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CAPITOLI 11-15
11. Mediazione del senso
Nella traiettoria sangiovannea, l'unione fa
già sentire la propria azione a partire da un lontano
inizio. Abbiamo pre vissuto una lunga storia in comune, con
importanti avvenimenti vitali: creazione, incarnazione,
redenzione, battesimo. Tutto questo è sostanza della vita
teologale, non semplice presupposto.
La tappa che ora segue non va considerata
inizio di vita, ma piuttosto inizio di uno sviluppo più
intensivo e di una educazione speciale.
Questa fase è stata tradizionalmente
considerata come periodo di principianti, perché nel
suo insieme è caratterizzata da una certa immaturità,
specialmente nelle virtù. Riceve anche il nome di via
purgativa, essendo questa la funzione più urgente in
questi primi passi.
Senza trascurare questi elementi che
parzialmente la caratterizzano, il nostro dottore li
unifica sotto un termine antropologico: vita del senso.
L'espressione riguarda tutti i piani:
teologale, mistico, morale. Attraverso il senso passa tutto:
impulsi della grazia, decisioni della volontà, criteri di
valore, perfino comunicazioni per via soprannaturale. In
realtà qui senso significa uomo sensitivo, cioè una
persona che si orienta mediante i lumi e gli impulsi della
sensibilità, i gusti e le ripugnanze della passione. Il
senso indica il modo di essere, la qualità di tutta la
persona, non una porzione della stessa.
Un simile modo di inquadrare la questione,
offre evidenti vantaggi per analizzare e valutare la
situazione spirituale dei principianti: esperienze, mezzi di
santificazione, usi e abusi. Ha però un grave
inconveniente, che potrebbe portarci fuori strada: presenta
il senso nel momento in cui esso si trova maggiormente
disumanizzato, spersonalizzato, despiritualizzato. Giovanni
della Croce si vede obbligato a questo dal compito urgente
di purificarlo, di dargli profondità umana e funzione
teologale.
Può, tuttavia, rimanere qui impressa la
prima immagine, che alcuni lettori non riusciranno forse più
a modificare. È una deformazione che porta con sé gravi
conseguenze, sia nella valutazione obiettiva del senso, sia
nell'interpretazione del pensiero autentico di Giovanni
della Croce al riguardo. Entriamo in conflitto con il
mistico scrittore.
Non ci creano alcun problema la sua
esperienza e il suo pensiero. Egli personalmente è un uomo
ipersensibile a tutti i livelli e in tutti i momenti della
sua vita umana e spirituale. A motivo del suo ufficio di
formatore, ha avuto molto a che fare con persone giovani e
di viva sensibilità. È intervenuto, per l'autorità che
rivestiva, nei noviziati di Pastrana e di Siviglia per
correggere l'eccessiva interiorizzazione a cui erano
sottoposti i novizi. I suoi scritti più elevati, come
Cantico e Fiamma, sono un buon esempio di intensa
sensorialità e di passionalità portata all'estremo.
Dove sta dunque il disaccordo? Nella
prospettiva.
Egli ha fatto oggetto di riflessione
esplicita e prolungata la sensibilità nel suo momento più
negativo e sfavorevole.
Da una parte, i sensi non hanno più la
fresca e nobile spontaneità del loro primo manifestarsi. Non
sono però neppure ancora stati integrati nell'unità vitale e
operativa della persona matura. La sensibilità finisce per
non avere né i tratti dell'infanzia, né quelli dell'età
adulta: è infantilismo. Carica appositamente le tinte nelle
sue descrizioni.
Così si vedono le cose in Salita e Notte.
Ciò che nuoce è il fatto che l'autore non
ritorna più sul tema del senso con una riflessione
esplicita, rimanendo così come unica e durevole immagine
quella negativa. Le novità di atteggiamento e di esperienza
che emergono in Cantico non vengono qui tematizzate
dall'autore. Eppure ci avrebbe reso un grande servizio, se
in quest'opera avesse aggiunto una descrizione esplicita
della funzione simbolica e spirituale che svolge la
sensibilità purificata, quale egli stesso presenta. Non l'ha
fatto.
Il lettore deve perciò procedere con
prudenza, se vuole ottenere una visione unitaria e completa
della sensibilità sangiovannea.
Il titolo modifica la prospettiva. Rispetta
certo l'urgenza immediata di purificazione. Guarda però
lontano, estendendo la mediazione benefica del senso a
tutte le manifestazioni della vita ascetica e mistica.
1. La madre amorosa
C'è un misto di tenerezza e di compassione
nell'atteggiamento che l'autore assume nei confronti delle
persone spirituali che iniziano il cammino della perfezione.
Lo esprime con l'immagine familiare della madre amorosa e
del tenero figlio (IN 1,2.3).
È un'immagine che fissa tre momenti
successivi della vita.
Prima scena: la madre amorosa usa ogni sorta
di delicatezze verso il tenero bimbo.
Seconda scena: il bambino cresce e la madre
gli sottrae ghiottonerie, carezze, comodità.
Terza scena: il bambino deve ormai camminare
con le proprie gambe, mangiare il pane con la crosta, pur
tenendo il broncio e protestando.
Il medesimo stile segue Dio con le anime che
rigenera a nuova vita di fervore spirituale.
Si intrecciano, come sempre, gesti di
passività e di attività; Dio «rigenera» l'anima; l'anima «si
converte con una ferma risoluzione al servizio di Dio». È un
principio di grazia e di libera determinazione.
Il nostro dottore mistico dimostra stima
sincera per le persone che iniziano il cammino spirituale
con fervore, appoggiandosi a oggetti e stimoli sensibili.
La sensibilità svolge alcune funzioni
provvisorie, mentre altre sono di carattere permanente.
Tra i valori permanenti che fornisce fin
d'ora si contano i seguenti:
accumulare esperienze,
creare disposizioni,
incarnare lo spirito,
introdurre alla contemplazione.
Sono procedimenti normali, che rientrano
nella pedagogia di Dio:
Similmente, Dio perfeziona l'uomo, in modo
conforme alla natura umana, andando dal più basso ed
esteriore, fino al più alto e interiore. Perciò egli prima
perfeziona il senso corporeo, spingendolo ad usare di buoni
e perfetti oggetti naturali esterni, come per esempio ad
ascoltare prediche e messe, a guardare cose sante, a
mortificare il gusto del cibo e a macerare il corpo con
penitenze e con santo rigore ...
Oltre a ciò, egli insieme va perfezionando
e abituando al bene anche i sensi interni, dei quali sto
trattando, cioè la immaginativa e la fantasia, servendosi
di considerazioni, di meditazioni e di discorsi santi,
istruendo in tal modo lo spirito (2S 17,4).
Attività legittima e necessaria, come il
periodo infantile del bimbo in braccio alla madre. In
seguito l'affetto, il modo di fare e l'aiuto della madre non
sono da meno, ma cambiano stile. L'uso predominante della
sensibilità è legittimo nella vita spirituale, ma il santo
non rinuncia alla sua convinzione che essa implichi anche
debolezza e immaturità.
Perciò non la condanna, ma nemmeno se ne
mostra entusiasta. Mantiene un equilibrio difficile da
classificare, come si può vedere nel testo
seguente:
E cosa buona, anzi conveniente, permettere
ai principianti di trovare qualche gusto e succo ... perché
ancora non hanno il palato divezzato e distaccato
dalle cose del secolo, affinchè questo gusto faccia loro
perdere l'altro, come quando si vuol togliere di mano a un
fanciullo qualche cosa gliene si da un'altra, perché non
pianga vedendosi vuote le mani (3S 39,1).
È quasi una teoria del minor male.
Gli oggetti temporali e mondani, attirano
con tanta forza e immediatezza, che solo un'attrazione
equivalente sullo stesso piano sensibile può contrastare
tali ardori e spingere la persona verso il mondo spirituale
(1S 14,2).
Sempre per servirci dell'esempio del
bambino, non può nascondere la sua gioia quando giunge il
momento doloroso del divezzamento (IN 12,1).
2. Elementi caratteristici
Nella descrizione di questa prima tappa, non
abbonda certo in dettagli. Pensa più a quelli che dovrebbero
ormai lasciarla, che a quelli che devono attualmente
viverla.
Il tono di passaggio si coglie perfino
nell'espressione grammaticale, che prende spesso la forma
concessivo - incidentale: benché ai principianti
siano necessari in qualche modo i discorsi e il fervore,
bisogna arrivare a una vita più sobria e sostanziale.
Ad ogni modo ha fissato bene i tratti che
servono a caratterizzare tale periodo: meditazione
discorsiva, fervori religiosi, numerose pratiche di pietà (F
3,32).
