
dell'amore effettivamente e attualmente, sia internamente
con la volontà, mediante atti di affetto, sia esternamente
compiendo opere appartenenti al servizio dell'Amato» (C
36,4).
Anche se è evidente per chi se n'intende di
autenticità, non è superfluo ricordarlo a coloro che si
arrabattano nei primi passi: amore non è la stessa cosa che
fervore, e dinamismo non è agitazione. L'amore è donazione,
espropriazione di sé, speranza illimitata, comunione
personale. Al contrario, i fervori vogliono possedere,
assicurarsi, accumulare: «si caricano di penitenze
straordinarie e di molti altri esercizi volontari» (1S 8,4);
«si caricano di immagini e di rosari...
ora lasciano gli uni e prendono gli altri,
talvolta li cambiano e li ricambiano» (IN 3,1). La migliore
descrizione che mette in contrasto i nuovi e i vecchi
amanti la troviamo in una pagina vivace del Cantico
(25,9-11).
Con la stessa cura con cui individua e
separa i fervori dall'amore, fa in modo che non si confonda
la carità cristiana con i fervori dell'azione:
Quelli dunque che sono molto attivi e che
pensano di abbracciare il mondo con le loro prediche e con
le loro opere esteriori ricordino che sarebbero di maggior
profitto per la chiesa e molto più accetti a Dio, senza
parlare del buon esempio che darebbero, se spendessero
almeno la metà del tempo nello starsene con lui in orazione,
anche se non fossero giunti a un'orazione così alta com'è
questa. Certamente allora con minor fatica otterrebbero più
con un'opera che con mille, per il merito della loro
orazione e per le forze spirituali acquistate in essa;
altrimenti tutto si ridurrà a dare vanamente colpi di
martello e a fare poco più che niente, talvolta anzi niente
e anche danno (C 29,3).
Via diritta e breve.
Duplice modo di esprimere
l'intensità del movimento vitale.
Sono termini molto frequenti nel linguaggio
del santo. Vuole a ogni costo evitare sotterfugi inutili e
perdita di tempo. Via diritta è quella che va alla
meta superando ostacoli, il sentiero ripido che porta alla
vetta; non fa giravolte per evitare difficoltà. Bisogna
guadagnare tempo: arrivare in breve, brevissimo
tempo. I ritardi comportano perdite gravi nel risultato
finale. «Rimasi più indietro e salii meno in alto, perché
non seguii il sentiero» (figura del Monte).
È sicuramente nel rilievo dato alle notti,
(dei sensi e dello spirito), che troviamo l'elemento più
sintomatico del dinamismo che fra Giovanni scopre nella vita
teologale. Le trasformazioni decisive hanno luogo nei tempi
di crisi. Parla più di rotture che di stati.
2. Ideale di pienezza
L'autore si mantiene costantemente attaccato
all'esperienza della vita reale. Da essa impara, e in vista
di essa insegna. Ma il teologo che c'è in Giovanni della
Croce non può fare a meno di intervenire nella descrizione
della vita, svelandone strutture e leggi. Il movimento
della vita ha un principio, una destinazione, delle vie
segnate per lo sviluppo.
Dio ha rivelato le linee generali della sua
azione di salvezza. Anche gli uomini con le loro libertà si
differenziano e convergono nel cammino della perfezione
cristiana.
Per meglio comprendere la generosità di Dio
e la vocazione dell'uomo, più che un progetto operativo,
egli traccia un ideale. Accumula doni e virtù, esperienze e
qualità fuori misura, a tutti i livelli. Identica pienezza
si osserva nella descrizione della meta e anche nelle sue
realizzazioni parziali lungo il cammino.
A volte sembra trascinato dalla logica dei
principi più che da esperienze concrete della realtà.
Possiamo nondimeno affermare che l'ideale complessivo è
costruito con elementi che ha frammentariamente trovati
nell'esperienza reale.
Una prima immagine storico - teologica, lo
guida nella presentazione dell'ideale di perfezione
cristiana: lo stato di giustizia originale.
