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  • CAPITOLI 16-20

16 Notte di passione

«Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te, in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l'uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu, o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?» (AS 25-26).

Così prega e così spera l'anima innamorata, ansiosa di libertà, cosciente della propria bassezza e del potere d'amore che è Dio. L'educazione alla vita teologale ha dato risultati apprezzabili a livel­lo di coscienza e di volontà. Ma non trasforma l'essere, la radicata condizione dell'uomo. Solo Dio, con mano provvidente e dura, può portare a termine la divinizzazione dell'uomo. E lo fa a tappe suc­cessive, in un processo unitario: smontaggio, riparazione nel vuoto, ricostruzione.

Il dottore mistico ha visto il suo nome irrevocabilmente legato alla notte oscura. Il nome di san Giovanni della Croce richiama alla mente il nome e l'immagine della notte oscura.

Parlare di notte oscura, significa evocare la persona e l'opera di Giovanni della Croce.

C'è in tale connessione un'intuizione sicura, anche se poi svilup­pata da qualcuno in maniera unilaterale e riduttiva.

I meriti del dottore mistico in questo campo sono noti e univer­salmente riconosciuti. È maestro insuperato e insostituibile. Per accennare in modo schematico alle sue benemerenze, metteremo in evidenza i seguenti punti di carattere generale:

 

1). esperienza vissuta, intensa e qualificata, di questa realtà, arricchita con l'osservazione attenta di altre persone;

2). creazione di un simbolo denso di significato e suggestivo, «notte oscura», che raccoglie e unifica l'esperienza e ne orienta l'interpretazione;

3). descrizione ordinata dell'esperienza complessa e confusa;

4). spiegazione teologica, e anche psicologica, del fatto, nelle sue varie componenti, cau­se, funzioni;

5). creazione di un poemetto lirico – mistico, con la sua spiegazione in prosa, che sono un gioiello della letteratura e della spiritualità.

 

Queste pagine enigmatiche, riservate per secoli a specialisti della vita mistica, godono oggi di un sorprendente potere di attrazione. Ci sono divenute familiari perché ci sentiamo vitalmente interessati ad esse, non per curiosità culturale o teologica.

La presenza di Dio nell'oscurità della nostra storia, ci obbliga a cercare luce nelle pagine inesauribili della Notte oscura.

Molti credenti si sentono compresi e accompagnati da fra Giovanni in questo cammino solitario.[1]

Nel titolo ho modificato l'espressione corrente, per far risaltare il vero senso della notte sangiovannea, che molti lettori non afferrano quasi più.

La notte oscura è notte di passione nel duplice senso di quest'ultima parola: passione di Cristo, passione d'amore. Realizza nella pienezza della vita il mistero della morte e risurrezione del Si­gnore. Ha in sé il dinamismo di una passione d'amore, che si lancia nell'avventura d'una ricerca frenetica del Dio nascosto.

La divisione del tema in due capitoli non segue lo schema abitua­le di notte del senso e dello spirito. Ho preferito seguire una linea più unitaria. In questo primo capitolo vengono analizzati il simbolo, la natura, la struttura, l'impressione di quel fenomeno che chiamia­mo notte. Lasciamo per il capitolo seguente la presentazione del modo di viverlo nelle sue varie forme di realizzazione esistenziale.

1. In una notte oscura

«Prego il lettore di non meravigliarsi se questa dottrina, che trat­ta della notte oscura attraverso la quale l'anima deve tendere a Dio, gli sembrerà un po' dura a capirsi» (S prol. 8).

 

L'autore stesso si sente colto di sorpresa, davanti al mistero divino e umano che racchiude in sé questa notte. «Per dire intorno a es­sa (purificazione della notte) qualche cosa che sia di profitto, piaccia a Dio di darmi la sua luce divina, di cui vi è bisogno in notte così oscura e in materia di cui è tanto difficile parlare» (IN 7,5).

La gravità del tema ha risvegliato la forte capacità linguistico - poetica di fra Giovanni, portandolo alla creazione di un linguaggio significativo e originale.

Non pretende con esso di spiegare, meno ancora trasfondere un'esperienza che è al di là di ogni formulazione e trasmissione. Tenta solo in qualche modo di presentare al vivo e in movimento il mistero di Dio, e di disporre l'uomo ad accostarsi a lui con tutte le sue capacità di comunione ben dispiegate.

