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16 Notte di
passione
«Chi potrà mai
liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione
imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te, in
purezza di amore?
Come si innalzerà a
te l'uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu, o
Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?» (AS
25-26).
Così prega e così spera
l'anima innamorata, ansiosa di libertà, cosciente della
propria bassezza e del potere d'amore che è Dio.
L'educazione alla vita teologale ha dato risultati
apprezzabili a livello di coscienza e di volontà. Ma non
trasforma l'essere, la radicata condizione dell'uomo. Solo
Dio, con mano provvidente e dura, può portare a termine la
divinizzazione dell'uomo. E lo fa a tappe successive, in un
processo unitario: smontaggio, riparazione nel vuoto,
ricostruzione.
Il dottore mistico ha
visto il suo nome irrevocabilmente legato alla notte
oscura. Il nome di san Giovanni della Croce richiama
alla mente il nome e l'immagine della notte oscura.
Parlare di notte oscura,
significa evocare la persona e l'opera di Giovanni della
Croce.
C'è in tale connessione
un'intuizione sicura, anche se poi sviluppata da qualcuno
in maniera unilaterale e riduttiva.
I meriti del dottore
mistico in questo campo sono noti e universalmente
riconosciuti. È maestro insuperato e insostituibile. Per
accennare in modo schematico alle sue benemerenze, metteremo
in evidenza i seguenti punti di carattere generale:
1). esperienza vissuta,
intensa e qualificata, di questa realtà, arricchita con
l'osservazione attenta di altre persone;
2). creazione di un
simbolo denso di significato e suggestivo, «notte oscura»,
che raccoglie e unifica l'esperienza e ne orienta
l'interpretazione;
3). descrizione ordinata
dell'esperienza complessa e confusa;
4). spiegazione teologica,
e anche psicologica, del fatto, nelle sue varie componenti,
cause, funzioni;
5). creazione di un poemetto lirico –
mistico, con la sua spiegazione in prosa, che sono un
gioiello della letteratura e della spiritualità.
Queste pagine enigmatiche, riservate per
secoli a specialisti della vita mistica, godono oggi di un
sorprendente potere di attrazione. Ci sono divenute
familiari perché ci sentiamo vitalmente interessati ad esse,
non per curiosità culturale o teologica.
La presenza di Dio nell'oscurità della
nostra storia, ci obbliga a cercare luce nelle pagine
inesauribili della Notte oscura.
Molti credenti si sentono compresi e
accompagnati da fra Giovanni in questo cammino solitario.
Nel titolo ho modificato l'espressione
corrente, per far risaltare il vero senso della notte
sangiovannea, che molti lettori non afferrano quasi più.
La notte oscura è notte di passione
nel duplice senso di quest'ultima parola: passione di
Cristo, passione d'amore. Realizza nella pienezza della vita
il mistero della morte e risurrezione del Signore. Ha in sé
il dinamismo di una passione d'amore, che si lancia
nell'avventura d'una ricerca frenetica del Dio nascosto.
La divisione del tema in due capitoli non
segue lo schema abituale di notte del senso e dello
spirito. Ho preferito seguire una linea più unitaria. In
questo primo capitolo vengono analizzati il simbolo, la
natura, la struttura, l'impressione di quel fenomeno che
chiamiamo notte. Lasciamo per il capitolo seguente la
presentazione del modo di viverlo nelle sue varie forme di
realizzazione esistenziale.
1. In una notte oscura
«Prego il lettore di non meravigliarsi se
questa dottrina, che tratta della notte oscura attraverso
la quale l'anima deve tendere a Dio, gli sembrerà un po'
dura a capirsi» (S prol. 8).
L'autore stesso si sente colto di sorpresa,
davanti al mistero divino e umano che racchiude in sé questa
notte. «Per dire intorno a essa (purificazione della notte)
qualche cosa che sia di profitto, piaccia a Dio di darmi la
sua luce divina, di cui vi è bisogno in notte così oscura e
in materia di cui è tanto difficile parlare» (IN 7,5).
La gravità del tema ha risvegliato la forte
capacità linguistico - poetica di fra Giovanni, portandolo
alla creazione di un linguaggio significativo e originale.
Non pretende con esso di spiegare, meno
ancora trasfondere un'esperienza che è al di là di ogni
formulazione e trasmissione. Tenta solo in qualche modo di
presentare al vivo e in movimento il mistero di Dio, e di
disporre l'uomo ad accostarsi a lui con tutte le sue
capacità di comunione ben dispiegate.
A questo fine ricorre a un mezzo letterario
che chiamiamo simbolo. È un'immagine presa dal mondo
sensibile, che per la sua affinità oggettiva e le
ripercussioni soggettive mette a contatto con realtà del
mondo spirituale. È un mezzo normale, specialmente nel
linguaggio dei mistici, che non trovano modo di esprimere
la generosità di Dio e il sovrabbondare dell'esperienza che
si fa al di là di ogni limite.
«Questa è la causa per cui, piuttosto che
spiegarlo con ragioni, esse [le anime innamorate],
preferiscono far comprendere parte di quel che sentono
servendosi di figure, comparazioni e similitudini, e
dall'abbondanza dello spirito spargono segreti misteri» (C
prol. 1).
Per il mistico il linguaggio non è la scorza
isolante, ma la porzione più esterna del frutto, nella
quale già possiamo pregustarne il sapore.
Perché ricorrere al simbolo, quando si ha a
disposizione un vocabolario più accessibile e familiare, di
ordine teologico e spirituale?
È una domanda che si è posto senza dubbio lo
stesso autore. Per non interferire in problemi d'altro
genere, è necessario notare che il simbolo nel nostro caso
non si presenta come alternativa, ma accoglie e completa
altre forme di espressione.
Concorrono a formare gli scritti del
dottore mistico linguaggi differenti: biblico, teologico,
filosofico, pio. Non è lui a creare esclusivismi, ma il
lettore dallo sguardo ristretto, che non sa leggere al di
là di una prospettiva letteraria, concettuale, ascetica.
Gli scritti del nostro autore suppongono nei
suoi lettori una conoscenza di tipo informativo e
dottrinale sulle verità religiose di cui si accinge a
trattare: fede, amore, trascendenza di Dio, croce di
Cristo, sofferenze della vita, desolazione interiore, ecc.
Le avevano già lette in altri libri; egli
stesso le aveva spiegate nel magistero orale. Tutte queste
«conoscenze», e la pratica normale della vita cristiana,
costituiscono la base perché il simbolo possa agire con
forza e aderenza.
L'espressione simbolica non viene a ripetere
la stessa cosa in linguaggio figurato, ma a svelare altri
aspetti della realtà viva, non suggeriti dal linguaggio
concettuale. Aspetti vitali, interessantissimi.
È la differenza che c'è tra conoscere un
frutto mediante l'osservazione attenta e prolungata, e il
trattarlo invece anche per mezzo di altri sensi, come tatto,
gusto, olfatto...
È quello che fa il simbolo: far capire che
le realtà divine e umane del mistero, più che oggetto di
conoscenza, sono vita palpitante, saporosa, nutriente.
Entrano a comporre l'immagine della notte
oscura due linee simboliche: l'oscurità e l'amore. Si
arricchiscono reciprocamente. La ricerca appassionata
dell'Amato da vivezza e slancio all'oscurità. È un'avventura
d'amore nella notte: fuga in segreto, travestimento,
scalata, incontro, comunione.
È ciò che da vita all'oscurità notturna.
Nelle strofe, la notte si presenta in forma circostanziata
di luogo e di tempo: In una notte oscura... Tuttavia la
notte simbolica non è legata a una circostanza, ma diventa
coprotagonista della storia d'amore.
Da dove ha ricavato questo collegamento tra
realtà cosmica ed esperienza spirituale? Esisteva una ricca
tradizione biblica, patristica, medievale, che aveva
sviluppato il tema della comunicazione del Dio trascendente
con l'uomo mortale, in termini di notte, tenebra, oscurità.
Risulta evidente che il nostro autore si è servito di tale
apporti sia nella dottrina che nel linguaggio.
Ma la creazione sangiovannea si dimostra
così vitale e vigorosa, da non poter essere frutto di
prestiti dottrinali. Deve qui intervenire in primo piano non
solo la potenza creativa, ma prima ancora l'esperienza
personale. Per fortuna conosciamo attraverso testimonianze
dirette la familiarità e la predilezione di Giovanni per la
notte naturale, contemplata e gustata in tutte le sue
tonalità.
Sappiamo anche che, come nella poesia, la
notte è stata nella sua vita non l'oggetto di uno
sguardo estetico o ricreativo, ma la cornice e il clima di
esperienze forti, gioiose o dolorose: lo studio nelle notti
di Medina, il carcere di Toledo, la preghiera alla finestra
o nell'orto del convento.
Ha provato a lungo l'oscurità interiore,
l'intervento incomprensibile di Dio nei fatti della propria
vita. Si genera così nello spirito di Giovanni la nuova
creatura, a cui darà nome e cognome di Notte Oscura.
La fusione della notte naturale con
l'esperienza della vita mistica, arricchisce tale
espressione di significazioni e risonanze molteplici.
Molte di esse agiscono nel soggetto al di là
della comprensione che ne ha la coscienza riflessa. La notte
è oscurità, gioia, paura, ombre, pericoli in agguato,
libertà di evasione, inattività penosa, comunione
riposante, disorientamento, tristezza, speranza, riposo e
ristoro di forze, ecc. Qui potremmo anche aggiungere: tutte
queste cose «è l'Amato per me» (C 14,6).