Il ritorno alla giustizia originale è una
delle forme cristiane più tradizionali di presentare l'opera
di Cristo: Cristo restituisce moltiplicato quello che
avevamo perso con il vecchio Adamo.
Uno dei motivi per cui l'anima aspira
all'unione d'amore, è «raggiungere perfettamente nello
spirito la rettitudine e la purezza dello stato di
giustizia originale» (CA 37,1). Tra le proprietà esemplari
di tale stato, mette in risalto l'innocenza, l'armonia nelle
operazioni, la capacità di contemplare Dio in tutto.
Il vero ideale di unione viene elaborato a
partire da Cristo e dall'esistenza redenta. Sono poco
numerosi i riferimenti alla giustizia originale, e nella
seconda redazione del Cantico praticamente scompaiono,
perché cambia orientamento, concentrandosi sulla
uguaglianza d'amore con Cristo sposo.
Non si tratta più di un ritorno, ma
di un continuo andare avanti: creazione,
incarnazione, redenzione, battesimo, santità, visione.
Tra i differenti stadi, il progetto mira
soprattutto all'ultimo: la visione gloriosa. Da essa desume
l'indicazione stabile, capace di orientare la rotta a ogni
passo della vita spirituale. Prima che intervenga il
teologo con il sistema, fin dalle prime fasi della vita
teologale è già presente ed emerge l'aspirazione alla
gloria: la fede chiede visione, l'amore uguaglianza, la
speranza possesso.
Nella descrizione concreta degli stadi
successivi, si serve di uno schema che ingloba in sé quattro
aspetti: teologale, mistico sperimentale, morale,
psicologico. Mantengono tra loro una connessione vitale, e
sono tutti in qualche modo presenti a ogni tappa. Si
sviluppano pure in perfetto parallelismo.
Vediamo prima ciò che ognuno apporta di
proprio:
a). Teologale.
È il primo e principale aspetto.
Include tutto ciò che si riferisce alla comunione tra Dio e
l'uomo, mediante l'esercizio passivo e attivo della fede,
della speranza e della carità.
b). Mistico sperimentale.
Il processo è solitamente
accompagnato da grazie mistiche sempre più qualificate per i
sensi, lo spirito e il fondo o sostanza dell'anima.
c).
Morale.
È una parte importante dell'unione d'amore,
oltre che indice della sua qualità. Rinnova la condotta con
opere e virtù provate in situazioni difficili.
d). Psicologico.
Infrastruttura antropologica
della maturità teologale e morale. Si unifica e armonizza
progressivamente, a mano a mano che il soggetto incentra in
Dio il suo essere e le sue operazioni.
Si avverte a prima vista la complementarietà
degli aspetti. C'è nello schema una logica interna e una
teologia, dal momento che tutti i piani sono toccati dalla
grazia. Svolge anche funzioni di orientamento pedagogico
nelle sue linee generali. Si nota della teoria là dove il
santo stabilisce un parallelismo troppo rigido nello
sviluppo dei quattro fattori.
A un determinato grado di perfezione
teologale corrisponderebbero l'operato delle virtù morali,
un certo tipo di grazie mistiche e una determinata armonia
psicologica. La medesima logica deduttiva funziona
validamente a partire dall'imperfezione di uno dei piani.
Di conseguenza, le descrizioni degli stadi
assumono spesso forma cumulativa. Raccolgono e
uniscono dati ed esperienze di diversa provenienza. Ne
risulta un quadro sovraccarico, che provoca esaltazione o
depressione: grazie, virtù, vizi.
A ogni fase ci si trova di fronte a ciò che
c'è di meglio o di peggio. Per poca attenzione che vi
presti, il lettore si rende conto di avere davanti agli
occhi non la fotografia dell'anima protagonista, ma qualcosa
di ritoccato con una certa libertà. Per evitarci ogni sforzo
e ogni dubbio, l'autore stesso ha formulato un principio di
valore incalcolabile sul suo modo di scrivere e sul nostro
modo di interpretare:
In queste due strofe si parla di tutto ciò
che Dio può comunicare all'anima in questo tempo. Però non
si deve credere che a tutte le anime, le quali giungono a
tale stato, venga concesso tutto ciò di cui si parla, né in
una stessa misura e maniera di conoscenza e di sentimento,
poiché alle une viene dato più, alle altre meno, a queste in
una maniera, a quelle in un'altra, anche se tutte queste
varie specie di comunicazione appartengono al fidanzamento
spirituale.