A questo fine ricorre a un mezzo letterario che chiamiamo sim­bolo. È un'immagine presa dal mondo sensibile, che per la sua affi­nità oggettiva e le ripercussioni soggettive mette a contatto con real­tà del mondo spirituale. È un mezzo normale, specialmente nel lin­guaggio dei mistici, che non trovano modo di esprimere la generosi­tà di Dio e il sovrabbondare dell'esperienza che si fa al di là di ogni limite.

«Questa è la causa per cui, piuttosto che spiegarlo con ragioni, esse [le anime innamorate], preferiscono far comprendere parte di quel che sentono servendosi di figure, comparazioni e similitudi­ni, e dall'abbondanza dello spirito spargono segreti misteri» (C prol. 1).

Per il mistico il linguaggio non è la scorza isolante, ma la porzio­ne più esterna del frutto, nella quale già possiamo pregustarne il sapore.

Perché ricorrere al simbolo, quando si ha a disposizione un voca­bolario più accessibile e familiare, di ordine teologico e spirituale?

È una domanda che si è posto senza dubbio lo stesso autore. Per non interferire in problemi d'altro genere, è necessario notare che il sim­bolo nel nostro caso non si presenta come alternativa, ma accoglie e completa altre forme di espressione.

Concorrono a formare gli scrit­ti del dottore mistico linguaggi differenti: biblico, teologico, filosofico, pio. Non è lui a creare esclusivismi, ma il lettore dallo sguardo ri­stretto, che non sa leggere al di là di una prospettiva letteraria, con­cettuale, ascetica.

Gli scritti del nostro autore suppongono nei suoi lettori una co­noscenza di tipo informativo e dottrinale sulle verità religiose di cui si accinge a trattare: fede, amore, trascendenza di Dio, croce di Cri­sto, sofferenze della vita, desolazione interiore, ecc.

Le avevano già lette in altri libri; egli stesso le aveva spiegate nel magistero orale. Tutte queste «conoscenze», e la pratica normale della vita cristiana, costituiscono la base perché il simbolo possa agire con forza e ade­renza.

L'espressione simbolica non viene a ripetere la stessa cosa in linguaggio figurato, ma a svelare altri aspetti della realtà viva, non suggeriti dal linguaggio concettuale. Aspetti vitali, interessantissimi.

È la differenza che c'è tra conoscere un frutto mediante l'osservazione attenta e prolungata, e il trattarlo invece anche per mezzo di altri sensi, come tatto, gusto, olfatto...

È quello che fa il simbolo: far ca­pire che le realtà divine e umane del mistero, più che oggetto di co­noscenza, sono vita palpitante, saporosa, nutriente.

Entrano a comporre l'immagine della notte oscura due linee simboliche: l'oscurità e l'amore. Si arricchiscono reciprocamente. La ricerca appassionata dell'Amato da vivezza e slancio all'oscurità. È un'avventura d'amore nella notte: fuga in segreto, travestimento, scalata, incontro, comunione.

È ciò che da vita all'oscurità notturna. Nelle strofe, la notte si presenta in forma circostanziata di luogo e di tempo: In una notte oscura... Tuttavia la notte simbolica non è lega­ta a una circostanza, ma diventa coprotagonista della storia d'amo­re.

Da dove ha ricavato questo collegamento tra realtà cosmica ed esperienza spirituale? Esisteva una ricca tradizione biblica, patristi­ca, medievale, che aveva sviluppato il tema della comunicazione del Dio trascendente con l'uomo mortale, in termini di notte, tenebra, oscurità. Risulta evidente che il nostro autore si è servito di tale ap­porti sia nella dottrina che nel linguaggio.

Ma la creazione sangiovannea si dimostra così vitale e vigorosa, da non poter essere frutto di prestiti dottrinali. Deve qui intervenire in primo piano non solo la potenza creativa, ma prima ancora l'espe­rienza personale. Per fortuna conosciamo attraverso testimonianze dirette la familiarità e la predilezione di Giovanni per la notte natu­rale, contemplata e gustata in tutte le sue tonalità.[2]

Sappiamo anche che, come nella poesia, la notte è stata nella sua vita non l'oggetto di uno sguardo estetico o ricreativo, ma la cornice e il clima di espe­rienze forti, gioiose o dolorose: lo studio nelle notti di Medina, il carcere di Toledo, la preghiera alla finestra o nell'orto del convento.