Cerca di aiutare il lettore impreparato, e
di spiegargli perché usa questo simbolo, «chiamando molto
propriamente notte oscura questa via stretta» (N
intr.).
Per tre ragioni principali si può dare il
nome di notte oscura a questo passaggio dell'anima verso
l'unione:
a). per il punto di partenza da cui prende
le mosse, che è l'essere privata del gusto sensibile nella
realtà esterna che normalmente attira e incatena;
b). per il mezzo, che è la fede, che serve
da appoggio e guida per tale rottura e ricerca e che offre
sicurezze ma non chiarezza;
e). per il termine a cui tende, che è Dio,
il quale è ugualmente notte oscura per l'uomo in questa vita
(1S 2,1).
2. Esperienza sconcertante
La serena chiarezza con cui possiamo leggere
a freddo il libro della Notte, è uno stato di coscienza
estraneo all'esperienza che descrive. Non gode certo di
tali chiarezze chi viene a trovarsi in essa. In tutta
l'opera si avverte il sovrapporsi di due piani che si
intersecano:
a). l'esperienza del protagonista,
che sta vivendo quei momenti con impressioni dure e
sconcertanti;
b). e l'interpretazione che ne da l’autore,
valutando serenamente le cose a distanza, con criteri
teologali. In qualche modo quegli stessi piani si ritrovano
già nelle strofe originali, scritte quand'era ormai arrivato
all'unione dopo essere passato «per le strette di travagli e
di angosce» (N intr.).
Se si vuole intendere l'esperienza teologale
della notte, non ci si può limitare ad analizzarne natura,
funzioni, necessità. Occorre affrontarla sulla propria
pelle, come la vive il testimone personale. In un secondo
momento si aggiunge l'interpretazione teologica e i
possibili motivi di gioia. Così fa l'autore: descrive e
spiega. Riferendoci ora all'esperienza stessa del soggetto,
vi distinguiamo tre aspetti:
la viva esperienza di rottura e di
sconcerto, l'interpretazione che il soggetto da del fatto e
delle sue cause, la reazione o comportamento che adotta.
Vista dal di dentro, la situazione produce
il sentimento di rottura e di crollo. Si produce una rottura
o taglio netto con tutto ciò che fino allora era stato
fonte di sicurezza, di significato, di stimolo all'attività.
Rottura con le esperienze e conquiste del
passato, con i progetti e le speranze del futuro.
Verificandosi una forte alterazione della coscienza
spirituale, si infrangono le strutture interne e le
relazioni con l'esterno.
Per farci carico della nuova situazione,
dobbiamo tenere presente il contrasto con la fase
precedente, francamente positiva in tutti i settori più
rappresentativi: fede, amore, speranza, preghiera,
rinuncia.
L'anima si era fatta un'idea chiara di com'è
e come agisce Dio, di ciò che essa stessa è e può fare con
l'aiuto della grazia e con i suoi sforzi. Aveva elaborato un
programma di miglioramento e di azione per il futuro, in
omogenea e logica continuità con quanto già compiuto. Nella
vita spirituale e nell'azione apostolica prevedeva un
crescendo ininterrotto, anche se sapeva, in teoria, che
esistono sofferenze nella vita, e che Dio purifica i suoi
amici ponendo loro di fronte crocicchi forniti di buona
segnalazione...
Ma quello che adesso gli sta succedendo, non
ha più alcuna somiglianza con principi dottrinali o
esperienze altrui. Gli si sono oscurate tutte le luci della
mente e del cuore. Persone, dottrine e cose diventano
insulse: non sanno di nulla, non dicono nulla. Si riducono a
pura maschera. Gli stessi ideali, i motivi, gli impegni
perdono ogni senso e valore. La vita stessa gli sfugge di
mano: non ce l'ha per sé, nemmeno può darla; la perde,
semplicemente.
La sofferenza maggiore non viene dalla nuda
esperienza, ma dall'interpretazione, consapevole o
inconsapevole, che l'accompagna: «Credono di avere in sé
ragione di essere giustamente aborrite e scacciate da Dio
per sempre» (2N 7,7). Sta qui la radice del male.
Se potessero assicurare a se stesse che tali
sofferenze sono opera delle loro mani e che non rompono la
comunione, tutto si risolverebbe in gioia (2N 13,5).
L'influsso di questo fattore nello sconcerto
della notte è decisivo, e si spiega. In virtù
dell'educazione teologale, Dio è diventato il centro unico e
totale della persona: a livello di fede, di senso, di
conoscenza; a livello di amore, apertura, pienezza; a
livello di speranza, tensione, progetti.
Al venir meno di quest'asse portante,
precipitano le strutture dell'essere, e non è solo il
movimento a paralizzarsi. Ha l'impressione che Dio sia
diventato lontano e indifferente, ostile, perfino «crudele».
Si è anche sgretolata l'immagine che l'uomo
aveva di se stesso, delle sue capacità e prestazioni.
L'aveva fabbricata laboriosamente sulla base di fatti e
valutazioni proprie e altrui. Era un vestito da festa, e
ora gli è stato tolto. Ora il pover'uomo è rimasto nudo,
solo con la sua miseria.
Nonostante ogni evidenza in contrario, sente
in sé un grande desiderio di servire meglio Dio, sia
pure solo materialmente. Servizio gratuito, fedeltà
disinteressata, senza aspettarsi ricompense...
Reazione strana, se guardiamo all'esperienza
di superficie. Frutto normale, se badiamo alla
comunicazione mistica che sta ricevendo.
In tutte queste descrizioni possono variare
dati e quantità, quando si confronta l'esperienza personale
di ciascuno. Il santo accumula dati seguendo la norma che ho
già commentato: «Ora parlerò di tutto ciò che può essere
comunicato e che comprende in sé tutto il resto» (C 14,2).
Su questa base di dati dell'esperienza,
lavora il teologo Giovanni della Croce, cercando di
stabilire ordine e gerarchia.
La cosa più urgente è presentare in sintesi
le varie componenti perché il lettore possa farsi un'idea
della notte oscura nella sua integrità. Si tratta di
un'esperienza di unione. Abbiamo quindi in atto gli elementi
della vita teologale:
Incontro di Dio con l'uomo in Cristo
a). Dio si comunica com'egli è: intimo,
buono, trascendente;
b). Gesù Cristo nel mistero della sua morte
e risurrezione;
c). l'uomo nella sua contingenza e
trascendenza, e nel peccato.
Per mezzo delle virtù teologali
a). fede vissuta come fedeltà cieca e
conoscenza oscura;
b). carità arida e perseverante di servizio
gratuito;
c). speranza impegnata, nella pazienza e nel
silenzio.
È uno stile tutto nuovo di realizzare la
vita teologale. Duro è il trattamento che Dio riserva ai
suoi amici: «Il Signore denuda le loro potenze, le affezioni
e i sensi... lasciando l'intelletto nell'oscurità, la
volontà nell'aridità, la memoria nel vuoto, le affezioni
dell'anima in grande afflizione» (2N 3,3).
3. La mano di Dio
«Causa di grande meraviglia e pietà è il
constatare come la debolezza e l'impurità dell'anima sia
tanta che, pur essendo la mano del Signore di per se stessa
così blanda e soave, ella invece (l'anima) la sente ora
grave e contraria, nonostante che Dio non la gravi o calchi
su di lei, ma la tocchi soltanto, e con tocco di
misericordia, a fine di farle grazia, non di castigarla» (2N
5,7).
Con motivi e interpretazioni differenti,
protagonista e autore coincidono nello spiegare il fenomeno,
in riferimento a Dio. Uno lo chiama grazia, l'altro
abbandono, ma entrambi aggiungono: di Dio.
L'alterazione della coscienza ha il suo
epicentro nel campo religioso e teologale. È il punto di
maggiore sensibilità vitale per una persona che ha
incentrato il suo essere in Dio. Malattia, povertà,
contrarietà, ingiurie, insuccessi, solitudine non
scombussolano il suo equilibrio spirituale, se per altra
parte essa riesce a mantenere chiara e sicura la coscienza
della sua relazione con Dio.
Quando questa invece sia cancellata o
alterata, non ci sono successi, ricchezze o godimenti al
mondo, che possano restituirle l'armonia interiore. Non ci
sono né libri né maestri capaci di ripararla. È marca di
fabbrica, e solamente il Signore riesce a rifare il pezzo
con mano creatrice, come prega l'anima innamorata.
Nell'affermare che la notte mistica è opera
di Dio, si accorge dell'inconveniente che ne deriva: da Dio
proverrebbero anche i tormenti e la depressione che essa
causa. Conseguenza evidentemente inammissibile. Origine
della sofferenza non è la grazia contemplativa; «causa
della pena sono soltanto la debolezza e l'imperfezione
dell'anima, disposizioni contrarie a ricevere i buoni
effetti» (2N 9,11): come gli occhi malati davanti alla luce
sfolgorante del sole; come la legna verde quand'è accostata
al fuoco.
D'altra parte, Dio non toglie il dolore: non
è cosa superflua e inutile ma una medicina, dal momento che
penetra e cura le profondità dell'uomo, là dove
difficilmente arrivano la coscienza e la volontà.
Su iniziativa divina ha luogo ora il primo
serio avvicinamento tra l'uomo e Dio a livello di coscienza.
Si produce una scossa ontologica, spirituale, psicologica
che non ha uguale in nessuna esperienza precedente da parte
del credente. Cos'è che fa Dio per provocare tanta
confusione nella coscienza spirituale?