Ora parlerò di tutto ciò che può essere
comunicato e che comprende in sé tutto il resto (C 14,2).
Accumula elementi caratteristici e
parallelismi con l'intento pedagogico di offrire a persone
differenti la possibilità di trovare ognuna qualcosa che la
riguarda. Quando entra nell'esperienza viva, invece,
infrange lo schema della pienezza ideale per aprire la
strada a realizzazioni parziali di varia intensità e
qualità: differenze nella notte (IN 14,5), differenze nello
stesso stato di perfezione (2S 5,9-11).
3. Passo passo
Occorre suddividere il progetto generale in
compiti parziali e successivi, se si vuole che diventi vita.
Il teologo sente la necessità di schemi,
quando vuole porre ordine e discernimento nell'esperienza.
Più ancora ne ha bisogno il mistagogo, che conosce i ritmi
lenti e graduali della grazia e della libertà.
Prima di fissare strade e tappe da
percorrere, la coscienza viva del mistero di Dio e di ogni
uomo, lo porta ad affermare alcuni presupposti che
condizionano qualsiasi programmazione. Li possiamo formulare
così: l'azione di Dio in ogni uomo è differenziata,
nascosta, imprevedibile.
a). In primo
piano figurano le differenze che liberamente Dio stabilisce
con la sua volontà, e il suo rispetto per la grazia e la
libertà di ogni persona; «Dio conduce ciascuna anima per una
via diversa, talché difficilmente si troverà uno spirito
che nel modo di procedere convenga solo a metà con il modo
di procedere di un altro» (F 3,59).
b). Una
ulteriore difficoltà deriva dall'impossibilità di seguire
con la riflessione i passi che Dio compie in ogni anima.
Sfuggono al controllo della coscienza, per scomparire nelle
profondità del mistero. «L'affermazione che la via e il
cammino di Dio attraverso il quale l'anima va a lui, è nel
mare, e le sue orme tra molte acque, ragione per cui non
saranno conosciute, vuol dire che questa via per andare a
Dio è così segreta e occulta per l'anima, come per il corpo
è quella del mare, su cui non si conoscono sentieri e orme»
(2N 17,8).
c). Pur
conoscendo la strada già percorsa, non si possono ricavare
leggi per la direzione da prendere in seguito. È un cammino
fatto di continue rotture e cose impreviste, dove
l'irregolarità è quasi la norma: «Parlando ora naturalmente,
l'anima (lasciando da parte ciò che è spirituale, e non si
sente) se vorrà riflettere a ciò, vedrà bene quanti alti e
bassi patisce in questo cammino e come, dopo avere goduto la
prosperità, viene qualche tempesta e travaglio ...» (2N
18,3).
Ferme restando queste premesse, possiamo
azzardare una periodizzazione approssimativa del processo
spirituale. Ha un fondamento teologico, poiché Dio, pur
essendo inesauribile e sempre originale, segue una certa
pedagogia nel suo agire, come diremo al numero seguente.
Nelle sue linee generali, ripete lo schema
tradizionale dei tre stati: principianti, proficienti,
perfetti; e quello delle tre vie: purgativa, illuminativa,
unitiva.
Si riferisce a tale schema in parte per
comodità propria, e soprattutto in considerazione dei suoi
lettori, che avevano familiarità con questa forma di
divisione.
È un formalismo pedagogico che resiste poco.
Non può racchiudere in questa terna tutto
lo sviluppo della vita teologale nella sua estensione e nei
suoi ritmi. Quando comincia l'analisi più ragionata,
infrange e allarga lo schema da ogni parte: all'inizio, nel
mezzo, e alla fine. All'inizio, premettendo una lunga tappa
di comunicazione divina in Cristo e nella storia, che fa da
base alla vita teologale conferendole il suo carattere
fondamentalmente gratuito e passivo. Nel mezzo,
introducendo e ampliando smisuratamente la fase della notte
oscura, mangiandosi così praticamente i primi due stadi
della divisione tradizionale.