Ha provato a lungo l'oscurità interiore, l'intervento incompren­sibile di Dio nei fatti della propria vita. Si genera così nello spirito di Giovanni la nuova creatura, a cui darà nome e cognome di Notte Oscura.

La fusione della notte naturale con l'esperienza della vita mistica, arricchisce tale espressione di significazioni e risonanze molteplici.  

Molte di esse agiscono nel soggetto al di là della comprensione che ne ha la coscienza riflessa. La notte è oscurità, gioia, paura, ombre, pericoli in agguato, libertà di evasione, inattività penosa, comunio­ne riposante, disorientamento, tristezza, speranza, riposo e ristoro di forze, ecc. Qui potremmo anche aggiungere: tutte queste cose «è l'Amato per me» (C 14,6).

Cerca di aiutare il lettore impreparato, e di spiegargli perché usa questo simbolo, «chiamando molto propriamente notte oscura que­sta via stretta» (N intr.).

Per tre ragioni principali si può dare il no­me di notte oscura a questo passaggio dell'anima verso l'unione:

a). per il punto di partenza da cui prende le mosse, che è l'essere pri­vata del gusto sensibile nella realtà esterna che normalmente attira e incatena;

b). per il mezzo, che è la fede, che serve da appoggio e gui­da per tale rottura e ricerca e che offre sicurezze ma non chiarezza;

e). per il termine a cui tende, che è Dio, il quale è ugualmente notte oscura per l'uomo in questa vita (1S 2,1).

2. Esperienza sconcertante

La serena chiarezza con cui possiamo leggere a freddo il libro della Notte, è uno stato di coscienza estraneo all'esperienza che de­scrive. Non gode certo di tali chiarezze chi viene a trovarsi in essa. In tutta l'opera si avverte il sovrapporsi di due piani che si interseca­no:

a). l'esperienza del protagonista, che sta vivendo quei momenti con impressioni dure e sconcertanti;

b). e l'interpretazione che ne da l’autore, valutando serenamente le cose a distanza, con criteri teolo­gali. In qualche modo quegli stessi piani si ritrovano già nelle strofe originali, scritte quand'era ormai arrivato all'unione dopo essere passato «per le strette di travagli e di angosce» (N intr.).

Se si vuole intendere l'esperienza teologale della notte, non ci si può limitare ad analizzarne natura, funzioni, necessità. Occorre affrontarla sulla propria pelle, come la vive il testimone personale. In un secondo momento si aggiunge l'interpretazione teologica e i pos­sibili motivi di gioia. Così fa l'autore: descrive e spiega. Riferendoci ora all'esperienza stessa del soggetto, vi distinguiamo tre aspetti:

la viva esperienza di rottura e di sconcerto, l'interpretazione che il soggetto da del fatto e delle sue cause, la reazione o comportamento che adotta.

Vista dal di dentro, la situazione produce il sentimento di rottura e di crollo. Si produce una rottura o taglio netto con tutto ciò che fi­no allora era stato fonte di sicurezza, di significato, di stimolo all'attività.

Rottura con le esperienze e conquiste del passato, con i pro­getti e le speranze del futuro. Verificandosi una forte alterazione della coscienza spirituale, si infrangono le strutture interne e le rela­zioni con l'esterno.

Per farci carico della nuova situazione, dobbiamo tenere presente il contrasto con la fase precedente, francamente positiva in tutti i settori più rappresentativi: fede, amore, speranza, preghiera, rinun­cia.

L'anima si era fatta un'idea chiara di com'è e come agisce Dio, di ciò che essa stessa è e può fare con l'aiuto della grazia e con i suoi sforzi. Aveva elaborato un programma di miglioramento e di azione per il futuro, in omogenea e logica continuità con quanto già com­piuto. Nella vita spirituale e nell'azione apostolica prevedeva un crescendo ininterrotto, anche se sapeva, in teoria, che esistono soffe­renze nella vita, e che Dio purifica i suoi amici ponendo loro di fron­te crocicchi forniti di buona segnalazione...