In realtà, niente di strano.
Si presenta com'egli è, Dio vivo e vero, che
dispone dell'uomo nella sua potenza e libertà sovrana. È un
faccia a faccia tra purezza di Dio e impurità dell'uomo, tra
forza e debolezza, tra il divino e l'umano, tra grandezza e
miseria (2N 5-6).
Non è dialettica di concetti, ma contrasto
di realtà.
Caratteristiche e funzioni dell'intervento
divino sono condensate in due parole frequenti e molto
significative nel vocabolario del nostro autore:
contemplazione infusa o teologia mistica.
Sappiamo già qualcosa dal capitolo
precedente. In un testo di grande densità ne descrive natura
ed effetti:
Questa notte oscura è un influsso di Dio
nell'anima che la purifica dalle sue ignoranze e
imperfezioni abituali, naturali e spirituali; i
contemplativi la chiamavano contemplazione infusa o
teologia mistica, mediante la quale Dio ammaestra e
istruisce l'anima in perfezione di amore, senza che ella
faccia niente e capisca come ciò avvenga. Questa
contemplazione infusa, in quanto è sapienza amorosa di Dio,
produce nell'anima due effetti principali: la purifica e la
illumina, disponendola all'unione di amore con Dio. Perciò
la sapienza amorosa che purifica, illuminandoli, gli spiriti
beati, è quella medesima che in questo stato purifica e
illumina l'anima (2N 5,1).
Sono le stesse componenti e gli stessi
effetti della vita teologale: reciproca conoscenza, amore,
azione. L'equilibrio però è cambiato. È Dio ad assumere
l'iniziativa, contrastando e soverchiando la coscienza del
soggetto, che finora era quello che stabiliva passi e
scambi da effettuare nelle relazioni.
Tutto ciò produce un effetto logorante e
paralizzante: la sensazione di non essere più padroni della
propria vita interiore, né del suo svilupparsi
nell'esistenza.
Per dare il giusto significato a questi
fatti di abbandono, come presenza ed esperienza di Dio,
andrebbero chiarite alcune nozioni fondamentali. I maestri
di spirito antichi e moderni, sono soliti chiamare
«esperienza di Dio» solamente le forme di comunicazione
gioiosa, che lasciano una sensazione di benessere e di
sapore gustoso.
Non ci sono però ragioni per imporle questa
limitazione arbitraria. Ci sono esperienze profonde di un
Dio oscuro e irritante, che lasciano l'amaro in bocca, nel
cuore e anche nello spirito. Anche del prossimo facciamo
esperienza nell'amicizia e nelle tensioni.
Gesù Cristo ha vissuto la presenza e
l'esperienza del Padre in espressioni di fiducia e di gioia;
ma lo ha fatto anche schiacciato da sentimenti di morte e di
abbandono (2S 7,11).
Con lui e come lui, il credente vive il
proprio mistero: «Quando le si presenterà qualche
sofferenza e disgusto, si rammenti di Cristo crocifisso e
taccia. Viva in fede e in speranza, anche se è fra le
tenebre, che in esse Dio protegge l'anima» (L 19).
Diciamo che Dio interviene direttamente, che
toglie la faccenda di mano all'uomo, per sbrigarla egli di
persona ...
L'impressione che prova l'anima, è che qui
nessuno fa niente: né Dio, perché non se ne interessa; né
essa stessa, perché non lo può più. Stiamo entrando in pieno
in un nuovo modo di essere, di comunicarsi, di collaborare.
C'è un termine per definire questa posizione: la
passività, la notte passiva. È un'espressione
ambigua, difficile da capire; più difficile ancora da
praticare come posizione durevole. Non c'è spazio per una
spiegazione ragionata. Mi limiterò a presentare uno schema
con alcuni chiarimenti.
L'indeterminatezza della passività ha dato
origine a problemi teologici e a confusioni pratiche che si
sarebbero in parte potute evitare distinguendo vari
livelli:
esistenziale:
è formato dai fatti della storia e dagli
stati d'animo che ci vengono imposti; non li possiamo
eludere o modificare direttamente; la maturità e il realismo
della persona la obbligano ad accettarli e integrarli
creativamente;
teologale:
viene concessa all'uomo una grazia
proporzionata per vivere e agire in tali circostanze; la
vita teologale è tutta quanta fondamentalmente passiva,
dall'inizio alla fine; ed è su questo tono che si vive
ognuna delle sue manifestazioni;
mistico:
interviene una grazia speciale che altera la
coscienza, arriva fuori programma, e si fa accompagnare da
stati d'animo e circostanze anormali; l'azione di Dio
modifica in maniera percettibile l'attività interiore del
soggetto.
Nella sofferenza umana si verificano tutte
queste passività insieme o separatamente. Alcuni sopportano
semplicemente le avversità. Nelle Cautele si parla di una
purificazione al passivo, ma a livello teologale. È nel
libro della Notte che spicca maggiormente la passività
propriamente mistica della purificazione. Questa comporta
anche fattori storici e psicologici, che fanno parte della
passività esistenziale, come melanconia, depressione, ecc.
(IN 9,3).
La passività mistica non è un tipo di
anestesia, ma presenta una mescolanza molto particolare.
Impegna a fondo tutta l'esistenza dell'uomo, richiedendo
grande forza e inventiva. Tre sono le componenti principali
della notte passiva:
1). stati d'animo interiori e situazioni
esterne difficili, che interpellano in maniera radicale la
risposta teologale del soggetto;
2). Dio infonde luce oscura di fede e forza
d'amore disadorno per poter comprendere e agire fedelmente
in tali circostanze;
3). il soggetto risponde liberamente con
fedeltà dolorosa.
Finché non interviene il terzo elemento, non
esiste la notte oscura. Le disgrazie che sopraggiungono, la
sofferenza interiore, la forza che Dio offre, tutto rimane
in sospeso e non si chiama notte oscura, in senso teologale,
finché il soggetto credente non arrivi ad accoglierlo e
farlo proprio in qualche modo.
Come agire passivamente in tali
circostanze?
Il santo lo spiega abbondantemente in tutte
le sue pagine. Ridurrò qui il suo insegnamento a tre brevi e
semplici norme, che egli stesso condensa in frasi lapidarie,
la prima norma è cercare di
restarsene quieti e di non fare stravaganze per uscirne,
«poiché, finché il Signore non l'ha purificata come a lui
piace, non v'è nessun rimedio per il suo dolore» (2N 7,3).
La seconda consiste nel saper vivere
questa situazione «soffrendo con pazienza e fedeltà» (F
2,28), «comportandosi con grande costanza e pazienza» (FA
2,26).
In terzo luogo, il consiglio più
prezioso: «confidino in Dio che non abbandona quanti lo
cercano con cuore semplice e retto: egli non lascerà di dare
loro il necessario per il cammino, fino a condurli alla
chiara e pura luce d'amore» (IN 10,3).
4. «Viva morte»
«Le conviene rimanere in questo sepolcro
di oscura morte in vista della risurrezione spirituale che
l'attende» (2N 6,1). Dev'essere una «viva morte di croce»
(2S 7,11), una «viva mortificazione» (2N 24,4).
L'intrecciarsi di morte e vita non è un
gioco letterario o un semplice caricare le tinte, ma il
compiersi del mistero di Cristo.
Dopo aver visto ciò che l'anima prova in
questa partecipazione attiva di Dio a ciò che la riguarda,
osserveremo più da vicino l'opera che si sta compiendo
nell'uomo.
L'autore spinge agli estremi i dati: vizi,
sofferenze, frutti di rinnovamento; avendo davanti a sé
l'ideale e il modello delle realizzazioni più complete. Con
le dovute riduzioni e varianti, lo schema serve ugualmente
per altre notti meno spettacolari. Ecco il progetto:
Volendo quindi spogliarli effettivamente di
questo uomo vecchio e rivestirli del nuovo, che è creato
secondo Dio nella novità dello spirito, come dice
l'Apostolo (Ef 4,23-24), il Signore li spoglia di potenze,
affezioni e i sensi, sia spirituali che sensibili, sia
esterni che interni, lasciando l'intelletto nell'oscurità,
la volontà nell'aridità, la memoria nel vuoto, le affezioni
dell'anima in grande afflizione, amarezza e angustia,
privandole del senso e del gusto che precedentemente
trovavano nei beni spirituali, privazione la quale è uno
dei principi che si richiedono perché nello spirito si
introduca la forma spirituale di esso, che è l'unione di
amore (2N 3,3).
La realizzazione si compie gradualmente,
benché i vari fattori lavorino insieme, intrecciati tra
loro. Per maggiore chiarezza mentale li separeremo l'uno
dall'altro:
- vengono a galla i mali radicati nel
soggetto;
- gli strappano violentemente i suoi
modi di essere e di operare;
- rimane nel vuoto, senza più la
realtà vecchia e senza quella nuova;
- emergono lentamente nuove forme di
vita dello spirito.
a). La conoscenza viva e documentata della
propria miseria, è uno dei tratti tipici della notte, e
fonte delle sofferenze e miserie che essa porta con sé.
Non solamente l'anima le vede, ma le vengono
messe apposta davanti agli occhi perché le veda e le senta:
«Ciò le è causato dal tenere la mente profondamente immersa
nella conoscenza e nel sentimento dei suoi mali e delle sue
miserie, poiché ora questa divina e oscura luce gliele mette
tutte davanti agli occhi e le fa chiaramente conoscere come
di suo ella non potrà avere altra cosa» (2N 5,5).