Alla fine, facendo seguire alla fase
di unione piena, che è per gli autori il traguardo
dell'itinerario spirituale, una nuova tappa o un nuovo
orizzonte di amore sublimato, quasi glorificato.
Tenendo presenti tutti questi elementi, la
vita teologale assume proporzioni di immensità e di
eternità.
È una visione panoramica globale che include
tutto l'itinerario dell'unione e della grazia, da una
eternità all'altra. Si può intendere e concretizzare meglio
ogni fase della crescita, se riferita alla sua collocazione
precisa e alle sue funzioni in questo schema generale:
1). Principio dì vita nella ss.
Trinità:
tappa fondamentale e preliminare dell'amore
divino, creazione, storia, redenzione, battesimo.
2). Vita e mortificazione dei sensi:
primi passi del fervore spirituale, sforzi
di conversione, con debolezze e rinunce.
3). Educazione teologale:
rieducazione del credente in una coerenza
totale, a partire dalla fede, dall'amore e dalla speranza.
4). Notte oscura passiva:
momento cruciale del rinnovamento
dell'essere, opera di Dio e dello sforzo umano
nell'oscurità.
5). Trasformazione d'amore:
è l'unione perfetta, la santità,
trasformazione morale, teologale,
psicologica.
6). Amore sublimato:
con l'esercizio, l'unione migliora ancor più
la sua qualità, assumendo toni di vita trinitaria e di
glorificazione.
Sono queste, a grandi linee, le tappe della
vita teologale, come le presenta san Giovanni della Croce. E
anche l'ordine che seguiremo nei capitoli successivi,
conservando un certo margine per potere analizzare con
maggiore attenzione alcune modalità dell'esperienza.
4. Pedagogia di Dio
Esprimendoci con termini d'uso corrente come
processo, ricerca, incontro,... finiamo per fare della
crescita spirituale qualcosa che ci appartiene, come il
miglioramento del carattere o della condotta.
Lo stile lirico alimenta questa impressione:
Cristo è l'Amato (al passivo), per giunta nascosto, mentre
l'uomo si dà da fare e cerca con ansia.
Ben diversa è la realtà.
Prima e più che l'Amato, Dio è «l'amante
principale» (C 31,2), con una serie di nomi e titoli
intensivi che evidenziano il suo ruolo di protagonista:
«l'agente principale» (F 3,29), «l'agente e la guida
principale delle anime» (F 3,46), «colui che muove e infonde
amore» (F 3,50), «artefice soprannaturale» (F 3,47),
costruttore...
È il buon pastore che cerca e ritrova la
pecorella smarrita e se la pone sulle spalle (C 22,1).
Queste funzioni di Dio vengono prima di
qualsiasi esigenza da parte dell'uomo.
Dio l'ha predestinato e colmato di mille
benefici «prima ancora di nascere» (C 1,1). Senza bisogno di
aspettare forme di passività specificamente mistiche, Dio
conserva questa priorità generosa lungo tutto il cammino
spirituale. Essa fa parte della vita teologale a tutti i
livelli.
Il santo applica infatti con grande
proprietà, alla fase ascetica della vita spirituale,
l'immagine della grazia come madre amorosa che genera il
figlio, lo nutre e lo porta in braccio e l'accarezza. «La
grazia di Dio, quale madre amorosa, si comporta allo stesso
modo con l'anima, appena l'ha rigenerata, con novello calore
e fervore nel servizio di Dio: le fa trovare, senza alcuna
sua fatica, il dolce e saporoso latte spirituale...» (IN
1,2). Il tono del paragone sembrerebbe più adatto alla
passività mistica.
Questo esempio della madre possiede
caratteristiche che illustrano la pedagogia di Dio in
generale. È pedagogia che riguarda l'amare, non solamente
l'insegnare.