Ma quello che adesso gli sta succedendo, non ha più alcuna somi­glianza con principi dottrinali o esperienze altrui. Gli si sono oscura­te tutte le luci della mente e del cuore. Persone, dottrine e cose di­ventano insulse: non sanno di nulla, non dicono nulla. Si riducono a pura maschera. Gli stessi ideali, i motivi, gli impegni perdono ogni senso e valore. La vita stessa gli sfugge di mano: non ce l'ha per sé, nemmeno può darla; la perde, semplicemente.[3]

La sofferenza maggiore non viene dalla nuda esperienza, ma dall'interpretazione, consapevole o inconsapevole, che l'accompagna: «Credono di avere in sé ragione di essere giustamente aborrite e scacciate da Dio per sempre» (2N 7,7). Sta qui la radice del male.

Se potessero assicurare a se stesse che tali sofferenze sono opera del­le loro mani e che non rompono la comunione, tutto si risolverebbe in gioia (2N 13,5).

L'influsso di questo fattore nello sconcerto della notte è decisivo, e si spiega. In virtù dell'educazione teologale, Dio è diventato il centro unico e totale della persona: a livello di fede, di senso, di conoscenza; a livello di amore, apertura, pienezza; a livello di speranza, tensione, progetti.

Al venir meno di quest'asse portan­te, precipitano le strutture dell'essere, e non è solo il movimento a paralizzarsi. Ha l'impressione che Dio sia diventato lontano e indifferente, ostile, perfino «crudele».

Si è anche sgretolata l'immagine che l'uomo aveva di se stesso, delle sue capacità e prestazioni. L'aveva fabbricata laboriosamente sulla base di fatti e valutazioni proprie e altrui. Era un vestito da fe­sta, e ora gli è stato tolto. Ora il pover'uomo è rimasto nudo, solo con la sua miseria.

Nonostante ogni evidenza in contrario, sente in sé un grande de­siderio di servire meglio Dio, sia pure solo materialmente. Servizio gratuito, fedeltà disinteressata,  senza aspettarsi ricompense...

Reazione strana, se guardiamo all'esperienza di superficie. Frutto nor­male, se badiamo alla comunicazione mistica che sta ricevendo.

In tutte queste descrizioni possono variare dati e quantità, quan­do si confronta l'esperienza personale di ciascuno. Il santo accumula dati seguendo la norma che ho già commentato: «Ora parlerò di tut­to ciò che può essere comunicato e che comprende in sé tutto il re­sto» (C 14,2).

Su questa base di dati dell'esperienza, lavora il teologo Giovanni della Croce, cercando di stabilire ordine e gerarchia.

La cosa più urgente è presentare in sintesi le varie componenti perché il lettore possa farsi un'idea della notte oscura nella sua inte­grità. Si tratta di un'esperienza di unione. Abbiamo quindi in atto gli elementi della vita teologale:

Incontro di Dio con l'uomo in Cristo

a).  Dio si comunica com'egli è: intimo, buono, trascendente;

b).  Gesù Cristo nel mistero della sua morte e risurrezione;

c). l'uomo nella sua contingenza e trascendenza, e nel peccato.

Per mezzo delle virtù teologali

a).  fede vissuta come fedeltà cieca e conoscenza oscura;

b).  carità arida e perseverante di servizio gratuito;

c). speranza impegnata, nella pazienza e nel silenzio.

È uno stile tutto nuovo di realizzare la vita teologale. Duro è il trattamento che Dio riserva ai suoi amici: «Il Signore denuda le loro potenze, le affezioni e i sensi... lasciando l'intelletto nell'oscurità, la volontà nell'aridità, la memoria nel vuoto, le affezioni dell'anima in grande afflizione» (2N 3,3).

3. La mano di Dio

«Causa di grande meraviglia e pietà è il constatare come la debolezza e l'impurità dell'anima sia tanta che, pur essendo la mano del Signore di per se stessa così blanda e soave, ella invece (l'anima) la sente ora grave e contraria, nonostante che Dio non la gravi o calchi su di lei, ma la tocchi soltanto, e con tocco di misericordia, a fine di farle grazia, non di castigarla» (2N 5,7).

Con motivi e interpretazioni differenti, protagonista e autore coincidono nello spiegare il fenomeno, in riferimento a Dio. Uno lo chiama grazia, l'altro abbandono, ma entrambi aggiungono: di Dio.