Questi elementi caratterizzano la
situazione religiosa e morale della persona in primo luogo;
riflettono poi per derivazione, e con uguale fedeltà, la sua
condizione psicologica. La persona spirituale cambia
solamente oggetto, trasferendo le sue inclinazioni e
abitudini di prima nell'ambito della religiosità.
Come vengono comunemente formulati, questi
tre elementi (meditazione, fervore, pratiche), seguono
l'ordine indicato, che è quello dell'attività spirituale:
conoscenza, amore, azione. Così li presenta nel testo più
globale e sintetico (F 3,32). Considerando l'intensità di
tali caratteristiche, non c'è dubbio che il primo posto
spetta al fervore. Vi insisteremo quindi al paragrafo
successivo.
a). Meditazione discorsiva.
È uno dei presupposti che si
ripetono più di frequente: la meditazione è caratteristica
dei principianti e conviene offrire loro materia e temi da
meditare, per introdurre nello spirito idee e immagini atte
a guidare la loro vita di pietà e la loro condotta morale.
Il discorso si riferisce in primo luogo alla meditazione,
«la quale è un atto discorsivo per mezzo d'immagini, di
forme e figure elaborate e rappresentate dai sensi
suddetti» (2S 12,3), cioè dalla immaginativa e dalla
fantasia.
Sorvola i particolari del processo
psicologico di questa forma di preghiera, che del resto non
è opera dei sensi, ma innanzi tutto dell'intelligenza che di
essi si avvale. La suppone nota e praticata.
È sua intenzione far passare al più presto
alla forma seguente di contemplazione iniziale. La
meditazione assolve comunque funzioni essenziali e non va
abbandonata prima del tempo (2S 13,1). Serve «perché la loro
anima... progressivamente si affezioni e si nutrisca per via
del senso» (2S 12,5).
b). Fervore sensibile.
È il tratto più tipico di questo
primo periodo, quello che da l'impressione dominante di
maturità o immaturità spirituale. L'affettività sensibile è
quella che incita agli sforzi discorsivi della meditazione
e alla ricerca ansiosa di pratiche di pietà e di penitenza.
Le anime sono mosse dal gusto sensibile che accompagna e
sostiene tutte le loro opere relative a preghiera,
penitenza, sacramenti, carità.
La migliore dimostrazione dell'importanza
che ha il fervore sensibile, in questa fase della vita
spirituale, la troviamo nella struttura e nella tematica
del libro 1 di Salita.
Si occupa dei primi passi della vita
spirituale, trattando tuttavia unicamente dell'affettività
sensibile: situazione, abusi, rimedi.
Al principiante non pone domande sul suo
stile di preghiera, sullo stato delle sue virtù, sul suo
programma di pratiche, o di servizi, o di penitenze ...
Lo interessa una cosa sola: la qualità del
suo amore. Da essa deduce, diagnostica e corregge tutto il
resto. La sensibilità agisce come fattore potente di
liberazione da altri amori terreni, e anticipa in qualche
modo il fiorire e l'espandersi dell'amore teologale.
Il fervore è la forza e la debolezza del
principiante.
c). Pratiche e
mortificazioni.
Come conseguenza di quanto è stato
detto, l'anima «trova il gusto maggiore nel passare lungo
tempo in orazione e forse qualche volta anche notti intere;
prova il massimo piacere nella penitenza: sue soddisfazioni
sono i digiuni, e sue consolazioni la frequenza dei
sacramenti e la comunione delle cose divine» (IN 1,3). Il
principiante sente il bisogno di oggetti e di pratiche
tangibili, per riversarvi tutta la sua sensibilità.
Era frequente ai tempi del santo la pratica
sregolata della penitenza corporale. Più che nella quantità,
la deformazione sta nel movente morboso; egli giunge a
classificarla come «una penitenza da bestie, verso cui,
come animali, si muovono a causa dell'appetito e del gusto
che vi trovano» (IN 6,2).
La sintomatologia sangiovannea del
principiante conserva la sua validità quanto a segnalazione
di settori rappresentativi: ragione, affetto, prassi.
Risponde ugualmente al vero il tono dispersivo
dell'attenzione, degli affetti, delle attività. Se passiamo
poi dalle manifestazioni superficiali all'analisi dei
moventi, la caratterizzazione positiva e negativa del
principiante è ancora di attualità.
Le manifestazioni sono cambiate insieme con
la cultura e la sensibilità spirituale. I fervori non si
manifestano tanto nel sentir messe e prediche, meno ancora
nell'ammazzarsi di penitenze. La sensibilità dominante si
manifesta oggi in maniere differenti: gusto per il lungo
discutere che non impegna la vita, rifiuto di pratiche
permanenti obbligatorie, spontaneità allo stato brado,
incostanza, poca disponibilità per ciò che non piace,
bisogno ansioso di stare sempre insieme ...
In una parola, le medesime tendenze sotto
altre spoglie.
3. Gli «appetiti»
Tratta brevemente il tema del ragionamento,
delle virtù e delle penitenze, per concentrare l'attenzione
e l'analisi su un solo punto: gli appetiti.
Ha una predilezione manifesta per questa
parola, specialmente in Salita. È un termine poco usato in
senso morale o spirituale già al suo tempo, meno che mai
nel nostro.
Non possiamo per il momento sostituirlo con
nessun altro che gli equivalga, finché non ne abbiamo
scoperto significato e intenzione.
Appetito in senso sangiovanneo non è la
semplice tendenza che spinge ogni potenza al proprio oggetto
e all'azione con cui lo raggiunge. Non è nemmeno
necessariamente il peccato o la mancanza morale.
Nel primo caso ci troviamo su un terreno
filosofico - psicologico. Se invece parliamo di peccato, è
da notare che il principiante è fervoroso e lotta con tutte
le sue forze contro i difetti denunciati dalla coscienza.
Possiamo ricostruire la natura di questo
appetito onnipresente e sfuggente, da nessuna parte oggetto
di definizione precisa. Lo facciamo ricavandola dagli
oggetti, dai danni causati, dai termini affini che si
mescolano nell'esposizione: soddisfazione, cupidigia,
voglie, concupiscenza... Si tratta dell'affettività
sensibile fuorviata, anche se qualche volta usa la parola in
senso positivo: appetito di Dio, di imitare Cristo, ecc.
Il danno principale degli appetiti è di
accecare e oscurare l'anima (1S 8), presentandosi
alla coscienza della persona che vi è irretita come
necessità o passatempi inoffensivi, che non rientrano
nemmeno nella categoria di peccato veniale: li giudica in
base alla legittimità o all'indifferenza dell'oggetto. Al
contrario, Giovanni della Croce li valuta sulla base
dell'attaccamento affettivo e della perdita di affetto e di
libertà. Se l'attaccamento diventa ossessivo, ha poca
importanza che gli oggetti siano delle inezie.
Tali imperfezioni abituali sono, per
esempio, l'abitudine comune di parlar molto, un piccolo
attaccamento a qualcosa che l'anima non si decide mai a
superare, che sia una persona, un vestito, un libro, una
cella, un determinato cibo, futili conversazioni, piccole
voglie sia verso cose, sia di sapere, di udire e simili.
Ciascuna di queste imperfezioni, a cui
l'anima è attaccata e di cui si è formato l'abito,
costituisce un grave ostacolo per chi vuol crescere e
progredire nella virtù, e gli è di impedimento maggiore di
quanto non gli sia il fatto di cadere ogni giorno in molte
altre imperfezioni e in numerosi peccati veniali che non
procedono da abito cattivo.
È superfluo ricordare che l'anima finché non
si sarà liberata da queste imperfezioni, anche se minime,
non potrà fare alcun progresso nelle vie della perfezione
(1S 11,4).
Gli appetiti vengono criticati dal duplice
punto di vista dell'oggetto e dell'inclinazione soggettiva.
Il contrasto si riflette nello stile.
La gravità non sta nell'oggetto, che viene
designato con un inusitato accavallarsi di diminutivi:
piccoli attaccamenti (asimientillos), discorsi futili
(conversacioncillas), piccole voglie (gustillos), e altre
cosucce del genere ...
Chi giudicasse tali inclinazioni in base
alla gravità del peccato, non vedrebbe e non capirebbe
nulla.
Nella seconda parte del testo mette allo
scoperto la radice del male, anche con un linguaggio
insistente: attaccamento dell'anima, abito cattivo ...
Qui l'attenzione si concentra
sull'attaccamento abituale, sull'essere affettivamente
legati a cosucce da un amore che si è precluso ogni altro
orizzonte e ha perso la libertà.
La gravità non si misura con criterio etico
- morale, ma con una valutazione psicologico - teologale.
In questa seconda prospettiva, i medesimi atteggiamenti
in apparenza «inoffensivi», rivestono maggiore importanza e
gravità; paralizzano totalmente il dinamismo dell'amore e il
progresso spirituale.