In generale il pedagogo educa bambini che
hanno ricevuto la vita da altre persone. La madre invece
offre nutrimento e cure, e insegna come camminare, parlare e
amare al figlio da lei stessa generato. È il caso di Dio,
che guida e forma, ama e assiste non creature estranee, ma
persone che egli stesso ha create e quindi rigenerate
mediante la grazia.
Nell'ordine con cui espone la materia dei
suoi libri, il dottore mistico tenta di riflettere il ritmo
dell'azione di Dio nelle anime. Introduce qualche volta
riflessioni più esplicite sul modo di procedere di Dio. Il
caso più rilevante è quello di Salita II, 17.
Tre norme, o principi, egli scopre nella
pedagogia di Dio:
1). tutto ciò che succede è ordinato da Dio;
2) Dio dispone tutte le cose con sapienza e
soavità;
3) Dio muove le cose alla loro maniera,
ognuna cioè secondo la sua natura e funzione.
«È chiaro, secondo questi principi, che il
Signore, per muovere ed elevare l'anima dal limite estremo
della sua viltà, al vertice sommo dell'unione divina, deve
agire con ordine, con soavità e conformandosi al modo di
operare di lei...» (2S 17,2-3).
Subito dopo spiega e applica tali principi
alla gradualità della comunicazione divina: sensi esterni,
sensi interni, spirito; per via naturale e per via
soprannaturale.
Nel tracciare questo schema, sente di avere
accentuato un po' la regolarità; così torna subito ai
diritti della libertà:
In questa maniera Dio innalza l'anima di
grado in grado fino a quello più interiore. Ma non è detto
che sempre si debba osservare necessariamente e con tanta
esattezza questo ordine di prima e poi, poiché Dio fa a
volte l'una cosa senza l'altra, o il meno interiore per
mezzo del più in-teriore, oppure tutto insieme nello stesso
tempo, secondo che egli giudichi ciò più conveniente per
l'anima o più conforme alla sua volontà a conceder grazie.
Però la via ordinaria è quella di cui ho parlato prima (2S
17,4).
Equilibrio delicato quello che interviene
tra il mistico dal libero volo, e il maestro. Da un lato,
lascia a Dio libertà e spazi illimitati. Dall'altro, afferma
che Dio segue abitualmente quella che potremmo considerare
la «via ordinaria». Anche quando fa eccezioni, le fa con
intento pedagogico, secondo ciò che vede conveniente per
l'anima.
Della via ordinaria la migliore esposizione
è l'ordine stesso delle sue opere.
Offre però anche esempi abbondanti delle
infrazioni allo schema e delle libertà di Dio.
Certe volte per liberalità concede
grazie della più alta qualità, senza che siamo capaci di
spiegarci il perché di tale grazia a tale persona: «Dio le
concede a chi vuole e per il fine che vuole» (2S 32,2).
Altre volte Dio agisce fuori della norma
generale per condiscendenza, per riguardo alla
debolezza di certe persone, che ammettono solo ciò che loro
piace; sia pure controvoglia, Dio crede opportuno
accondiscendere (2S 21,2-3).
Il tema della pedagogia divina implica gravi
conseguenze in ordine all'azione. Innanzi tutto per il
soggetto interessato, che deve apprendere fin dall'inizio
della vita spirituale a essere attento e docile allo Spirito
santo. Poi anche per i maestri spirituali, che facilmente
dimenticano che lo Spirito è il principale maestro e guida
non solamente delle anime mistiche, ma di ogni cristiano che
segue le strade del Signore.
Per non saper distinguere e delimitare
competenze, tiranneggiano le anime, privandole della
libertà dei figli di Dio (F 3,59).
5. Docilità e impegno
L'azione totalitaria e la pedagogia di Dio
non tolgono nulla alla responsabilità e all'iniziativa
dell'uomo. Questi non lavora solamente nei margini
lasciatigli dalla grazia, ma al centro stesso del campo dove
opera Dio. Il soggetto personale incarna l'opera di
salvezza, della quale tutta è collaboratore responsabile.