L'alterazione della coscienza ha il suo epicentro nel campo religioso e teologale. È il punto di maggiore sensibilità vitale per una persona che ha incentrato il suo essere in Dio. Malattia, povertà, contrarie­tà, ingiurie, insuccessi, solitudine non scombussolano il suo equili­brio spirituale, se per altra parte essa riesce a mantenere chiara e si­cura la coscienza della sua relazione con Dio.

Quando questa invece sia cancellata o alterata, non ci sono successi, ricchezze o godimenti al mondo, che possano restituirle l'armonia interiore. Non ci sono né libri né maestri capaci di ripararla. È marca di fabbrica, e solamente il Signore riesce a rifare il pezzo con mano creatrice, come prega l'a­nima innamorata.

Nell'affermare che la notte mistica è opera di Dio, si accorge dell'inconveniente che ne deriva: da Dio proverrebbero anche i tor­menti e la depressione che essa causa. Conseguenza evidentemente inammissibile. Origine della sofferenza non è la grazia contemplati­va; «causa della pena sono soltanto la debolezza e l'imperfezione dell'anima, disposizioni contrarie a ricevere i buoni effetti» (2N 9,11): come gli occhi malati davanti alla luce sfolgorante del sole; come la legna verde quand'è accostata al fuoco.

D'altra parte, Dio non toglie il dolore: non è cosa superflua e inutile ma una medicina, dal momento che penetra e cura le profondità dell'uomo, là dove difficilmente arrivano la coscienza e la volontà.

Su iniziativa divina ha luogo ora il primo serio avvicinamento tra l'uomo e Dio a livello di coscienza. Si produce una scossa ontologi­ca, spirituale, psicologica che non ha uguale in nessuna esperienza precedente da parte del credente. Cos'è che fa Dio per provocare tanta confusione nella coscienza spirituale?

In realtà, niente di strano.

Si presenta com'egli è, Dio vivo e vero, che dispone dell'uomo nella sua potenza e libertà sovrana. È un faccia a faccia tra purezza di Dio e impurità dell'uomo, tra forza e debolezza, tra il divino e l'u­mano, tra grandezza e miseria (2N 5-6).

Non è dialettica di concetti, ma contrasto di realtà.

Caratteristiche e funzioni dell'intervento divino sono condensate in due parole frequenti e molto significative nel vocabolario del no­stro autore: contemplazione infusa o teologia mistica.

Sappiamo già qualcosa dal capitolo precedente. In un testo di grande densità ne descrive natura ed effetti:

Questa notte oscura è un influsso di Dio nell'anima che la purifica dalle sue ignoranze e imperfezioni abituali, naturali e spirituali; i contempla­tivi la chiamavano contemplazione infusa o teologia mistica, mediante la quale Dio ammaestra e istruisce l'anima in perfezione di amore, sen­za che ella faccia niente e capisca come ciò avvenga. Questa contemplazione infusa, in quanto è sapienza amorosa di Dio, produce nell'anima due effetti principali: la purifica e la illumina, disponendola all'unione di amore con Dio. Perciò la sapienza amorosa che purifica, illuminandoli, gli spiriti beati, è quella medesima che in questo stato purifica e illumina l'anima (2N 5,1).

Sono le stesse componenti e gli stessi effetti della vita teologale: reciproca conoscenza, amore, azione. L'equilibrio però è cambiato. È Dio ad assumere l'iniziativa, contrastando e soverchiando la co­scienza del soggetto, che finora era quello che stabiliva passi e scam­bi da effettuare nelle relazioni.

Tutto ciò produce un effetto logo­rante e paralizzante: la sensazione di non essere più padroni della propria vita interiore, né del suo svilupparsi nell'esistenza.

Per dare il giusto significato a questi fatti di abbandono, come presenza ed esperienza di Dio, andrebbero chiarite alcune nozioni fondamentali. I maestri di spirito antichi e moderni, sono soliti chia­mare «esperienza di Dio» solamente le forme di comunicazione gioiosa, che lasciano una sensazione di benessere e di sapore gusto­so.

Non ci sono però ragioni per imporle questa limitazione ar­bitraria. Ci sono esperienze profonde di un Dio oscuro e irritante, che lasciano l'amaro in bocca, nel cuore e anche nello spirito. Anche del prossimo facciamo esperienza nell'amicizia e nelle tensioni.