Per non procedere a base di argomenti
speculativi, poco convincenti per il soggetto impreparato,
non esita a far uso di alcuni dati evidenti, verificabili da
chiunque: i danni degli appetiti. Vi dedica cinque
capitoli, una ampiezza sproporzionata nello svolgersi di
questo primo libro di Salita (6-10), senza contare i due
capitoli successivi.
Il danno è dato dalla manifestazione
visibile del disordine o della malattia interiore.
Perfino chi non è capace di afferrare
direttamente la gravità dei fatti, dovrà rendersi conto che
sono un male, a giudicare dai guasti che causano nella
psicologia e nella vita spirituale. Su questo punto il
santo esplora e classifica un terreno nuovo, che gli
spirituali non avevano preso in considerazione.
I danni sono: stancare, affliggere,
oscurare, insudiciare, debilitare. Conclude le analisi con
questa presentazione d'insieme:
Anche se gli appetiti non giungono a tal
punto, tuttavia è cosa veramente degna di compassione il
considerare in quale stato riducano l'anima, come la rendano
scontenta di se stessa, ruvida verso il prossimo, tarda e
pigra per le cose di Dio.
Nessun cattivo umore rende tanto difficile e
lento il cammino di un malato disappetente, quanto
l'appetito per le creature rende l'anima lenta e triste
nelle vie della virtù (1S 10,4).
Si è parlato recentemente di un certo
parallelismo esistente tra appetito sangiovanneo e
fissazione psicanalitica.
L'insistere del santo su termini come
bambini e infantilità, attaccamento e abitudine, così come
sull'effetto paralizzante nei confronti del dinamismo
affettivo, creerebbe una certa affinità tra appetito e
fissazione.
Penso tuttavia che, anche senza uscire dal
piano psicologico, le divergenze siano molto più serie dei
punti di contatto. L'appetito di cui parla san Giovanni
della Croce comporta, nei confronti della fissazione,
maggiore partecipazione della coscienza, della volontà,
della responsabilità vocazionale.
4. Prime cure
Gli elementi di cui dispone il santo dottore
sono ancora troppo pochi per poter affrontare il grande
lavoro di un rifacimento completo dell'affettività. D'altra
parte, non si accontenta di riflessioni e valutazioni, ma
vuole passare immediatamente all'azione:
Se non aggiungessi alcune norme che reputo
necessarie all'anima per esercitarsi in questa notte degli
appetiti, la mia esposizione potrebbe sembrare alquanto
lacunosa e poco utile; perciò le pongo qui in forma
brevissima ...
Gli avvisi che ora darò per vincere gli
appetiti, quantunque pochi e schematici, sono, a mio
parere, tanto utili ed efficaci quanto concisi ... (1S
13,1-2).
I rimedi più completi e più ampiamente
sviluppati verranno quando si parlerà dell'amore, della
volontà, della carità. Possiamo invece chiamare questi
procedimenti col nome di «prime cure» in un duplice senso:
perché sono urgenti e indifferibili; e anche perché sono
rimedi provvisori, in attesa di un trattamento più adeguato.
Il capitolo 13 di Salita 1 è fatto di
frammenti staccati e già utilizzati in differenti
occasioni. Nella loro attuale composizione seguono un ordine
coerente. Sono cinque norme o avvisi:
- avvivare l'appetito di imitare Cristo,
- sobrietà nell'uso dei sensi esterni,
- contrastare le passioni per conquistare
la libertà,
- esercizio per mortificare la
concupiscenza,
- tutto e nulla come poli della
dialettica teologale.
L'autore qualifica questi avvisi come
«concisi, efficaci, utili». Nei loro confronti alcuni
lettori hanno avuto una reazione emotiva, che li ha portati
fuori argomento.
Diciamo una parola sui primi tre, che si
riferiscono più direttamente all'educazione della
sensibilità. Il santo li presenta in questo capitolo come
semplici raccomandazioni, lasciando per la fase successiva
la loro motivazione teologale di fondo, quando parlerà della
purificazione della volontà.
a). «In primo luogo, l'anima abbia un
costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione,
conformandosi ai suoi esempi, sui quali mediti per saperli
imitare e per comportarsi in ogni sua azione come egli si
diporterebbe». È un primo d'ordine teologale e
psicologico, e non solamente logico - compositivo. Il
dinamismo spirituale non comincia mai dalla rinuncia, ma da
un nuovo amore e da un nuovo orizzonte di vita capace di
incanalare l'energia.
Prima di sbarrare all'affetto la strada
delle sue vecchie voglie, occorre infiammarlo per «un amore
maggiore, cioè quello del suo Sposo» (1S 14,2).
L'amore di Cristo viene espresso con parole
scelte intenzionalmente. Qualifica questo nuovo amore come
costante desiderio (ordinario apetito), per poter
combattere l'attaccamento abituale (asimiento habituat)
alle creature, che ha appena condannato.
Dev'essere amore sensibile e ben radicato di
Cristo, come unico bene. Nella sua persona concentra e
configura le tre attività caratteristiche dei principianti:
considerare (meditazione razionale), appetito (fervore
sensibile), imitare in tutte le sue cose (pratiche).
b) «In secondo luogo, per riuscire in
questo è necessario che ella rinunzi a qualunque piacere
sensibile che non sia puramente a onore e gloria di Dio e
che rimanga vuota di ciò per amore di Gesù Cristo». Non
perde mai di vista la motivazione teologale, riaffermata qui
due volte, all'inizio e alla fine: imitare Cristo, per amore
di Gesù Cristo.
Questo esercizio si riferisce alla vita
sensoriale ed è retto da una duplice finalità. La prima cosa
che raccomanda è moderazione e sobrietà nell'uso dei sensi
esterni, non lasciando che siano mossi da semplice curiosità
o da qualche capriccio incontrollato.
Non si tratta di repressione vera e propria,
ma di moderazione discreta e dissimulata, «purché lo possa
fare facilmente». In tal modo oppone resistenza alla
superficialità in cui è caduta per precedenti eccessi:
«Allontanando la sua gioia dalle cose sensibili,
raccogliendosi in Dio, (l'anima) si ristabilisce nei
confronti della distrazione in cui era caduta a causa
dell'eccessivo esercizio dei sensi» (3S 26,2).
Come criterio teologale e misura della
rinuncia stabilisce l'onore e la gloria di Dio. Non è in
questo caso un'espressione pia. L'onore e la gloria di Dio
consistono nel vivere concretamente la propria vocazione. Il
senso poi del criterio teologale sarebbe quello di evitare
cose e sensazioni ricercate per soddisfazione o per
passione, che non siano in armonia con la vocazione della
propria vita.
c). «Per mortificare e calmare le quattro
passioni naturali ... come rimedio efficace, fonte di
grandi meriti e causa di grandi virtù, serve quanto segue:
L'anima cerchi sempre di tendere non al più
facile ma al più difficile; non al più saporoso, ma al più
insipido ... e a desiderare nudità, privazioni e povertà di
quanto v'è nel mondo per amore di Gesù Cristo».
È la norma decisiva per raggiungere la
libertà. Col motivo teologale in grande rilievo: amore di
Cristo, appassionato, coraggioso, disinteressato.
Se facessimo un'indagine sulle pagine di san
Giovanni della Croce che sono state peggio interpretate,
penso che questa (IS 13,6) occuperebbe il primo posto, o uno
dei primi. Si sono scritte cose stravaganti a proposito di
questa norma. Meglio non ricordarle.
Qual è l'obiettivo di questa norma così
sorprendentemente paradossale? La sua finalità è di
riconquistare la libertà dell'amore di fronte alle passioni
che lo tengono incatenato all'istinto, alle comodità,
all'egoismo. In queste condizioni la volontà non ha forza
per soddisfare le esigenze dello Spirito, per amare e
servire il fratello, per seguire la propria vocazione,
quando questi ideali presentino esigenze dure e sgradevoli.
La volontà trova presto ragioni e motivi per eludere il
sacrificio e imboccare la strada facile.
Come rimedio efficace contro l'egoismo e la
viltà, l'autore suggerisce un sistema che rovescia l'ordine
delle preferenze: sceglie ciò che è difficile, insipido,
faticoso, disprezzato.
Questo esercizio ha già in sé il valore
dell'amore sacrificato e della carità fraterna,, lasciando
ai fratelli ciò che è più facile e piacevole.
Nell'educazione delle passioni, serve come di allenamento.
Si fa così: quando ti trovi davanti a un'alternativa, con
possibilità di scegliere tra varie cose o azioni in sé
permesse o indifferenti, scegli qualche volta ciò che più ti
costa o ti piace meno. Così sarai libero e ti troverai
preparato, quando l'amore o un obbligo ti si presenteranno
sotto forme ardue e spiacevoli.