Collaborazione ascetica e ricettività mistica, sono l'una e
l'altra attitudini necessarie di fronte alla comunicazione
di Dio.
Il predominio dell'una o dell'altra,
risponde alle differenti maniere che Dio ha di comunicarsi.
«Dietro le tue vestigia, le giovani
scorazzano sul sentiero».
Nel commento a questi due versi (C 25,3-4),
il santo armonizza tra loro attrazione e sforzo: attiraci e
correremo. Al suo passaggio nell'anima, Dio lascia tracce
di soave amore, che incitano e orientano l'anima alla
ricerca, «mossa e attratta dalle divine orme del Signore,
non solo perché vada, ma perché corra in molte maniere su
questa via».
La soluzione data nella spiritualità a
questa antinomia, è risultata poche volte stimolante ed
equilibrata. Per ansia o per paura di ascetismi e
quietismi, raramente si riesce ad armonizzare le varie
componenti della grazia: opera di redenzione, grazia
sacramentale, collaborazione ascetica, comunicazione
mistica.
Riservando alla prima il carattere di
assoluta gratuità, troviamo nelle tre seguenti un
intrecciarsi continuo di grazia e partecipazione.
Attività e passività non sono nomi che
indichino rispettivamente l'opera dell'uomo e l'opera di
Dio. Sono l'una e l'altra forme di azione divina. Sono
ugualmente entrambe atteggiamenti o aspetti della
collaborazione dell'uomo. Dio fa comunicazioni di carattere
mistico, e anche interventi di tono piuttosto ascetico.
Lo stesso succede con l'operare dell'anima.
È necessario fare queste rettifiche della mentalità
corrente, per comprendere gli ingredienti del processo
spirituale così come lo presenta san Giovanni della Croce.
La persona spirituale deve imparare a vivere
al tempo stesso la docilità e la programmazione
disciplinata, la passività e lo sforzo, con determinazione e
pazienza. Non vi sono periodi di esclusivismo. L'attitudine
teologale è ascetico - mistica dall'inizio alla fine. Da una
parte, capacità di ascolto di fronte a Dio e di flessibilità
di fronte alle situazioni che ci sono imposte; dall'altra,
ardire e determinazione Per organizzare la vita e la lotta:
due attitudini che non sono facili da armonizzare in nessun
momento del cammino spirituale.
Lo stesso san Giovanni della Croce, che in
un primo momento sostiene con ardore l'iniziativa
dell'uomo, poco dopo deve insegnare l'arte difficile della
quiete e del lasciarsi portare.
La tensione esistente tra dono e sforzo
viene da lontano. Nasce dall'origine stessa dell'unione
d'amore, che è dono gratuito di Dio e lento maturare della
coscienza e della risposta dell'uomo:
Lo sposalizio fatto sulla croce non è quello
di cui stiamo parlando, poiché quello è stato fatto una
volta sola, e in esso Dio ha donato all'anima la prima
grazia, che viene concessa a ognuno nel battesimo. Il
presente invece avviene per via della perfezione e si
verifica a poco a poco, secondo i suoi gradi. Anche se
si tratta di una stessa cosa, la differenza tra i due
consiste nel fatto che l'uno si compie in conformità al
passo dell'anima, cioè a poco a poco, e l'altro in modo
conforme al passo di Dio, cioè tutto in una volta (C 23,6).
Non è identica la dosatura di questi due
ingredienti nelle varie fasi del cammino spirituale.
Nei primi passi la preoccupazione maggiore è
far scattare l'iniziativa della persona, perché non si
limiti a sapere, pensare o sentire. Deve decidersi a fare
opere che costano. «L'anima fa capire che per trovare
davvero Dio non basta soltanto pregare con il cuore e con le
labbra, neppure con l'aiuto altrui, ma è necessario che
anch'essa da parte sua faccia tutto ciò che può, perché Dio
suole stimare più un'opera sola propria di una persona che
molte fatte da altri per lei. Perciò ... l'anima stessa
risolve di andarne in cerca, per mezzo della sua opera» (C
3,2); «l'anima con una ferma risoluzione si è convertita al
servizio di Dio» (IN 1,2); «se l'uomo si decide a portare
questa croce, se risolve cioè con fermezza di andare in
cerca e di sopportare per il Signore travagli in ogni cosa
...» (2S 7,7).