Il santo non parla di «peccati», rari o
frequenti che siano.
Tali fatti sono come il gambo della radice
perversa, ciò che appare all'esterno. I peggiori mali e
vizi dell'uomo, compreso l'uomo spirituale, sono quelli che
la coscienza non percepisce né giudica più come tali. È a
questi che la notte oscura da ora la caccia.
b). Estirpare il male alla radice, è
un'operazione violenta e dolorosa.
Non sa come dirlo in linguaggio umano. Per
avvicinarci in qualche modo all'esperienza di questi grandi
strappi, ricorre a ogni sorta di espressioni figurate. Ha
introdotto una lunga e svariata serie di termini
disintegratori (come rivelano i prefissi: es-, de-,
dis-, s-), ripetuti con insistenza: estenuare, espellere,
denudare, disfare, distruggere, disseccare, svezzare...
Senza necessità di entrare nelle sfumature
del significato proprio di ciascuno di essi, si ricava dal
loro complesso un'idea fedele di ciò che si vuol dire. È una
purificazione dell'essere che sembra strappare brandelli
d'anima, nello sradicare i vizi dell'uomo vecchio, «con il
quale ella è molto unita e conformata» (2N 6,1).
Si tratta di «ogni affezione e abitudine
imperfetta contratta durante tutta la vita. Inoltre, essendo
queste molto radicate nella sua sostanza, l'anima... soffre
una grave inquietudine e tormento interiore» (2N 6,5). È una
purificazione che priva l'anima di gusto, efficacia e senso
in tutte le sue operazioni.
c). Terzo momento è il vuoto, la paralisi.
Perché il cambiamento d'essere e di potenze sia effettivo,
non basta cambiare oggetto. Il male sta nella potenza.
Questa si disintossica con lunghi periodi di inazione. La
notte lascia le potenze mortificate, compresse, inermi,
legate, ottenebrate, aride, vuote e inutili; «soprattutto
gravita sull'anima una densa e pesante nube, che la tiene
angustiata e lontana da Dio» (2N 16,1).
d). Sta ormai penetrando nell'anima la nuova
forma di luce mistica, di amore sostanziale, di attività.
«Tuttavia in mezzo a queste dense pene d'amore, l'anima nel
suo intimo sente una certa compagnia e forza, da cui è tanto
assistita e rinvigorita che, se le viene a mancare il peso
di queste fitte tenebre, ella si sente sola, vuota e
debole» (2N 11,7).
Parlare di morte e risurrezione in
questo caso è ben più di un'immagine retorica. Sta
sperimentando prima del tempo, in piena vita e nella
pienezza delle proprie facoltà, la sua morte fisica,
psichica e spirituale. Non lascia quasi nulla per il finale:
solo lo squarciare l'ultima «tela» o velo, che impedisce
l'incontro glorioso.
Meglio lasciarlo dire al santo, che ha
esperienza, idee chiare e parole appropriate:
Con tali pene Dio umilia grandemente
l'anima per innalzarla poi molto; se egli non disponesse che
tali sentimenti, una volta provati, si assopissero presto,
ella morirebbe entro pochi giorni; ma i momenti in cui
l'anima sente la sua intima viltà sono ad intervalli.
Questo sentimento è talvolta così vivo da sembrare a lei di
vedere spalancato davanti a sé l'inferno e la sua
perdizione. Queste anime appartengono al numero di coloro
che discendono da vivi all'inferno (Sai 54,16), poiché ora
fanno quel purgatorio che dovrebbero fare nell'altra vita. E
così l'anima che passa per questo stato, o non vi entra o vi
si ferma per poco tempo, poiché un'ora di qua giova più di
molte di là (2N 6,6).
Per avere una visione d'insieme del processo
di rigenerazione che si produce nella notte, delle sue
cause, dei fattori che vi intervengono, dei frutti che ne
derivano, ecc, è indispensabile rileggere con calma il
capitolo-sintesi 2N 10, dove viene illustrata la dottrina
con l'immagine del fuoco e del legno.
5. Passaggio obbligato
Quando si osservano le circostanze rare o
casuali che sovente scatenano questi processi sconcertanti,
è facile pensare che si tratti di una semplice disgrazia
personale, o di una cosa dovuta all'altrui cattiveria; o,
nel migliore dei casi, di un qualche privilegio fuori del
comune che Dio concede ai suoi migliori amici.
San Giovanni della Croce non la considera
una rarità, ma una fase normale e obbligata del cammino
spirituale. Lo fa notare dal suo primo entrare in scena: «È
necessario sapere che, per giungere allo stato di
perfezione, l'anima generalmente deve prima passare
attraverso due aspetti principali di tenebre... o notte...»
(1S 1,1). Si tratta di un passaggio speciale, non della
condizione abituale del credente, che vive «nella chiesa
militante, dove ancora è notte» (2S 3,5).
L'uso del termine passare ha il
vantaggio di esprimere con chiarezza il carattere dinamico
della notte oscura, come un modo di vivere attivo, animato.
Non è paralisi, abbandono, abbattimento, inerzia. L'anima
passa attraverso la notte, la notte passa attraverso
l'anima. Accentua pure la forza di trasformazione; passa da
un modo di essere all'altro, dall'uomo vecchio all'uomo
nuovo.
Ma l'espressione ha un inconveniente. Alcuni
la intendono come cosa provvisoria, senza particolare
importanza, da vivere di passaggio e tra parentesi.
Questa non è la notte. Il carattere di
transito, via stretta, porta angusta, accentua la sua
importanza. L'esperienza oscura di Dio è da vivere
pienamente in se stessa, come forma preziosa e
insostituibile di vita teologale. Il soggetto deve
concentrare le sue migliori energie nel viverla, non nel
sognare quello che farà quando torni la «normalità».
Nessun riservarsi per dopo. Perderebbe i
migliori anni della propria vita, perché le prove forti
durano anni di calendario: «se essa deve essere veramente
profonda, per forte che sia, dura alcuni anni» (2N 7,4).
Giudica insostituibile questo passaggio, se
la persona deve arrivare a una vita di unione veramente
qualificata. «Questi travagli sono necessari per giungere a
tale stato perché, come un eccellente liquore si pone solo
in un vaso robusto, preparato e pulito, così questa
altissima unione può verificarsi soltanto nell'anima
fortificata da travagli e tentazioni, e purificata da
tribolazioni, tenebre e angustie» (F 2,25).
Quest'opera viene effettuata in maniera
intensiva durante un lungo periodo di tempo, classificato
tra le fasi del processo spirituale con caratteristiche e
funzioni peculiari. La notte in questo senso ha una sua
collocazione precisa, sia pure in linee generali, tra
l'educazione teologale e la fase di unione.
San Giovanni della Croce ha operato una
frattura nello schema tradizionale dei tre stati o tre vie,
per inserirvi a pieno titolo la fase della notte oscura. Un
apporto originale che solo con molto ritardo, la teologia
spirituale ha saputo assimilare.
Nella sua attuazione, la purificazione
notturna presenta una infinita varietà di modi: più o meno
intensa, duratura o interrotta. In quelli che hanno più
forza previene i tempi e agisce con maggiore intensità; in
altri si diluisce in piccole dosi lungo l'intera vita. I più
fiacchi «giungono tardi alla purezza di perfezione in
questa vita, e alcuni di essi non arrivano mai. Costoro non
stanno né dentro né fuori di questa notte» (IN 14,5).
Se invece parliamo del mistero della croce,
delle prove riguardanti la fede e l'amore, allora non
esistono né date né fasi particolari. Queste realtà
cristiane fondamentali sono distribuite in lungo e in largo
per tutta la vita. Lo sa per esperienza fra Giovanni, nato
nella miseria e nella privazione, morto nella calunnia,
senza attenersi a periodi o fasi della spiritualità
dottrinale. La stessa cosa succede nella vita di Gesù, che
nasce povero e muore abbandonato.
Questi fatti non costituiscono un'eccezione
allo schema che li classifica. Sono leggi di quel
conformarsi a Cristo, morto e risorto, che va crescendo e
intensificandosi con lo sviluppo dell'unione. In vetta
all'unione, aspirando ormai alla gloria, egli canta:
«Dove è più folto, dentro penetriamo», in
travagli e tribolazioni, per arrivare a conoscere
maggiormente Dio. «Infatti il dolore più puro porta con sé
una conoscenza più intima e più pura e quindi una gioia più
sublime e più pura, trattandosi di un sapere più intimo» (C
36,12).
17. Orientamenti
sicuri nell'oscurità
«Anche se l'anima non
va avanti appoggiandosi a qualche particolare lume
interiore dell'intelletto e a qualche guida esterna per
riceverne soddisfazione in questo cammino, poiché queste
tenebre oscure l'hanno privata di tutto, tuttavia il solo
amore che arde in lei in questo tempo le sollecita il cuore
per l'Amato, che la guida e la spinge, facendole spiccare il
volo verso Dio per la via della solitudine, senza che essa
ne comprenda il modo» (2N 25,4).
Così termina il libro
della Notte oscura. Come ultima immagine dell'uomo
tribolato, ce lo presenta solo nell'oscurità, mentre cerca
di aprirsi la strada a tentoni, spinto da un amore quasi
istintivo che lo orienta verso il suo Dio. Questa
conclusione dell'opera è indovinata dal punto di vista
mistico e letterario, senza che l'autore se ne renda conto.
Dopo tante analisi e ricomposizioni, torna alla vita reale
in movimento: va in cerca dell'Amato con fede, speranza,
amore.