Chi non intende il valore e la praticità di
questa norma, ha certamente vissuto con gli occhi bendati,
o non sa che cosa sia amore sacrificato e spirito di
servizio.
5. L'uomo sensibile
«Vi sono alcune anime le quali si sentono
portate molto a Dio per mezzo degli oggetti sensibili» (3S
24,4).
Da questa osservazione deduce in questi casi
la norma: «non solo non si devono evitare tali pulsioni,
quando producono questa devozione e orazione, ma piuttosto
si può, anzi si deve, sfruttarle, per un così santo
esercizio».
Simile trasparenza può verificarsi in certe
persone per temperamento, mentre in altre può essere frutto
di affinamento dell'educazione teologale. In un caso come
nell'altro arriviamo a una conclusione importante: il senso
veicola una esperienza teologale a determinate condizioni.
La sua funzione aumenta di intensità e di ampiezza in
proporzione alla trasparenza che acquista. Ne viene
paradossalmente che il senso da il suo migliore contributo
quando supera la prima fase, che abbiamo chiamata «vita del
senso». Opera cioè di più e meglio, quando ormai quasi non
lo si nomina più.
La sensibilità partecipa in misura crescente
al processo spirituale.
Parliamo della persona o dell'uomo
sensibile, della sensibilità personale o spirituale. In
termini sangiovannei potremmo parlare del senso spirituale e
dello spirito sensibile.
Tutto ciò vuol dire che le norme di Salita
(1 e III) non sono la parola ultima né la più significativa
di Giovanni della Croce sulla sensibilità, nemmeno
riflettono la totalità della sua esperienza.
Tra le anime molto portate a Dio per mezzo
dei sensi, si trova indubbiamente quella di fra Giovanni.
Ha coltivato intensamente la sensibilità durante tutta la
vita. Ha incontrato in essa una fonte di vita e di
espressione. L'esercizio della sensibilità non consiste
principalmente nel contemplare paesaggi o opere d'arte, ma
nell'aver a che fare e nel lavorare con tutti i sensi.
Sarebbe interessante analizzare le manifestazioni della
sensibilità di Giovanni della Croce nei tre campi della
natura, dell'arte, delle relazioni personali.
a). È fin troppo noto quanto fosse
affezionato alla natura: Duruelo, El Calvario, Baeza,
Granada, e le rocce di Segovia, «dalle quali si vede l'alto
cielo, serre, monti, campi e le anse che disegna il fiume».
Non è però tutto e solo un guardare. In
questi medesimi luoghi lavora nell'orto o alla costruzione
del convento. Entra in contatto con la natura attraverso
tutti i sensi, ed è contatto che va più a fondo, perché è
gioia e dolore, tocca la bellezza e la durezza delle cose.
b). Nel campo della pittura e della scultura
lavora con gusto e arte. A volte la sua ricreazione consiste
nell'intagliare delle figure di Cristo in legno. Sa
sistemare come si deve la sacristia e ornare altari. Gli
piace preparare manifestazioni vivaci per celebrare le
feste. Ha mostrato anche di essere teneramente affezionato
alle opere d'arte religiosa. Ama cantare e ascoltare musica.
c). I rapporti con le persone hanno messo in
luce la sua delicata sensibilità. Abbondano le
testimonianze: era un vero padre, aveva viscere materne,
specialmente con i malati. Quand'è provinciale, il
segretario gli deve ricordare che è un superiore o un
prelato, e non solo fratello dei religiosi.
Anche le religiose che ebbero a trattare con
lui, hanno percepito la finezza della sua sensibilità;
attento e servizievole con tutte, disposto sempre a
soddisfare qualsiasi necessità o domanda, capace di
amicizia.
Ciò che era norma di vita per lui, cercò lo
diventasse anche per i suoi discepoli, tenendo conto della
differenza d'età, di doti e temperamento. Con questo pieno
maturare della sensibilità, non stiamo in realtà cancellando
le norme date in 1S 13.
Nella contemplazione della natura e
dell'arte, fra Giovanni non è un curioso di novità. È
intenso e sobrio, torna un'infinità di volte nei medesimi
posti e paesaggi, perché ha appreso a leggerli in
profondità. La stessa cosa gli accade con il numero ridotto
di persone con cui tratta. Possiede una forte affettività
interiorizzata.
Non c'è bisogno di tante congetture per
capire che il senso occupa nel Cantico un posto di primo
piano, sia negli esempi che nella realtà. I sensi esterni in
primo luogo: lo sguardo, l'udito, il tatto, il gusto di
melagrane, l'odore dei profumi. L'affettività sensibile, la
passione amorosa. Tutto questo è il capitale
dell'anima, e si muove per amore e nell'amore (C 28).
Due corollari volevo solamente far notare.
Il primo è che, se togliamo a Giovanni della Croce la
sensibilità, abbiamo distrutto l'uomo, il santo, lo
scrittore. Il secondo è che il duro trattamento riservato
al senso in queste fasi iniziali, ha per scopo di dotarlo di
libertà, dinamismo, nobiltà.
12. Dio si
comunica nella fede
Sta parlando
direttamente col Dio vivo e vero, il grande mistico, quando
parla della fede. In essa Dio si comunica così com'è,
vicino, infinito, avvolto in una luce che abbaglia. In essa
l'uomo riceve una capacità insolita e immeritata di
accogliere il mistero rivelato, facendone il fondamento
della propria esistenza e della storia.
Ha parole di verità e di
vita, quando tocca l'abisso della fede. Ha trovato luce
nella lettura biblica, nella contemplazione dei misteri, in
esperienze gioiose e dolorose che solo in parte riusciamo a
intravedere.
Nel campo della fede,
senza volerlo, scrive in maniera autobiografica. Lo dice
una testimonianza che vale per tante altre:
Pensavano, quelli che lo
ascoltavano, che egli parlava delle cose di Dio e dei
misteri della nostra fede come se li vedesse, con gli occhi
del corpo. Quanto superasse gli altri in questa virtù della
fede, lo mostra ciò che insegnano i suoi libri e ciò che
insegnava a quelli con cui comunicava, cioè che la vita è un
camminare nella fede, che deve dipendere unicamente da Dio
e a lui solo badare, senza dipendere da quelle altre cose a
cui l'uomo naturale è solito appoggiarsi nella preghiera, da
soddisfazioni e consolazioni spirituali, rivelazioni e
visioni. Insegnava invece che per unirsi maggiormente a Dio,
era necessaria una nudità sempre più rigorosa riguardo a
queste e altre cose ancora, e che dovevano camminare avendo
per sostegno la luce della fede.
Era indizio di questa
grande fede del servo del Signore il vederlo, assillato
com'era da tanti lavori, così superiore a essi, da destare
meraviglia; chiaro esempio di tale virtù e come essa lo
consolasse, dandogli forza e aprendogli porte per poter
respirare col suo Dio, anche se le strade sembravano
totalmente sbarrate (Pr 370).
Nelle sue parole risuona
forte e chiara l'esperienza personale. C'è però anche
l'intenzione di dare risposta a una situazione collettiva:
in primo luogo avverte l'urgenza di nutrire di cibo
sostanzioso la contemplazione e la vita di molte anime
generose. Risponde anche a necessità di altro tipo,
frequenti al suo tempo: credulità esuberante, posizioni
mezzo eretiche, formalismo verbale.
Era questa l'intenzione immediata, quale
appare nel libro II di Salita.
Il risultato va ben oltre le intenzioni e
offre una parola antici-patrice e profetica, che conserva
tutto il suo senso e una piena aderenza anche alla vita del
credente attuale.
Parla di Dio e di storia di salvezza, di
Cristo e della sua parola, della chiesa, delle virtù
teologali, dell'oscurità e della vicinanza di Dio.
È un grande libro sulla fede e sulla
mistica cristiana.
Con la fede entriamo nella fase del progetto
che abbiamo chiamato educazione teologale.
Include le tre virtù teologali e la forma di
preghiera che le esprime. A tutto questo mondo teologale la
fede da la base e il tono.
1. Dio nella fede: mistero
L'interesse e la ricchezza della fede
prendono avvio dal suo identificarsi con il mistero del Dio
vivo e personale, comunicatoci in Cristo. «Dio è la
sostanza e il concetto della fede» (C 1,10).
«L'intera sapienza di Dio in generale, cioè
il Figlio suo, si comunica all'anima nella fede» (2S 29,6).
«Vi è tanto grande somiglianza tra quella virtù (la fede) e
Dio da non esservi altra diversità all'infuori di quella che
può intercorrere tra il vedere e il credere in lui» (2S
9,1).
A questa pienezza divina si deve in primo
luogo l'entusiasmo di fra Giovanni. Se nella fede avesse
visto solamente la virtù generosa e rischiosa del
credente, non le avrebbe riservato tanti elogi e tanta
fiducia.