In un secondo momento, quella medesima
persona spirituale, che a fatica si era lanciata nel
progetto, vi si abitua e non vuole più cambiare passo. Vuole
fare sempre tutto da sé. Non lascia spazi perché Dio
intervenga con nuovi stili di comunicazione. Di fronte al
passo ascetico che si era imposta, simili passività le
sembrano un far marcia indietro.
Allora il dottore mistico si vede obbligato
a cambiare registro. Non consiglia più sforzo, iniziativa,
determinazione. Le sue raccomandazioni vanno in direzione
contraria: «Si affidi a Dio» (L 18); «confidino in Dio» (IN
10,3); «Lascino che la loro anima se ne stia in riposo e in
quiete, quantunque paia loro chiaramente di non far niente,
di perdere tempo ...» (IN 10,4); smettano di «gridare con
l'immaginazione» (FA 3,57).
La dinamica spirituale di questo cammino
esige e sviluppa numerose qualità antinomiche: amore,
disponibilità, silenzio interiore, fortezza, determinazione,
duttilità, costanza, iniziativa, discernimento ...
Molto discernimento. Perché non è identica
l'educazione per un temperamento ricettivo e per uno
intraprendente.
Accentuare la passività in chi è già
passivo, può condurlo all'inerzia psicologica e spirituale.
Stimolare l'iniziativa in chi è molto attivo, può renderlo
insensibile all'azione dello Spirito.
8. L'immenso Padre
Con questo nome,
Giovanni della Croce presenta il Dio vivo e vero, a cui
dedica le sue brevi parole e i suoi lunghi silenzi. Non
trovò titolo più adatto per avvicinarci al mistero di Dio, e
anche al mistero dell'esperienza di fede vissuta dal santo.
È il Padre, in
senso originante, trinitario, familiare.
Ed è immenso, un
mistero insondabile di bontà e di bellezza. Proviamo
attrazione e vertigine insieme.
Origine di ogni essere e
di ogni vita, principio reale e comunicativo di ogni
unione. Dall'eternità è colui che è, che ama e predestina
l'uomo, chiamandolo a partecipare alla vita divina. È lui il
vero principio dell'unione d'amore, non un suo remoto
presupposto.
L'uomo riceve, di volta
in volta, da Dio, amore e benefici «prima ancora di nascere»
(C 1,1). Il battesimo o la conversione ascetica, che siamo
soliti fissare come inizio della vita spirituale, è
solamente una tappa recente e tardiva nella storia di
questa amicizia antica e familiare di cui ci gratifica Dio
Padre.
Amicizia familiare e
sorprendente. Dopo tanti secoli di intimo comunicare, non
arriviamo a conoscerlo. La coscienza di oscurità davanti al
mistero personale e infinito, tocca la sua punta estrema nel
mistico, che è il credente chiamato a ricevere le più intime
comunicazioni di Dio.
La sua reazione è
strana, ambivalente: canta e ammutolisce, non sa né tacere
né parlare. Ha toccato il fondo del mistero rivelato, dove
la parola è silenzio, e il silenzio diventa parola.
All'ambito della mistica cristiana, Giovanni della Croce
impersona contrasto e la sintesi in maniera esemplare.
«Parlava sempre di Dio»,
ricordano i testimoni. È un elogio che dice troppo poco, se
lo proiettiamo sul quadro di soggettività devota
che ripete «Signore, Signore», senza che nulla accada nel
cuore e nella vita, nella storia. Nemmeno provoca impatto su
di noi il «Dio» diventato tema
professionale e obbligato del teologo, che torna di tanto
su questo termine per esigenze di metodo. Anche tra gli
stessi credenti sono pochi quelli che sanno parlare di Dio
con verità.