Anche noi in questo
capitolo cambieremo decisamente rotta, passando dalle
analisi e dagli schemi, alle svariate e fluide forme
dell'esperienza personale.
Non è che gli schemi
disturbino. Al contrario anzi, è grazie ad essi che
possiamo ora addentrarci nel mare ma-gnum della
sofferenza umana e spirituale.
Dobbiamo però cedere il
passo alla vita. La presentazione che abbiamo fatta della
notte oscura, è stata qualcosa di scarno e di teorico,
mentre la realtà è pienamente immersa nell'esistenza e nella
storia.
Come fa in tutti i suoi
grandi temi, l'autore vi lavora con elementi di prima mano.
Le sue parole riflettono al vivo la propria esistenza e
quella di molte altre persone con nome e cognome, volti
velati che non arriveremo mai a identificare. Ma non è il
rispetto all'intimità delle persone a mantenere alla sua
descrizione un tono di maggiore
universalità.
Opera così perché è convinto che la
formulazione ampia raccolga meglio in sé le molteplici
suggestioni dell'intuizione mistica, toccando un maggior
numero di persone che forse non si sentirebbero
identificate con situazioni altrui descritte in dettaglio.
«È preferibile spiegare i detti d'amore nella loro ampiezza,
affinchè ciascuno ne approfitti a modo suo e a misura del
suo spirito, piuttosto che restringerlo a un senso a cui non
si accomoda ogni palato» (C prol. 2).
Riesce infatti nel suo intento. Una infinità
di lettori di tutti i tempi hanno trovato, nelle pagine un
po' generiche ed essenzialiste del dottore mistico, il
riflesso esatto della propria realtà esistenziale. Lo stesso
sta succedendo con particolare intensità ai nostri
contemporanei.
1. Varietà esistenziale
L'invocazione che parte dalla vita arriva a
fra Giovanni, che si dedica a scrivere «per la necessità che
ne hanno molte anime» (S prol. 3). Non sanno cosa stia loro
succedendo. Quando chiedono luce ai maestri, questi non
fanno altro che aggravare la confusione. Parlano loro di
peccati, temperamento, cattivi umori. Se n'intendono di
tutto, meno che della realtà teologale che è veramente al
centro di tutto.
Prima di continuare il ragionamento,
conviene chiarire un po' la terminologia.
L'uso costante ed esclusivo dell'espressione
«notte oscura», può finire per ridurla a puro simbolo
letterario o a nome convenzionale, ripetuto abusivamente,
senza più suscitare alcuna eco della vita reale. Il dottore
mistico si mostra sobrio in questo senso. Se ne serve
profusamente in Notte, con minore frequenza in Salita. Il
termine è però assente da Fiamma, benché l'opera sviluppi
ampiamente il tema della notte.
Si trova rarissimamente in Cantico, e quelle
poche volte non si riferiscono alle esperienze della notte
passiva. L'espressione «notte oscura» è pure assente dalle
lettere, dove spesso si parla delle sofferenze e prove della
vita.
L'ampliamento del vocabolario, ricorrendo a
svariate espressioni del linguaggio spirituale e umano
corrente, permette ai lettori di associare più facilmente
tale esperienza a fatti della vita stessa. Parla di croci,
ardori, povertà, travagli nelle lettere.
In Fiamma allarga il vocabolario: «I
travagli subiti dalle anime che devono giungere a tale
stato sono di tre generi, e cioè: travagli e sconforti,
timori e tentazioni di vario genere da parte del secolo;
tentazioni, aridità e afflizioni da parte del senso;
tribolazioni, tenebre, angustie, abbandoni, tentazioni e
altre afflizioni da parte dello spirito...» (F 2,25).
La varietà dell'esistenza purificativa è
originata da molti fattori. Essendo radicata nell'esistenza,
assume elementi vari di natura e di grazia: vocazione,
psicologia, vizi, compiti, circostanze storiche, ecc. Ognuna
di queste componenti o circostanze storiche modifica alla
sua maniera l'esperienza interiore.
Nei processi psicologici troviamo
immediatamente incarnata l'azione trasformatrice della
grazia. Tristezza, desolazione, stanchezza, scoraggiamento,
sono stati d'animo che si verificano con relativa frequenza
nella vita umana. Dio può mescolarvi la grazia senza
eliminarli, dando luogo a un'esperienza teologale o
mistica, che può essere intrisa di cattivo umore o di
melanconia (IN 9,3).
La componente psichica influisce molto sul
grado, il ritmo, lo stile di purificazione (IN 14,5).
Altrettanto dicasi della situazione storica.
All'origine della tenebra o della nausea interiore, si
trova ordinariamente un fatto doloroso, un conflitto di
relazione, una disgrazia.
Tali fatti ammettono molte interpretazioni:
cattiva sorte, cattiveria umana, fatalità, errori personali.
Può anche essere vero, ma tutto ciò non toglie che stia
operando, nascosta ed efficace, la mano di Dio, che sa fare
meraviglie anche con materiali inficiati da errore o da
peccato. Sono forse le prove più difficili da identificare,
quelle che nascono dal vivere d'ogni giorno, mettendoci la
propria mano tanti altri.
Queste sofferenze si inseriscono soprattutto
in un contesto vocazionale. Hanno valore ed efficacia quando
si abbattono su persone che hanno una vita tutta presa da
servizi e impegni. La croce viene loro precisamente dal
dover affrontare ripugnanze interne e resistenze esterne,
se vogliono continuare a soddisfare generosamente le
esigenze di tale vocazione.
Abbandonati da Dio, dagli uomini e dalle
proprie risorse, continuano a vivere e ad agire fedeli alla
loro vocazione.
Dentro la varietà causata dall'influsso di
innumerevoli fattori, si conservano punti fondamentali di
convergenza. Cominci in un modo o nell'altro, l'oscurità si
estende a poco a poco alla totalità del campo spirituale,
caratterizzando in maniera permanente l'esperienza
spirituale. Può iniziare da qualsiasi parte: aridità e
perdita di significato della preghiera; tensioni nella
carità fraterna e nella convivenza; problemi di lavoro, di
servizio o di apostolato; cambiamenti bruschi e mancanza di
adattamento; malattie e frustrazioni...
Alcuni hanno pensato che il dottore mistico
si riferisse unicamente a una notte oscura nel campo
della preghiera. Sono stati tratti in errore dall'uso
frequente che egli fa del termine «contemplazione».
Come ho già ripetuto varie volte, più che un
grado elevato nell'esercizio della preghiera, contemplazione
significa una modalità della vita teologale in tutte le
manifestazioni dell'esistenza.
È una qualità nuova, più completa, passiva e
divina, della comunione con Dio, che investe la preghiera,
l'incontro nelle mediazioni, la conoscenza di sé.
La notte sangiovannea può quindi essere
molto contemplativa senza limitarsi all'ambito della
preghiera. Esperienza contemplativa non è lo stesso che vita
o attività contemplativa.
C'è un altro motivo per cui Giovanni
incentra l'esperienza di una oscurità dolorosa nella
contemplazione. È su questo punto che si fa sentire più
vivamente la desolazione, come abbiamo detto nel capitolo
precedente. Ciò che rende più dura ed efficace la notte
oscura, è il sentimento di lontananza e abbandono da parte
di Dio, anche quando intervengono altri fattori umani, come
solitudine, calunnia, malattie, ecc.
Capita infatti, che i vari modelli che
conosciamo di questa esperienza, nelle loro differenti
realizzazioni, convergano tutti nel punto focale di un Dio
assente, irritato, inesistente...
Qui vengono ugualmente a parare le notti che
prendono spunto dalla vita attiva.
La realizzazione concreta di questa fase,
ammette modalità innumerevoli, in relazione a fattori che
dipendono alcuni da Dio, altri dal soggetto. Parlando del
riassestamento del livello sensitivo, stabilisce un
principio che serve da norma generale:
Non si può dire con certezza quanti siano i
giorni in cui ella debba rimanere in questo digiuno o
penitenza del senso, poiché non accade a tutti allo stesso
modo e non tutti soggiacciono alle stesse tentazioni, in
quanto che, misura di ciò, è la volontà divina in conformità
alle più o meno numerose imperfezioni che ciascuno deve
purificare. Inoltre le umilierà più o meno intensamente, e
più o meno a lungo, a seconda del grado di amore di unione a
cui il Signore vuole elevarle.
Quelli che hanno più capacità e forza per
soffrire, vengono purificati dal Signore con maggiore
intensità e prontezza; coloro invece che sono molto fiacchi
vengono condotti per questa notte a lungo con grande
condiscendenza e con tentazioni deboli, poiché il Signore
concede loro ordinariamente qualche sollievo al senso,
affinchè non tornino indietro; così essi giungono tardi alla
purezza di perfezione in questa vita, e alcuni di essi non
arrivano mai (IN 14,5).
Ecco ben definiti i tre criteri del ritmo
spirituale nella fase purificativa. Il primo e fondamentale
per tutto il cammino è il dono gratuito di Dio, la misura
di grazia e di unione a cui egli chiama. Il secondo
criterio viene desunto dalla situazione e dal livello in cui
si trova la persona; a parità di grazia o di meta
prestabilita, richiede maggior lavoro chi si trova in
peggiori condizioni morali e spirituali. Per ultimo, la
libertà e la psicologia della persona, che impone anche i
suoi contraccolpi alla chiamata e al ritmo dell'opera di
Dio.