L'attitudine credente è derivazione del
mistero che si proietta nell'uomo. Segue la dinamica
ordinaria della vita teologale, il suo orientamento passivo.
A questo dedicherà i suoi sforzi migliori.
Non è sua intenzione in questa occasione
enumerare ed esporre articoli di fede, dogmi, misteri di
Cristo in particolare. Lo faceva normalmente nel suo
insegnamento orale. Qui la suppone cosa già fatta e
conosciuta dal lettore. Concentra la sua attenzione su
quello che è il nucleo essenziale del mistero: Dio uno e
trino, rivelato in Cristo, affidato alla fede della chiesa e
accolto in un abbandono senza riserve da ogni credente.
Una volta chiarito alla sua stessa base
questo fondamento, risulta facile ormai far posto più in
particolare alle varie componenti.
Preoccupazione primaria di Giovanni, in
materia di fede, è affermare che al centro e all'origine di
tutto sta il Dio vivo e personale. È lui che liberamente si
manifesta e si comunica, cercando comunione con l'uomo. Dio
è soggetto personale attivo della rivelazione, prima e più
che oggetto passivo dello sguardo e della ricerca
dell'uomo. L'abbiamo già visto esaminando la poesia della
«fonte» (P 5).
Fa notare con finezza: «Da il nome di
occhi a queste verità, perché vi percepisce grandemente
la presenza dell'Amato, che le sembra stia sempre a
guardarla» (C 12,5). Non è l'uomo che guarda, pensa,
analizza i contenuti della fede, ma sono questi stessi
contenuti che guardano e amano l'uomo, gli parlano.
Dio si comunica com'è, diventando così il
fascino e il tormento stesso della fede. Il fascino proviene
dalla sua bontà e bellezza infinita. Attraverso i fatti e
le parole della rivelazione si manifesta comunicativo e
accessibile. Attira e colma di sé la mente e il cuore.
Rivelazione però vuol dire presenza di amicizia, non
evidenza visuale o intellettuale.
Dio si è rivelato, ma non si è svelato.
Rimane avvolto nel mistero della sua grandezza insondabile.
Anche le parole che utilizza per rivelarsi, per parlarci del
suo essere e dei suoi disegni, sono le stesse che usiamo noi
per indicare cose umane che non hanno molta somiglianza con
lui. Per tanto che si spieghi, non siamo ancora arrivati a
capirlo. Pur manifestandosi, continua a essere invisibile.
Da qui il tormento della fede.
Questo modo d'essere e di operare di Dio
risulta per Giovanni della Croce qualcosa che eccede ogni
capacità umana, ma non provoca disagio. Sente nella
trascendenza di Dio una maggiore pienezza divina di
comunicazione con l'uomo. L'oscurità gli si presenta come
effetto marginale e tollerabile; è la garanzia che il Dio
vivo supera ogni pensare e immaginare dell'uomo. Se
qualcuno gli promettesse di fare chiarezza piena su Dio, si
sentirebbe defraudato nella sua intima comunione con lui.
Non sarebbe più il Dio in cui crede. Un Dio
ridotto e svalutato a proporzioni umane non dice nulla alla
sua intelligenza e al suo cuore. Preferisce il Dio vivo e
immenso, anche se deve soffrire il dolore, che per lui è
gioia, della trascendenza.
Fai molto bene, o anima, a cercarlo
sempre nascosto, poiché facendo così glorifichi Dio e ti
avvicini molto a lui stimandolo per l'essere più alto e
profondo di tutti quelli che tu puoi raggiungere. Non ti
fermare quindi né molto né poco in ciò che le tue potenze
possono comprendere, vale a dire, non ti volere mai
appagare di ciò che puoi intendere di Dio, ma piuttosto di
ciò che di lui non puoi capire. Non ti fermare mai
nell'amore e nel diletto di ciò che intendi e senti di Dio,
ama e dilettati solo in ciò che di lui non puoi né intendere
né sentire: questo vuol dire cercarlo in fede (C 1,12).
Senza nulla disprezzare di ciò che può
capire con la povera luce di cui dispone, il credente sa che
Dio è di più, infinitamente di più. E nelle sue relazioni
conta su questo di più, che è Dio nella sua realtà
intima.
2. Fede in Dio: attitudine umana
In perfetta corrispondenza col mistero che
si rivela, Dio ha posto nell'uomo una capacità proporzionale
di accoglienza; anche questo è la fede. Nella fede si
comunica, nella fede è ricevuto.
Contempliamo ora l'identica realtà del
mistero, visto dalla nostra parte. Giovanni della Croce
accentua con ugual forza il contenuto del mistero e
l'adesione personale ed esistenziale, cioè l'aspetto
dogmatico e quello contemplativo.
«I teologi affermano che la fede è un abito
certo e oscuro» (2S 3,1). È la classica definizione
scolastica che il santo ripete, anche quando non la analizza
in tutti i suoi dettagli. I medesimi elementi, con
linguaggio mistico, si ritrovano nelle strofe della Notte: «al
buio uscii e sicura, con ansie».
Sono mantenuti gli stessi tratti
caratteristi-ci di oscurità e sicurezza. Scompare
l'abito, per cedere il posto a un concetto più dinamico
e personale: ricerca e incontro, in un gesto d'amore e di
superamento.
Per esigenze del contesto di purificazione,
l'autore ha sviluppato enormemente l'aspetto di oscurità.
In questo momento intende rieducare i cristiani che,
creduli o razionali che siano, identificano le proprie
costruzioni mentali con Dio stesso.
«Perciò coloro che non solo fanno caso di
queste apprensioni immaginarie, ma pensano che Dio
sia simile ad alcuna di esse e che per loro mezzo si possa
giungere all'unione divina, errano molto e van perdendo la
luce della fede ...» (3S 12,3).
L'errore non sta nell'avere idee o immagini
su Dio, ma nel «pensare» che tali idee corrispondano
fedelmente alla realtà di Dio. Allora l'uomo finisce per
credere e amare le proprie idee.
Una simile accentuazione dell'oscurità, ha
nell'autore un significato diverso da quello attribuitogli
dalla maggior parte dei lettori. Per lui la fede è luce
accecante. «La luce della fede», leggiamo nel testo
citato.
Un dato significativo, è che nel medesimo
capitolo 2S 3, che comincia con la definizione dell'abito
certo e oscuro, viene ripetuta la parola «luce» fino
all'ossessione: luce della fede, luce del sole, luce
naturale, chiara sapienza beatifica, il giorno che è Dio
nella sua beatitudine ...
Riferendosi alla nube dell'esodo, commenta:
«È cosa degna di meraviglia che quella nube, pur essendo
tenebrosa, rischiarasse la notte. Ciò accadde per farci
comprendere come la fede, che è nube oscura e tenebrosa per
l'anima ... con le sue tenebre rischiara e da luce alle
tenebre dell'anima» (2S 3,5). E cita il salmo 138: «La
notte mi sarà luce nelle mie delizie».
Ritengo questo dato della massima importanza
per intendere l'esperienza e la dottrina del santo. Le sue
oscurità si riferiscono al mistero, alla comunicazione di
vita, a comunicazioni di profonda verità e bellezza. Per
questo parla dell'abisso della fede, dove il Dio vivo
ci interpella intimamente.
Credendo di seguire o imitare Giovanni
della Croce, certi teologi o filosofi moderni accentuano
l'oscurità e le difficoltà della fede, lasciandoci
totalmente sprovveduti di fronte a un concetto di Dio freddo
e irreale. Non riescono a calarci nell'abisso della fede,
come fa Giovanni, ma solo nei problemi della fede.
La fede è oscura, perché ci rivela cose
interessantissime e fondamentali di un mondo totalmente
nuovo. Non disponiamo di una base intellettuale per
comprenderle, perché tali realtà non conservano alcuna
somiglianza con le nostre percezioni sensibili, né con le
successive costruzioni dell'immaginazione o
dell'intelligenza.
Dio stesso, si rivela nella sacra Scrittura,
e lo fa in termini umani, passando per il vaglio di una
psicologia umana e di una cultura storica. Dio stesso nel
rivelarsi continua ad affermare che è più di tutto questo.
In tal modo, nella fede rivelata coesistono
luce e tenebre. Si serve dell'analogia, cosciente, che anche
questa soffre della medesima limitazione.
Si presenta qui la seconda caratteristica
della fede: sicura.
Questa parola della definizione classica
acquista nel santo una densità che non possiede nei
teologi. Va al di là della certezza intellettuale.
Osservando l'atteggiamento presente in
Notte, potremmo applicarle termini più personali: fiduciosa,
amorosa, intrepida. Così è la fede oscura di fra Giovanni.
L'insufficienza delle sue «conoscenze» non
la scoraggia, né la fa desistere per timore di precipitare
in qualche vuoto infinito. Si getta invece con raddoppiato
slancio, non già nel vuoto, ma nell'abisso del mistero.