Tutti dicono cose vere, ma non vi mettono
vita. La parola calda e sobria del mistico teologo può
costituire nuovo alimento per la fede del credente, saturo
di idee e di problemi, affamato di mistero e di esperienza.
Quella parola possiede il chiaroscuro del
mistero che trasmette; è biblica e dogmatica, familiare e
simbolica, filosofica e contemplativa. Presenta le immagini
simultanee o successive come indizi della velata presenza
del Dio infinito.
Con il suo essere e il suo modo di operare,
Dio fissa la meta e il cammino dell'unione. Dedicandogli
questo capitolo, stiamo ponendo le basi dell'intero sviluppo
del processo spirituale. Ognuno organizza la propria vita
secondo quello che crede, pensa e sente Dio.
1. Dio personale
È dalla rivelazione cristiana che Giovanni
della Croce ricava in modo puro e semplice la sua prima
esperienza e parola sul mistero di Dio. La romanza sulla
Trinità e l'incarnazione (P 6) unisce in sé contenuti e
immagini della storia biblica.
Vari autori sacri gli offrono materiali per
la contemplazione, e in seguito per la composizione poetica:
i profeti della speranza, i Vangeli dell'infanzia, il
prologo di san Giovanni, il corpo mistico in san Paolo. La
romanza possiede una trasparenza che la fa sembrare
piuttosto una catechesi.
Penetra nel mistero trinitario seguendo la
via del Verbo incarnato. Per questa via il Verbo ci si
comunica, e attraverso essa, arriviamo a conoscerlo. Di modo
che potremmo, agli effetti della rivelazione, cambiare
l'ordine dei termini e intitolare: dall'Incarnazione alla
Trinità. Noi abbiamo visto e conosciuto il Verbo di Dio,
che visse un tempo nel mondo. Risalendo fino alla remota
origine di questo fatto misterioso, ci incontriamo con il
Principio della vita: «In principio era il Verbo ed
aveva in Dio sua vita ...».
L'immagine primordiale è quella di Dio in
comunione d'amore personale. Non è il principio del cosmo,
del movimento o della stabilità. È Dio di vita e d'amore.
Mistero descritto nei termini stessi che applicherebbe poi
all'unione dell'uomo con Dio. «Tre Persone, un amato / tutte
e tre esse sono / unico è il loro amore / e le rende un solo
amante». Hanno un identico e unico essere, identica essenza,
identica gloria. Sono in permanente dinamismo di
comunicazione: «che l'amor quanto più è uno, / tanto più
amor produce» (P 6,1).
Nella presentazione della vita intima di
Dio, parla delle Persone nella prospettiva di comunione
d'amore; non usa il termine «Trinità», finché non passa
all'azione salvifica.
A partire dalla forza e dal modello della
vita trinitaria, si crea e si organizza l'unione di Dio con
gli uomini. I nomi che la caratterizzano vengono dalla
teologia trinitaria: amore, uguaglianza, unione, amato,
amante, ineffabile, sostanza ...
Sono tutti termini che si trovano nella
breve descrizione della vita trinitaria (P 6,1). Questa
identità di linguaggio va al di là dell'influsso verbale. Si
tratta di un medesimo mistero. L'unione di Dio con gli
uomini, mediante l'Incarnazione del Verbo, vuole essere di
proposito copia esatta dell'essere e della vita di Dio:
compagnia, somiglianza, vita, amore; è il medesimo
essere, il medesimo amore, la medesima persona (P 6,2).
Per Giovanni della Croce contemplare il
mistero di Dio e parlarne è contemplare ed esporre il
mistero dell'uomo. Per questo Trinità e incarnazione
costituivano il tessuto della sua vita d'ogni giorno:
Tra i misteri mi pare avesse grande amore
per quello della santissima Trinità, e anche del Figlio di
Dio fatto uomo. L'ho visto infatti molte volte dire la messa
della santissima Trinità, e una volta gli ho detto: «Perché
dice tante volte la messa della santissima Trinità?». Ed
egli mi rispose non senza arguzia: «La ritengo il più grande
Santo del cielo» (Pr 121).
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