Si danno realizzazioni piene della notte
oscura, come quelle che conosciamo dalla storia della
spiritualità, di carattere esemplare. Vi sono poi altre
forme meno vistose, che si effettuano nel corso della vita
quotidiana. Delle prime parla in Notte e in Fiamma; di
queste ultime nelle Cautele, nei Consigli per raggiungere la
perfezione, nelle Lettere.
Al momento di organizzare lo sviluppo del
tema per fasi successive, ha optato per il criterio
antropologico più che per quello esistenziale. Invece di
fare uno schema diversificato in base alle situazioni e
forme concrete in cui la purificazione passiva ha luogo
(fede, affettività, preghiera, apostolato, convivenza
fraterna, desolazione interiore, ecc), si attiene alla
divisione familiare di senso-spirito. Lo fa indubbiamente in
primo luogo per coerenza, dato che è il medesimo schema a
cui ricorre in tutte le sue opere. Ha inoltre il vantaggio
di far risaltare meglio il processo, la gradualità. È una
distinzione molto fluida, che ammette gradi, intervalli e
suddivisioni all'interno di ogni membro.
2. Aridità del senso
Alla pari di altri processi spirituali, è
dalla sensibilità che comincia la purificazione passiva.
Quest'ordine risponde alla psicologia dell'uomo e alla
pedagogia di Dio.
La coscienza riceve i primi impatti nelle
sue zone concentriche più esterne. E tra i vari settori
della sensibilità predomina quello affettivo, capace di
mettersi in prima linea, sia nel bene che nel male.
Il significato di senso è più profondo di
quello che aveva nella purificazione attiva. Suppone un
elevarsi della qualità morale della persona.
Si ha una certa ambivalenza quanto alla
situazione spirituale di queste persone. Da una parte, hanno
vizi radicati che richiedono un intervento immediato, per
andare avanti nel cammino spirituale. Dall'altra, questo
tipo di prove presuppone capacità di sopportazione, per non
tornare indietro:
Giacché il modo di procedere dei
principianti nella via di Dio è generalmente imperfetto e
ha grande affinità con il loro gusto e amor proprio,
allorché Dio vuole condurli avanti e toglierli da questo
grado imperfetto di amore... essendosi esercitati per un po'
nel cammino della virtù, perseverando nella meditazione e
nell'orazione, mediante la quale, a causa del sapore e del
gusto che vi hanno trovato, si sono disamorati delle cose
del mondo, e hanno acquistato delle forze spirituali in Dio,
con cui tengono a freno gli appetiti delle creature, essi
per amore di Dio potranno soffrire un po' di afflizione e
aridità senza tornare indietro al tempo migliore; quando
tali anime si dedicano a queste pratiche spirituali con loro
maggior gusto, e allorché più chiaro agli occhi loro
risplende il sole dei favori divini, il Signore ottenebra
questa luce e chiude la porta e la sorgente della dolce
acqua spirituale... (IN 8,3).
Il principiante ha già compiuto dei
progressi e dimostra una forza capace di affrontare
esperienze spiacevoli senza abbandonare programmi e sforzo.
È normale perciò che il santo accentui maggiormente il lato
negativo, dal momento che è sua intenzione convincere il
lettore di aver bisogno di essere purificato a fondo. Questi
non deve però dimenticare il lato positivo, anche se solo
adombrato a grandi linee.
Il cristiano a cui Giovanni della Croce
destina questa nuova esperienza, è una persona spirituale e
coerente nella sua vita: ha esigenze, scrupolosità di
coscienza; ha fatto rinunce importanti per orientare la sua
vita verso il mondo spirituale; pratica le virtù con
impegno, utilizza i mezzi spirituali, è mosso dalla carità e
dallo zelo, fa penitenze e sacrifici...; è portato alle
cose divine, come al centro stesso della sua vita.
Ma «quantunque le persone spirituali le
pratichino con grande efficacia e costanza e ne trattino con
molta cura, tuttavia spiritualmente parlando, in via
ordinaria vi si comportano con molta fiacchezza e
imperfezione» (IN 1,3).
È un'imperfezione inerente alla debolezza di
abitudini e motivazioni. Negli sforzi della fase anteriore,
non avevano fatto altro che cambiare nelle loro affezioni
l'oggetto profano con un altro più religioso, senza però
modificare i moventi sensibili ed egoistici dell'affezione
medesima.
Per dimostrarlo il nostro autore organizza
un breve esame in base ai sette vizi capitali (IN 2-7).
Sono gli stessi appetiti di cui ha già parlato prima, con la
differenza che non hanno più per oggetto le ricchezze, la
bellezza, gli onori.
Si mascherano di pietà, desideri di santità,
osservanze, zelo, necessità spirituali. Ma dentro seguitano
a essere gli stessi vizi di prima, a volte anzi peggiori,
per la maggiore raffinatezza e il travestimento di virtù
con cui si presentano.
I tre più gravi, per le loro radici profonde
e il pericolo di contagio, sono la superbia (c. 2), la
lussuria (c. 4) e la gola (c. 6), manifestandosi tutte in
attività di ordine spirituale. A prescindere dallo schema
dei sette vizi che egli adotta, l'analisi è svolta con
acutezza e in fedele aderenza alla situazione reale.
I peccati degli «spirituali» hanno una lunga
storia nell'ascesi tradizionale, e quando non si riconoscono
come tali, risultano più difficili da estirpare.
È necessario che Dio intervenga con mezzi
più efficaci. Invece di sostituire oggetti buoni a quelli
cattivi, o di fare altri interventi in superficie, quello
che fa, è paralizzare la sensibilità nei confronti
sia delle cose buone che di quelle cattive. Può aiutare
l'esempio del bambino, paragonando l'intervento di rottura
con lo svezzamento: «Dio invero, vedendo che tali
anime sono alquanto cresciute, affinché diventino forti ed
escano dalla fanciullezza, le allontana dal dolce petto, e,
depostele dalle braccia, le avvezza a camminare con le
proprie gambe» (IN 8,3).
Perfino in cielo ci si rallegra perché Dio
tira via le fasce dall'anima, la depone dalle braccia e la
fa camminare sulle sue gambe; perché privandola del latte
delle mammelle le fa mangiare il pane con la crosta, e il
cibo di chi è già robusto (IN 12,1).
Due i distacchi nel cambiamento di
alimentazione e di appoggio: dal latte al cibo solido,
dalle braccia al camminare barcollando sulle proprie gambe.
Come sempre, in questi cambiamenti si sente
quello che si perde, ma non si apprezza ancora quello che
si acquista.
Tre i segni, suggeriti da fra Giovanni, in
base ai quali poter distinguere se si tratta di passività
purificata o di semplice melanconia, svogliatezza o
tiepidezza:
1). non trovare gusto nelle cose di Dio né
in alcun'al-tra occupazione;
2). sentir nascere una sollecitudine e
preoccupazione dolorosa per il servizio di Dio, pensando
che non lo si sta servendo;
3). non poter riflettere in maniera
sistematica nella meditazione.
Il primo e il terzo sono segni negativi,
accusano una carenza. Per questo la sollecitudine di
servire meglio è il segno più valido, come prova che una
nuova grazia sta entrando in azione. È amore arido, senza
compensazioni.
Le modalità di questa prima notte, quanto a
espressioni esistenziali, non sono oggetto di ulteriore
specificazione. Troviamo però tre esempi di possibili campi
di verifica: lussuria, bestemmia e scrupoli (IN 14,1-3).
L'esistenza di tali ribellioni è ampiamente
documentata nelle vite dei santi. Sono ribellioni della
sensibilità spirituale, o dello spirito sensibile. E
rispondono precisamente a tre settori in cui l'uomo
spirituale trova il massimo appoggio e da cui, come ho
indicato prima, scaturiscono i tre vizi più rilevanti. Sono
rimasti come scardinati e fuori posto, perché privati
dell'oggetto sensibile abituale.
La tentazione della bestemmia denuncia uno
sfasamento nella connessione teologale. La lussuria è
l'esplosione di tutta l'affettività sensibile immagazzinata
e rimasta senza soddisfazione nelle relazioni e
nell'attività. Infine gli scrupoli vengono a infrangere
quella superba sicurezza con cui l'uomo si era reso padrone
della propria vita e, in parte, giudice della vita altrui.
Quando si parla dei frutti che lascia questa
prima fase della purificazione passiva, lo fa con una certa
abbondanza, nell'intento di incoraggiare chi soffre senza
speranza (IN 12-13). Esagera un po'; infatti all'inizio del
libro seguente, ci imbatteremo di nuovo in questi vizi, ma a
un livello più profondo. A prescindere dal rimedio parziale
che viene apprestato per i vizi capitali, la cosa più
significativa di questo momento è senza dubbio la conoscenza
di sé e la conoscenza di Dio (e. 12).
Non è una conoscenza da esame di coscienza o
da meditazione devozionale. È un toccare con mano la verità
dell'essere, sia pure in maniera ancora molto parziale.
Questo è fondamentale per l'unione d'amore. Quando prendono
confidenza con Dio, i principianti perdono il senso della
trascendenza.
A un'anima provata, fra Giovanni scrive:
«Non è stata mai meglio di ora... prima non si reputava
tanto cattiva, né stimava Dio così buono» (L 18).