Per compiere questo passo, la fede fa
sbocciare una delle sue capacità più fondamentali: l'amore.
La fede teologale è fatta per la maggior parte di amore,
come l'amore teologale è fatto di fede.
Man mano che aumenta l'oscurità notturna e
svaniscono le chiarezze intellettuali, il credente sposta
anch'egli a poco a poco il centro della sua attività verso
l'amore :
«Senza altra guida o luce
fuor di quella che in cuore mi riluce.
Questa mi conduceva, più sicura che il
sol del mezzogiorno ...» (N 3.a
e 4.a strofa).
Non si tratta dell'amore cieco, ma
dell'amore che porta luci nuove, intuizioni. Così va
passando dalla scienza alla sapienza, che è
conoscenza saporosa della realtà.
Contemplazione
chiama il santo questa fede così
qualificata, una fede fusa con l'amore, «mediante la quale
Dio ammaestra e istruisce l'anima in perfezione di amore»
(2N 5,1).
Conoscenza nell'amore è l'ideale della fede.
Suo progetto è giungere alla «contemplazione, che si attua
unicamente nella fede. Il mio compito è quello di porre
l'anima in tale stato di contemplazione, facendola passare
per tutte le altre specie di notizie, incominciando dalle
prime e spogliandola di esse» (2S 10,4).
3. Gesù Cristo parola di Dio
Tra le pagine più celebri e giustamente
apprezzate di san Giovanni della Croce, si trova il lungo
capitolo dedicato a Cristo rivelatore: Salita II, 22.
Fu citato varie volte nei lavori del
concilio Vaticano II, quando si preparava la costituzione
Dei Verbum sulla rivelazione.
Un indizio, tra tanti, di una sua
valutazione unanime.
Le affermazioni che egli fa su Cristo
rivelatore hanno doppia efficacia per il contesto in cui
sono inserite. Non offre temi di meditazione. Si tratta di
sapere quali sono stati e continuano a essere i
procedimenti di Dio nella storia salvifica dell'Antico e
del Nuovo Testamento, per stabilire quindi come Dio agisca
nell'attuale economia cristiana. Tema di vasta e radicale
portata. La risposta è una sola: in tutti questi momenti
Gesù Cristo è il centro e la sintesi di tutta l'azione di
Dio. Tutto è vissuto e interpretato a partire da lui.
Possiamo ben immaginare l'importanza di
questo fatto per la vita di fede.
Già in un capitolo precedente (2S 7),
anticipa qualche frammento su Cristo - via.
Applica i medesimi principi, ma in maniera
più dispersa. La parola di Gesù invita a seguirlo, il fatto
della sua morte in croce insegna a vivere la fede, l'amore
e la speranza in una generosa donazione e abnegazione di
sé; a passare dalle pie parole ai fatti reali.
La solenne comparsa di Cristo nel capitolo
22, tocca profondità maggiori. Sono in gioco il senso della
rivelazione, la vita di fede, i mezzi e i modi di
alimentarla. Tutto comincia con una semplice obiezione in
tono polemico.
La sua posizione rigorosa di negare le
percezioni soprannaturali da qualunque parte vengano,
esaspera un ipotetico obiettore che così reagisce: Dio si è
spesso comunicato con tale mezzo nell'Antico Testamento; non
è ammissibile che questo stile familiare sia stato annullato
nel Nuovo Testamento, quando Dio si è fatto più vicino
all'uomo; se Dio lo fa, come chiaramente afferma la sacra
Scrittura, fra Giovanni non ha alcuna autorità per impedirlo
o condannarlo. È un'obiezione seria, che lo stesso autore si
incarica di esporre in tutta la sua durezza.
Una prima risposta viene data in forma
indiretta nei capitoli 19-21. In mezzo a tante
manifestazioni particolari come quelle narrate nell'Antico
Testamento, Dio mantiene tutto il suo mistero e la sua
oscurità. Gli stessi fatti che si citano come
manifestazione esplicita del suo essere e della sua volontà
per via soprannaturale, si presentano spesso oscuri e
ambigui. A volte, erano profezie che non venivano capite sul
momento, ma in seguito, o dipendevano da mille altre
condizioni non espresse, o erano rivolte a persone deboli
per riguardo alla loro poca fede. Perciò si ingannavano
spesso coloro che si orientavano seguendo tali
illuminazioni. In fin dei conti, l'argomento dell'Antico
Testamento non è così forte e chiaro come l'obiettore
pensava.
In questo clima arriva la risposta che
affronta di petto la questione. Dio non parla e non si
rivela più per via soprannaturale, perché ha
pronunciato la parola totale e unica, manifestandosi
pienamente nella persona, vita e parole di Gesù Cristo. E
tutto questo è a nostra portata e disposizione per via
naturale.
Dandoci il Figlio suo, che è la sua Parola;
l'unica che egli pronunzi, in essa ci ha detto tutto in una
sola volta e non ha più niente da manifestare.
Tale è il senso del testo mediante il quale
san Paolo vuole indurre gli ebrei ad abbandonare i modi
primitivi di trattare con Dio, permessi dalla legge
mosaica...
Con queste parole, l'Apostolo vuol far
capire che Dio è rimasto quasi come muto, non avendo altro
da dire poiché, dandoci il Tutto, cioè il suo Figlio, ha
detto ormai in lui tutto ciò che in parte aveva manifestato
in antico ai profeti (2S 22,3-4).
Sta qui la chiave del mistero e della sua
interpretazione. Siamo in una nuova economia di fede e di
rapporto con Dio: «Dal momento in cui Cristo crocifisso
disse in punto di morte Consummatum est (Gv 19,30),
che significa "È finito", non finivano solo questi modi di
fare, ma anche ogni altro rito e cerimonia dell'antica
legge» (2S 22,7).
4. Esistenza credente
La mediazione di Cristo si prolunga in una
economia sacramentale, che incarna il divino, in forme
normali di esistenza umana.
Il fatto risulta paradossale. Dopo aver
richiesto con tanta insistenza la nudità di immagini e idee
per arrivare all'incontro personale con Dio nella fede,
torna ora a servirsi di tutti i mezzi e risorse umane: la
chiesa, i ministri, i sacramenti, le formule di fede, la
parola del fratello, la ragione naturale ...
Questa posizione di apertura all'umano e al
sensibile, non ha di che sorprendere chi abbia inteso la
purificazione della fede in senso sangiovanneo.
Come punto di partenza, fra Giovanni mette
in una posizione marginale lo straordinario nell'esistenza
del credente che vive del vangelo. «Il Signore opera queste
meraviglie solo quando sono semplicemente necessarie per la
fede». «Si vede come Dio non sia tanto propenso a fare dei
miracoli e, come si dice, quando li compie non può farne a
meno» (3S 31,8-9).
Stabilisce al tempo stesso la norma
positiva:
Perciò dobbiamo lasciarci guidare in tutto
in modo umano e visibile dalla legge di Cristo uomo, della
sua chiesa e dei suoi ministri, e per questa via porre
rimedio alla nostra ignoranza e debolezza spirituale, poiché
in essa troveremo abbondante medicina ad ogni nostro male
...
Infatti il Signore desidera tanto che l'uomo
sottostia alla guida e alla direzione di un suo simile e
che si regoli o regga per mezzo della ragione, da volere che
non prestiamo del tutto fede alle cose che egli ci manifesta
soprannaturalmente e che esse non producano in noi sicurezza
e forza finché non passano attraverso questo canale umano
della bocca dell'uomo (2S 22,7.9).
Non v'è alcuna necessità di ciò, perché
abbiamo la ragione naturale e la legge e la dottrina
evangelica con cui ci possiamo sufficientemente regolare, e
non v'è difficoltà che non possa essere risolta, e necessità
a cui non si possa rimediare in maniera molto gradita a Dio
e vantaggiosa per le anime (2S 21,4).
Da queste poche frasi, si può già cogliere
la linea del suo pensiero.
È ottimista e si accontenta dei mezzi
ordinari a sua disposizione: Gesù Cristo e il suo vangelo,
la chiesa e i sacramenti, la parola del fratello. Sono
ampiamente sufficienti per condurre un'esistenza che
risponda pienamente ai desideri di Dio e degli uomini.
Mette al primo posto la mediazione della
chiesa. Nel prologo dei suoi libri essa figura come
interprete autentica della sacra Scrittura, come fonte di
esperienza e di dottrina. È anche quella che ordina e
garantisce le mediazioni, come l'uso riverente delle
immagini (3S 15,2). È incaricata di determinare la forma
della liturgia: «Non vogliano essi rinnovar niente, come se
fossero più saggi dello Spirito santo e della sua chiesa»
(3S 44,3).
La ascoltiamo quando ci trasmette la parola
di fede, «contentandoci di conoscere i misteri e le verità
con la semplicità e la certezza con cui ce li propone la
chiesa» (2S 29,12).
Sorprende la parte rilevante che assegna
alla ragione naturale nello sviluppo della vita di
fede, dopo la svalutazione operata nei confronti di idee e
ragionamenti.
Mantiene in realtà una posizione coerente.
Le idee che aveva prima svalutate miravano a creare un
quadro di comprensione atto a far da misura dei contenuti
della fede, e a creare una base di contatto immediato con
Dio.
Questa pretesa della ragione è già stata
eliminata. La ragione naturale di cui ora parla accetta la
rivelazione nella fede e lavora con essa, come si vede dai
testi citati. Non fa altro che accogliere responsabilmente
il vangelo, per applicarlo al tessuto dell'esistenza
personale e storica.
Senza farlo espressamente notare, il santo
ha cambiato problematica, e quindi anche atteggiamento. La
ragione è stata svalutata prima, quando si presentava in
contrasto con la fede, alla quale spetta una dignità
superiore. Ora invece esalta il lume naturale della stessa
ragione che, illuminata dalla dottrina evangelica, si
contrappone alla pretesa di voler guidare la propria vita
per via soprannaturale, pretesa e volontà di qualità
nettamente inferiore.
Vengono la parola e la compagnia del
fratello come mediazione preziosa nel rapporto immediato
col Signore. Esse prolungano il medesimo principio della
nuova economia sacramentale inaugurata in Cristo. Dio vuole
che tutto passi per la bocca dell'uomo, «attraverso questo
canale umano della bocca dell'uomo».
Il santo usa ripetutamente espressioni
forti. Il consiglio o il giudizio del fratello non si
limitano unicamente a esperienze della vita corrente, a
decisioni che comportano rischio personale o comunitario.
Anche le grazie mistiche passano attraverso questo
discernimento e mediazione.
Ma c'è di più; la parola diretta di Dio
nella rivelazione, pur garantita da miracoli, resta quasi in
sospeso, finché non goda di un riscontro personale: «finché
ella non avrà obbedito a questa inclinazione, egli non le
farà provare soddisfazione piena, perché non ha ricevuto la
comunicazione da un suo simile» (2S 22,9).
Così si comporta Dio con i suoi amici nella
Bibbia, dando a intendere che criterio supremo di vita e
mezzo supremo di unione, è la fede. Cita esempi concreti.
Persone indecise nonostante una rivelazione: Gedeone e Mosè.
Persone a cui Dio non dice quei loro difetti che possono
conoscere per altra via: Mosè, san Pietro (2S 22,9-15).
Arriviamo infine al terreno privilegiato di
esercizio e prova della fede: la vita, l'esistenza reale, la
storia attuale. È difficile scoprire la mano di Dio in
situazioni dure, in cui sono le mani e le passioni degli
uomini a dominare la scena. Le mediazioni umane sono ricche
e suggestive. Sono però anche le più passionali quanto ad
attaccamento e ripulsa.
Fra Giovanni ebbe numerose occasioni di
vivere la mediazione umana, nei suoi aspetti dolorosi.
Durante gli ultimi mesi della sua vita, fu oggetto di
emarginazione e di calunnia. A una religiosa che gli scrive
manifestandogli la sua pena, risponde con semplicità
teologale: «Ella deve rallegrarsi e rendere molte grazie al
Signore che le cose non siano andate come desiderava,
perché, avendo sua divina Maestà così disposto, è segno che
ciò è più conveniente per noi tutti; rimane soltanto di
conformare la nostra volontà a quella disposizione
affinchè, come è vero, essa ci appaia quale è. Infatti le
cose che ci dispiacciono, per quanto buone e opportune,
sembrano cattive e avverse, ma nel caso presente si vede
bene che la cosa non è così né per me né per nessun
altro ...» (L 23).
La lettera seguente contiene un brano
simile: «Certe cose non sono opera degli uomini, ma di Dio,
il quale, sapendo quel che è conveniente per noi, dispone
tutto a nostro bene. Non pensi altro, se non che tutto è
disposto da Dio. E dove non v'è amore, metta amore e ne
ricaverà amore» (L 24).
Una fede di tale caratura, capace di
generare amore, si ottiene solo per via teologale.
Lo sapeva fra Giovanni: «Deriva da ciò che
in tutte le nostre necessità e difficoltà e in tutti i
nostri travagli noi non abbiamo altro aiuto migliore e più
sicuro della preghiera e della speranza che il Signore
provvederà con quei mezzi che a lui piaceranno» (2S 21,5).
5. Per via soprannaturale
Abbiamo lasciato per ultimo questo tipo di
esperienze, che occupano un posto rilevante nella
riflessione del santo sulla fede. Con i principi sopra
esposti, ci troviamo in condizioni migliori per capire la
sua posizione e le sue valutazioni.
Non è un tema marginale, come alcuni
pensano. In esso Giovanni trova un terreno propizio per il
confronto con la vita teologale. Con la sua risposta ha
fissato delle direttrici sicure all'esperienza mistica e
alla riflessione dei secoli successivi.
Tali capitoli meritano oggi una lettura
calma e attenta.
Non gli mancano motivi per dare rilievo a
grazie e fenomeni di ordine mistico. Aveva trovato intorno a
sé molte persone che, dotate di grazie mistiche della
migliore qualità, non sapevano come orientarsi. Abbondavano
pure, autentici o inautentici che fossero, i fenomeni
straordinari. La smania del «soprannaturale» si era
trasformata in fenomeno collettivo, e si cercavano o
fingevano manifestazioni di ogni genere.
Due valori cristiani fondamentali erano in
pericolo: la fede e la comunione mistica.
In Salita (2S 10), egli traccia un breve
schema generale delle varie forme, che poi svilupperà nel
corso del libro:
- attraverso i sensi esterni: c. 11;
- attraverso i sensi interni: c. 16;
- puramente spirituali, suddivisione
generale: c. 23;
- visioni: c. 24;
- rivelazioni: cc. 25-27;
- locuzioni: cc. 28-31;
- sentimenti spirituali: c. 32.
Tutte queste forme ricevono il nome generico
di «comunicazioni» in quanto vengono dal di fuori, e di
«apprensioni» o «percezioni» in quanto sono percepite
distintamente dalle potenze dell'uomo.
Però, la nota che egli accentua
maggiormente, è la modalità «per via
soprannaturale». Questo elemento caratteristico, che sembra
un titolo di alta qualità, non suscita in lui il minimo
entusiasmo. Gli preferisce di gran lunga la via naturale
della fede, che abbiamo esaminato prima: Gesù Cristo,
la chiesa, il vangelo, il discernimento umano, la ragione
naturale ...
«Soprannaturale», non qualifica qui, come
nel capitolo 5 di Salita II, il contenuto della grazia o la
capacità dell'uomo che la riceve. Si riferisce unicamente al
modo o fenomeno. Si presenta come illuminazione particolare
della coscienza, che salta parzialmente o totalmente i
canali normali della conoscenza.
Molte persone spirituali, ricevendo tali
lumi e sentimenti speciali, si credono privilegiate da Dio
ed elevate al terzo cielo.
Al contrario, per il dottore mistico tutto
ciò che si può aggiungere per questa via alla rivelazione
del vangelo e alla ragione illuminata dalla fede, si riduce
a informazioni marginali e perfino pericolose, per la
valutazione straordinaria di cui sono oggetto da parte della
persona. Respinge perciò i fenomeni che tanti ricercavano.
Valorizza invece l'esperienza contemplativa
silenziosa e nuda, che tante persone non riescono a
identificare o rifiutano (2S 12-15). Su questa linea si
incontrano le grazie mistiche della migliore qualità;
visione di verità nude, rivelazione del mistero di Dio,
parole sostanziali, sentimenti spirituali. Grazie semplici,
intense, sostanziose.
Nella comunione mistica si cerca la realtà,
non lo spettacolo. Pur possedendo la mistica cristiana
funzioni di carisma ecclesiale, il suo clima normale è il
silenzio e l'umiltà:
[Molti continuano] a pensare che sia
stata una grande cosa e che Dio abbia parlato mentre è
stato poco più di niente o niente, o meno che niente.
Infatti, che valore può avere ciò che non genera umiltà,
carità, mortificazione, santa semplicità, silenzio e altre
virtù? ... Imparino costoro a non farne caso e a fondare la
volontà unicamente in un umile amore, nell'esercizio delle
buone opere e della sofferenza, imitando il Figlio di Dio
nella sua vita e nelle sue mortificazioni: questa, e non
quella di molti ragionamenti, è la via per giungere
all'assoluto bene spirituale (2S
29,5-9).