È un'esperienza frequente tra persone che
coltivano la vita spirituale: «Non passa molto tempo prima
che incomincino a entrarvi; anzi, la maggior parte vi entra
presto» (IN 8,4; F 3,32). «Intorno a questo tipo di
purificazione passiva, che è tanto comune, potrei riferire
un gran numero di testi della sacra Scrittura poiché,
specialmente nei salmi e nei profeti, se ne trovano
numerosi a ogni passo. Tuttavia non voglio perdere tempo in
ciò, poiché per colui il quale non saprà trovarle in quei
libri, sarà sufficiente la comune esperienza che se ne ha»
(IN 8,5).
Come situazioni in cui si manifesta più di
frequente, sono da annoverare l'aridità nella vita di
preghiera, che spiega lungamente nella Notte, e le
sofferenze nelle relazioni fraterne, come le descrive nelle
Cautele e nei quattro Consigli. Questo è solo l'inizio. La
continuazione dipende ormai dalla capacità di sopportazione
e dalla fedeltà del soggetto nelle prime prove. Se
quest'ultimo se ne esce pesto, Dio interrompe la prova.
3. Spirito nelle tenebre
Fra Giovanni accentua a tal punto la
distinzione tra senso e spirito che, quando passiamo alla
notte spirituale, sembra stia parlando di un uomo diverso.
Ma egli stesso si incarica di correggere questa impressione,
affermando una continuità essenziale. È urgente passare
alla purificazione dello spirito,
poiché nell'anima devono essere purificate
perfettamente queste due parti, quella spirituale e quella
sensitiva, dato che l'una non si purifica bene senza l'altra
e che la purificazione del senso è valida quando comincia di
proposito quella dello spirito.
Perciò la notte, che ho chiamata del senso,
più che purificazione, si può e si deve chiamare riforma e
imbrigliamento dell'appetito. Ciò accade perché le
imperfezioni e i disordini della parte sensitiva ripetono
la loro forza e radice nello spirito, dove trovano il loro
soggetto tutti gli abiti buoni e cattivi... (2N 3,1).
Ha messo rapidamente termine alla fase
precedente per arrivare a questa, che è la notte per
antonomasia. Ve lo spinge anche il motivo pedagogico: pur
essendo così importante, di questa «si parla di meno sia
nelle prediche che negli scritti e, meno ancora, se ne fa
esperienza» (IN 8,2). Ci sono strade differenti e differenti
misure. Molti spirituali non vanno oltre la notte del senso;
alcuni nemmeno la attraversano fino al termine. Non c'è
necessità di aggiungere molti dettagli, poiché la
descrizione fatta nel capitolo precedente è presa dalla
tenebra spirituale.
Per questo secondo grado di purificazione,
l'autore non fornisce più segni o criteri di
identificazione. In parte perché l'anima vive già nel mondo
contemplativo e non è più così grande la sorpresa. Anche
perché il soggetto non ammette alcun confronto del suo stato
con schemi o esperienze altrui: «Crede che quelle persone le
dicano così, perché non vedono quello che essa vede e sente
e quindi, invece di conforto, riceve un nuovo dolore,
sembrandole che quello non sia il rimedio del suo male. Ed è
proprio così...» (2N 7,3).
È un'osservazione fondata e facile da
verificare: quando le tenebre e le amarezze toccano il fondo
dell'anima, a poco servono gli esempi di altre persone che
hanno sofferto le stesse cose e ne sono uscite bene, o di
libri che spiegano il valore della morte viva.
L'accettazione di questa tenebra essenziale
segue un processo lento. Ai primi sintomi il soggetto la
rifiuta, si ribella. Vuole seguitare a organizzarsi per
proprio conto, e ad agire con i lumi di cui dispone. Compie
sforzi sovrumani per far funzionare i suoi mezzi abituali.
Ma si accorge che non hanno più senso né sostanza. Non può
più resistere e finisce per lasciarsi cascare le braccia in
un abbattimento totale, che giunge talvolta fino alla
depressione. Segue quindi la fase più oscura e più serena di
accettazione totale, di collaborazione passiva. Lo spirito
arriva ad acclimatarsi alla notte, e a vivere sereno in
essa, perfino a trame gusto. Da un estremo all'altro: dalla
ribellione iniziale al vuoto povero e ricco di speranza.
L'epicentro dello sconvolgimento spirituale
e psichico si trova in Dio, com'è stato detto. Con
l'aggravante che, per questa persona, Dio non è solamente il
centro dei suoi atteggiamenti e attività religiose, ma la
ragione unica di tutto il suo essere, vivere e operare
religioso e profano, personale e sociale. In tal modo,
rimanendo sconvolta e scomparendo la relazione con lui, non
rimane più nulla in piedi: senso, valore, progetti.
Perciò, solo persone profondamente
religiose, dalla vita unificata, sperimentano questo tipo di
notte. Non è strano che fra Giovanni la qualifichi come
orrenda, orribile...
Spiega le sue funzioni in termini di
rinnovamento dell'essere. Ha un compito di vasta portata
davanti a sé. In primo luogo c'è da riprendere da capo la
purificazione dei vizi capitali indicati nella prima notte.
Aveva tagliato la pianta a livello col
terreno; ci sono adesso le radici da svellere: superbia,
sensualità, egoismo, golosità spirituale. Il santo torna
ripetutamente su un vizio che si sviluppa con la crescita
della vita spirituale: la superbia spirituale raffinata. Le
grazie stesse che Dio concede e gli sforzi compiuti dal
soggetto per eliminare i vizi, fomentano il peccato della
superbia spirituale, fino a presentare la grazia mistica
come titolo d'onore davanti a Dio e davanti agli uomini (2N
2,3).
L'inserimento esistenziale della tenebra
spirituale ha luogo in forme svariate. Vi influiscono i
fattori spiegati sopra: vocazione, temperamento, storia.
In ogni caso conserva sempre come punto
centrale di riferimento la comunione con Dio. Si può perciò
fondatamente affermare che ogni notte spirituale finisce
per essere contemplativa, qualunque sia il suo punto
d'origine e il preciso contesto esistenziale in cui è
inserita.
I due momenti forti di notte oscura che
meglio conosciamo nella vita di Giovanni della Croce, non
concernono la preghiera. Si inseriscono nella storia e nella
fedeltà a un servizio vocazionale. I nove mesi di carcere
toledano e i sei mesi finali della sua vita, sono effetto di
conflitti tra persone.
La causa immediata dei cattivi trattamenti
che deve subire, è la fedeltà alla sua vocazione di
carmelitano della riforma, la sua carità coraggiosa nel
difendere altri dall'ingiustizia. Situazioni simili hanno
avuto indubbiamente ripercussioni profonde di vuoto, di
tristezza, di solitudine interiore.
Giovanni della Croce non trova la sua notte
oscura in alcun angolo della cappella, ma in piena esistenza
e in atto di servizio.
Nella prima notte, più facilmente
identificabile, non volle ricorrere a esempi. In questa
seconda lo fa a profusione. Ha incontrato un buon numero di
«santi» dell'Antico Testamento che hanno sperimentato la
lontananza e la mano dura di Dio. E lo esprimono con parole
forti, in prima persona, così come lo sentono nel loro
cuore. Sono amici abituali di fra Giovanni: Giobbe, Geremia,
Davide o il salmista, Giona... Gesù Cristo è «nostro modello
e nostra luce» nella tenebra spirituale (2S 7,9-11).
Avremmo potuto continuare per conto nostro a
citare nomi di epoche successive: Maria dell'incarnazione
(sec. XVII), san Paolo della Croce (sec. XVIII), santa
Teresa di Lisieux (sec. XIX), Edith Stein (sec. XX).
Sono persone ed esperienze che, oltre a
essere inconfondibili nella loro singolarità, presentano le
caratteristiche del proprio secolo.
4. Notti dell'umanità
Vasti settori della cultura contemporanea
hanno dimostrato una strana predilezione nel rivolgere
grande interesse alle notti oscure di san Giovanni della
Croce. Non possiamo dire si tratti di una curiosità
morbosa. L'interesse nasce piuttosto da una affinità
profonda. Il lettore moderno si sente illuminato e
interpellato dalla parola del dottore mistico, scavalcando
così barriere di cultura, di vita e linguaggio.
Dalle brevi indicazioni che precedono, si
avverte come la notte spirituale, permeando tutta la storia
fin dai tempi più remoti, sia di casa tra gli amici di Dio e
coloro che lo ricercano con cuore sincero.
Ne sono pervasi anche la mente e il cuore di
coloro che soffrono della propria mancanza di fede. In ogni
uomo e in ogni epoca, l'oscurità presenta tonalità
differenti. Notte di persone, notte di popoli, notte di
epoche storiche.
Abbiamo diritto anche noi a una rilettura
della tenebra mistica in chiave attuale.
Il vantaggio è reciproco. Ne trae profitto
la parola profetica del mistico, che nelle nuove situazioni
acquista maggior realismo, si apre a nuovi orizzonti di
significato. Ne guadagniamo soprattutto noi che, dovendo
aprirci nell'oscurità una nuova strada verso Dio, possiamo
contare sugli insegnamenti luminosi di un uomo
chiaroveggente che ha percorso l'intero cammino, andata e
ritorno, lasciandoci le segnalazioni della sua parola.
Oggi, come in passato, ci sono credenti che
vivono la notte mistica in tutta la loro forza personale.
Dio purifica e rafforza il loro amore nell'oscurità. La loro
esperienza vissuta non trapela dai mezzi di comunicazione:
autobiografie, interviste, libri o riviste. Rimane nascosta
questa sorgente di vita, che attraverso vene segrete, fa
circolare la vita nella chiesa e nell'umanità; il mistico
vive infatti tutto in nome e nella stessa carne dei suoi
fratelli.