In questi capitoli egli non ha intenzione
descrittiva. Suo scopo è incamminare coloro che hanno tali
esperienze «alla sublime unione con Dio ... senza che ella
si inganni e si imbarazzi nella purezza della fede»; «mi
accorgo che riguardo a tali cose sono stati dati avvisi
sufficienti, molta luce e discreta istruzione» (2S 28,1).
È rigoroso nei principi, duttile nelle
applicazioni. Se una persona riceve di fatto tali
illuminazioni per via soprannaturale, dev'essere aiutata a
vivere con esse, rammentandole però sempre il valore
centrale della carità (2S 22,19).
In poche parole, come norma ultima e
definitiva: «È cosa più opportuna e più sicura agire in modo
che le anime fuggano con prudenza da tali favori
soprannaturali, abituandole, come ho detto, alla purezza di
spirito nell'oscura fede, la quale è il mezzo dell'unione»
(2S 19,14).
13. Memoria e speranza
Tutto il movimento della vita teologale,
nelle varie fasi del suo lungo percorso, è sostenuto e
alimentato dalla speranza. Essa muove i suoi primi passi
nella storia aspettando il Messia. Quando lo ha ormai
incarnato, aspira alla visione e comunione gloriosa. È
esposta agli imprevisti del tempo, giorni e notti,
abbondanza e scarsità. Comporta un miscuglio di esperienze
contrastanti: possesso, vuoto, desiderio, pienezza.
Fa autorevolmente parte della vita
teologale, a parità di diritti. Svolge funzioni essenziali,
non semplicemente decorative. Fede e amore generano
speranza. Le comunicano la propria abbondanza, ed anche i
limiti. La fede è già conoscenza e l'amore unione, doni
eminenti già ricevuti dalla bontà di Dio. Doni però non
ancora pienamente manifestati, che stanno chiedendo di
espandersi in visione gloriosa, in uguaglianza d'amore.
Così li prende la speranza, virtù del
cammino nel tempo: doni reali che impegnano per il futuro.
San Giovanni assegna a questa virtù funzioni
continue e rilevanti come quelle svolte dalla fede e dalla
carità. Ha lasciato invece debole e imprecisa
l'elaborazione teologica.
Abbiamo qui uno dei casi in cui si rende
evidente la sproporzione tra la sua vigorosa capacità di
cogliere la realtà viva e, d'altra parte, la povertà di
schemi e il disinteresse per la sua strutturazione teorica.
Può darsi che sia meno dotato per la speculazione, o forse
non vi trova utilità né gusto per i suoi scopi mistagogici.
È certo comunque che in 3S 1-15 dedica alla speranza solo 15
capitoli, la metà di quelli dedicati alle altre due virtù
teologali.
Distribuito in tutta la sua opera troviamo,
tuttavia, materiale abbondante e di prima qualità.
Lascerò da parte i problemi teologici e
antropologici che sono stati sollevati intorno alla speranza
sangiovannea: tre virtù e tre potenze, memoria sensitiva e
spirituale, memoria del passato e del futuro, ecc. Ciò che
il santo ha cercato di esporre e ciò che più ci interessa
conoscere in questo momento, sono la sua qualità teologale e
le sue funzioni concrete.
L'ordine in cui si svolge il capitolo è
semplice. In primo luogo verrà presentata la speranza nelle
sue strutture e nei suoi dinamismi di fondo. La osserveremo
quindi all'azione in tre posizioni che la vedono impegnata
rispettivamente di fronte al presente, al passato e al
futuro.
1. Dono e promessa
L'arco della speranza si apre e si estende
da eternità a eternità. Incanala la storia collettiva e le
esistenze personali su un unico percorso salvifico
universale. Il punto di partenza è un dono sicuro di Dio
che, passando attraverso i contrasti e gli alti e bassi del
tempo, si trasforma fino a diventare possesso definitivo. La
formulazione migliore è data dalle sue stesse parole:
e tosto mi darai
colà tu, vita mia,
quello che l'altro giorno mi donasti.
Qui l'anima dice che ciò che lo sposo le
darebbe tosto, è la gloria essenziale...
Cerchiamo di capire che giorno sia
l'altro di cui parla l'anima e che cosa sia quello
datole allora da Dio e che ora ella gli chiede per
quando sarà nella gloria.
Per l'altro giorno l'anima intende il
giorno dell'eternità di Dio, che è ben diverso da quello
temporale. In quel giorno dell'eternità, Dio predestinò
l'anima alla gloria, determinò quale le avrebbe dovuto dare
e gliela dette liberamente a principio, prima che la
creasse.
Tutto ciò ormai appartiene all'anima in
maniera tale, che nessun avvenimento o contrasto di
qualunque genere, riuscirà mai a toglierglielo; anzi ella
arriverà a possedere senza fine quel bene a cui Dio la
predestinò senza principio.
Questo è quello che le è stato dato l'altro
giorno e che essa desidera possedere in modo aperto nella
gloria (C 38,5-6).
Il testo è ricco di prospettiva e denso di
contenuti concreti: unità del dono iniziale e del risultato
definitivo, contingenza storica, costanza, sicurezza. Sono
queste le vere dimensioni della speranza teologale. Supera
da ogni parte il quadro di una virtù o di un'attitudine
personale; meno che mai potrebbe essere racchiusa in piccole
e fug-gevoli soddisfazioni.
Non sfugge alla storia, ma nemmeno si lascia
confinare in essa.
Ciò che maggiormente richiama l'attenzione è
il contrasto, che non esclude l'armonia, tra dono e
tendenza, possesso e ansia.
Il credente ce l'ha già come cosa sua,
irrevocabile e irremovibile, ne vive e ne gode, ma sotto
forma di progressiva scoperta.
La speranza è insieme ancoraggio e
movimento, possesso e crescita, eternità e impegno nel
tempo, pienezza e desiderio, letizia e gemito. Strana
mescolanza viene ad essere quella che chiamiamo speranza
teologale.
Lo vedremo dopo, studiando la speranza in
tre tempi.
Nel suo movimento complesso possiamo
distinguere quattro elementi:
- dono iniziale;
- ferma promessa di ulteriori doni;
- sviluppo storico, desideri;
- pienezza, parziale e finale.
È questo, più o meno, lo schema che ci
permette uno sguardo panoramico sulla speranza
sangiovannea. In tale contesto vanno lette le sue
affermazioni su vuoto e possesso.
Si commettono molti errori per il fatto di
leggere in chiave psicologica o ascetica il vuoto,
che nel santo raggiunge dimensioni di pienezza teologale, ed
è un infrangere i limiti del tempo per aprirsi all'eternità,
è riduzione di attività superficiali perché emergano le
capacità più profonde.
In tema di speranza la Orazione
dell'anima innamorata possiede una struttura esemplare.
Muove da un'esperienza, che è la povera
situazione attuale, per chiedere doni e liberazione. Si
accorge che tutto ciò che chiede e di cui ha bisogno, lo ha
già ricevuto in Cristo, che è il dono totale; riacquista la
fiducia. Ma anche così, Dio indugia e si fa aspettare.
Sperare, è credere e amare di più, a partire
da questo stesso momento. Alla fine, lo sperare sfocia nel
possesso totale: miei sono i cieli... :
Non mi toglierai, Dio mio, quanto una
volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel
quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io
mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.
Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro
il tuo cuore? Miei sono i cieli e mia la terra ... (AS
25-26).
Come si vede dal testo, la speranza non è
tale da creare dilazioni, ma è per agire immediatamente
nella storia. Le future pienezze sono frutto delle povere
realizzazioni attuali.
Per questo, l'eterna comunione, rende più
interessanti i casi della vita, col suo svolgersi nel tempo.
Al centro della speranza c'è sempre Gesù Cristo. Questo
legame essenziale nasce dallo stesso essere dell'uomo,
creato per sposare il Verbo, che si fa uomo e viene a vivere
con gli uomini:
Con questa forte speranza
che dall'alto venne a loro,
dei loro travagli il peso
meno grave assai divenne;
se non che la lunga attesa
e il crescente desiderio
di gioire con lo Sposo
di continuo l'affliggeva (P 6,5).
Il panorama cambia totalmente con
l'incarnazione di Cristo, con la sua vita in mezzo agli
uomini, la sua morte e risurrezione. L'attesa è divenuta
realtà storica. In Cristo abbiamo visto il Padre, che in lui
ha dato irrevocabilmente all'uomo il suo Amore.
Ma dal punto di vista teologico e
psicologico, questo fatto viene ad aggravare le funzioni
della speranza. Ora che il credente ha conosciuto da vicino
Dio in Cristo, aumentano i suoi aneliti di visione e di
unione. È la legge della speranza: maggiori sono i doni,
maggiori i desideri.
In questo la speranza non presenta anomalie
o paradossi speciali. Segue esattamente il ritmo delle alt |