C'è anche un modo comunitario di vivere la
notte. Si può dire anzi che ogni modo profondo di viverla è
consciamente o inconsciamente comunitario.
Molto prima che si parlasse della notte
collettiva o epocale, Baruzi aveva già scritto con la sua
chiaroveggenza abituale:
La tortura causata in noi dalla profonda
trasformazione spirituale non proviene dalle nostre colpe.
Stiamo attenti a non cadere nell'errore che Giovanni della
Croce rimprovera ai direttori spirituali ignoranti, i quali
impongono il peso di confessioni generali sulla povera
anima, che a quel punto non trova più alcun rimedio.
La miseria dell'anima, durante la notte
dello spirito, è individuale e superindividuale
al tempo stesso. Giovanni della Croce non lo dice
espressamente, ma tutta la sua dottrina lascia capire che
l'anima sperimenta qui una espiazione universale. In realtà,
quando afferma che la purificazione è sostanziale, tocca
certamente questo piano umano generale. Ciò premesso, cosa
può mai avere di strano il fatto che il tormento di questa
fase sia atroce e che abbiamo l'impressione che tutte le
strade siano sbarrate davanti a noi?
L'applicazione di questa categoria, o nome
simbolico, si è estesa a tutti gli strati della religiosità
e della cultura. Così come si è generalizzato l'uso del
termine «crisi» per indicare una situazione incerta e
pericolosa, che preannuncia e provoca grandi trasformazioni
in un senso o nell'altro, a seconda della risposta e
collaborazione dell'uomo responsabilmente coinvolto in tale
realtà. «Notte» ha un senso meno psicologico o sociologico,
e più teologale, che «crisi». Per questo va maggiormente
alla radice dell'esperienza collettiva attuale.
Tra le varie applicazioni che si fanno oggi
della notte oscura, ne esiste una costante, che risponde al
carattere fondamentale stabilito da san Giovanni della
Croce: la presenza-assenza di Dio.
È l'orizzonte permanente dell'inquietudine
contemporanea nelle sue differenti formulazioni: esperienza
o inesperienza, presenza o assenza, senso o morte di Dio.
E da questo obnubilamento scaturiscono
conseguenze a catena sull'essere dell'uomo, sul senso della
vita e della storia: oscurità, noia, insicurezza, tristezza.
Risponde, a grandi linee, alla descrizione sangiovannea.
Molti hanno scritto sulle modalità in cui il
credente vive oggi la notte oscura.
Vi sono novità e al tempo stesso continuità.
Si applica alla vita di preghiera, alle esigenze della
carità, alla lotta per la giustizia e la libertà, alla
solitudine dell'uomo o di un intero popolo sradicato...
Ricorderò solo una di tali descrizioni, che
riunisce in sé alcuni tratti tipici dell'esperienza
contemporanea.
Classifica queste caratteristiche secondo le
potenze dell'anima:
- Notte dell'intelligenza:
è provocata dall'esercizio universale della
critica razionale, applicata a tutti i contenuti del
linguaggio religioso, al carattere soprannaturale della
rivelazione nella sua dottrina, nei suoi sacramenti di
vita. Lo si fa anche all'interno della chiesa. San Giovanni
della Croce si mostra esigente e severo quanto a immagini di
Dio, ecc; ma al tempo stesso alimenta la fede del credente
perché possa vivere con purezza e nella pace la relazione
con il Dio trascendente.
- Notte della volontà:
il credente moderno si è trovato di fronte
al duro impatto della psicanalisi, che fa venire a galla
desideri, tendenze, carenze, motivazioni segrete; tutte
cose che vede proiettate anche nella relazione con Dio. In
tal modo si insinua sospetto e sfiducia in tutto il vivere
spirituale. Pur avendo operato una grande purificazione nei
beni naturali e spirituali, san Giovanni della Croce ha
mantenuto in pieno vigore ed esercizio le mediazioni
oggettive e soggettive, nella comunione d'amore con Dio.
- Notte della memoria:
La demitizzazione ha accumulato un gran
numero di difficoltà in questo settore della fede. Il
credente vive di una tradizione che è parola di Dio,
consegnata per iscritto e conservata nella memoria viva.
Nella notte oscura dell'attuale cultura è violentemente
spogliato di questi appoggi, del retaggio della fede. Anche
qui fra Giovanni viene in aiuto con il suo atteggiamento e
la sua parola. La rivelazione è la sostanza della sua vita
e dei suoi scritti. Si sente identificato con l'azione di
Dio e con la risposta degli uomini credenti, in profonda
comunione, con un realismo che supera il mito.
Se la nostra è davvero una notte oscura,
oltre che tener conto delle alterazioni venute dal di fuori
e della sofferenza da esse causata, occorre anche poter
contare sulla risposta teologale da parte nostra.
Notte oscura non è l'avversità che ci piomba addosso, ma ciò
che ognuno fa di essa e in essa, in forza della grazia e
della libertà. Quando abbia luogo questa risposta nella
fede, nell'amore e nella speranza, avremo la notte oscura,
per quanto cambino punti di inserimento e circostanze.
Quando venga a mancare la risposta di fede, non esiste
parallelismo di situazioni interiori o esteriori che ci
permetta di applicare al nostro caso la categoria
sangiovannea.
Nella notte personale la fedeltà è
dell'individuo; nella notte collettiva basta una
maggioranza o un gruppo molto rappresentativo.
Abbiamo noi proprio bisogno di questa dura
prova? Sta essa di fatto producendo buoni frutti? Dobbiamo
muoverci a tentoni, a causa della troppa vicinanza. Se
guardiamo alla presenza del peccato, ai vizi che il dottore
mistico descrive con le loro radici, abbiamo ragioni
d'avanzo per non meravigliarci di ciò che ci sta succedendo:
Dio messo al bando, l'uomo che agisce secondo le convenienze
della situazione, che maltratta il proprio fratello, che
fissa per suo conto e a suo rischio origine e destino
dell'umanità, che prende la fede e l'atteggiamento
religioso per uno svago in più, che manipola il dono della
vita e i beni della natura come un capitale da dilapidare,
che divinizza surrettiziamente tutto ciò che gli piace o
eccita la sua curiosità...
Questa situazione sta producendo i suoi
frutti, anche senza portarli a maturazione; quegli stessi
frutti spiegati da fra Giovanni (IN 12,13). Dio ci sta
rieducando per mezzo di attrazioni e punizioni, perché
impariamo di nuovo a riconoscere chi è Dio e chi è l'uomo, e
come vanno trattati. Insegna a non banalizzare l'immagine di
Dio, a non identificarla con i mezzi che noi stessi fissiamo
e usiamo per trattare con lui. Insegna a scoprire che lui è
il Signore di tutto l'uomo e della sua storia, non
solamente maestro di cerimonie nel tempio e nei suoi
dintorni. Solo Dio è il Signore della tecnica e
dell'industria, dei valori e del destino. L'uomo non è
suddito, manovale, comparsa. È figlio di Dio, adulto e
responsabile.
18. Ansie di
Dio
L'ansia di Dio caratterizza uno dei momenti
più vibranti della vita mistica.
In aperto contrasto con l'aridità totale
della notte oscura, segue ora un periodo di ardori veementi,
che recupera e moltiplica la vitalità apparentemente negata.
Subito dopo la purificazione, Dio viene a occupare
interamente l'orizzonte vitale dell'uomo, e questi tende al
suo centro con tutta la forza dello spirito e l'ardore della
passione.
Si crea una situazione ambigua di brevi
gioie, mescolate a prolungata insoddisfazione. È una tappa
intermedia, che il santo chiama in linguaggio tecnico
«unione di volontà», e in quello simbolico «fidanzamento
spirituale».
Più che per il suo contenuto peculiare,
questa fase ci interessa perché da rilievo ed evidenza
speciale a certi elementi della vita teologale, che sono
ugualmente in azione in tutte le altre tappe. Ci offre
l'occasione di analizzarli qui con più calma e più a lungo:
l'appetito, il desiderio, le ansie, il gemito della
solitudine...
In un modo o nell'altro, sotto l'uno o
l'altro nome, la forza del desiderio mantiene e stimola la
tensione dell'intero processo. È un desiderio che va
cambiando forma: dapprima sono i fervori iniziali,
poi la sollecitudine spoglia, più avanti ancora le
ansie...
Questa nuova prospettiva ci permette di
vedere l'esperienza teologale in una luce più positiva. Dio
è realmente il tutto della vita umana, e questo non
solamente sul piano delle convinzioni di fede e di ragione,
ma anche al livello spontaneo dell'amare e del volere.
«Lo stesso valore hanno tutte le cose agli
occhi dell'anima: sono un niente, ed essa stessa è un nulla
agli occhi suoi: solo Dio per lei è tutto» (F 1,32).
Il comandamento «Amerai il Signore tuo Dio
con tutto...», raggiunge in questi momenti un
realismo che da le vertigini, nella misura stessa in cui
nell'uomo emergono capacità insospettate:
«le profonde caverne del senso».
Tale prospettiva viene sviluppata più diffusamente
dall'autore nella seconda metà di Notte II, e nella prima
metà di Cantico.
La si potrebbe caratterizzare con due
parole: cercare l'Amato. Il centro che tutto
assorbe e unifica è l'Amato: Cristo, Dio come centro
personale, vivo, attivo, che attira a sé, e trasforma.
L'orientamento, la tendenza del soggetto consiste
nel cercare e nelle sue implicazioni; ha assolutamente
bisogno di |