Gesù Cristo ha vissuto la presenza e l'esperienza del Padre in espressioni di fiducia e di gioia; ma lo ha fatto anche schiacciato da sentimenti di morte e di abbandono (2S 7,11).

Con lui e come lui, il credente vive il proprio mistero: «Quando le si presenterà qualche sofferenza e disgusto, si rammenti di Cristo crocifisso e taccia. Viva in fede e in speranza, anche se è fra le tene­bre, che in esse Dio protegge l'anima» (L 19).

Diciamo che Dio interviene direttamente, che toglie la faccenda di mano all'uomo, per sbrigarla egli di persona ...

L'impressione che prova l'anima, è che qui nessuno fa niente: né Dio, perché non se ne interessa; né essa stessa, perché non lo può più. Stiamo entrando in pieno in un nuovo modo di essere, di comunicarsi, di collaborare. C'è un termine per definire questa posizione: la passività, la notte passiva. È un'espressione ambigua, difficile da capire; più difficile ancora da praticare come posizione durevole. Non c'è spazio per una spiegazione ragionata. Mi limiterò a presentare uno schema con alcuni chiarimenti.

L'indeterminatezza della passività ha dato origine a problemi teologici e a confusioni pratiche che si sarebbero in parte potute evi­tare distinguendo vari livelli:

esistenziale:

è formato dai fatti della storia e dagli stati d'animo che ci vengono imposti; non li possiamo eludere o modificare direttamente; la maturità e il realismo della persona la obbligano ad accettarli e integrarli creativamente;

teologale:

viene concessa all'uomo una grazia proporzionata per vivere e agire in tali circostanze; la vita teologale è tutta quanta fondamentalmente passiva, dall'inizio alla fine; ed è su questo tono che si vive ognuna delle sue manifestazioni;

mistico:

interviene una grazia speciale che altera la coscienza, arriva fuo­ri programma, e si fa accompagnare da stati d'animo e circostan­ze anormali; l'azione di Dio modifica in maniera percettibile l'at­tività interiore del soggetto.

Nella sofferenza umana si verificano tutte queste passività insie­me o separatamente. Alcuni sopportano semplicemente le avversi­tà. Nelle Cautele si parla di una purificazione al passivo, ma a livello teologale. È nel libro della Notte che spicca  maggiormente la passi­vità propriamente mistica della purificazione. Questa comporta an­che fattori storici e psicologici, che fanno parte della passività esi­stenziale, come melanconia, depressione, ecc. (IN 9,3).

La passività mistica non è un tipo di anestesia, ma presenta una mescolanza molto particolare. Impegna a fondo tutta l'esistenza dell'uomo, richiedendo grande forza e inventiva. Tre sono le compo­nenti principali della notte passiva:

1). stati d'animo interiori e situa­zioni esterne difficili, che interpellano in maniera radicale la risposta teologale del soggetto;

2). Dio infonde luce oscura di fede e forza d'amore disadorno per poter comprendere e agire fedelmente in tali circostanze;

3). il soggetto risponde liberamente con fedeltà dolorosa.

Finché non interviene il terzo elemento, non esiste la notte oscu­ra. Le disgrazie che sopraggiungono, la sofferenza interiore, la forza che Dio offre, tutto rimane in sospeso e non si chiama notte oscura, in senso teologale, finché il soggetto credente non arrivi ad acco­glierlo e farlo proprio in qualche modo.

Come agire passivamente in tali circostanze?

Il santo lo spiega abbondantemente in tutte le sue pagine. Ridurrò qui il suo insegnamento a tre brevi e semplici norme, che egli stesso condensa in frasi lapidarie,

la prima norma è cercare di restarsene quieti e di non fare stravaganze per uscirne, «poiché, finché il Signore non l'ha purifi­cata come a lui piace, non v'è nessun rimedio per il suo dolore» (2N 7,3).

La seconda consiste nel saper vivere questa situazione «sof­frendo con pazienza e fedeltà» (F 2,28), «comportandosi con grande costanza e pazienza» (FA 2,26).

In terzo luogo, il consiglio più pre­zioso: «confidino in Dio che non abbandona quanti lo cercano con cuore semplice e retto: egli non lascerà di dare loro il necessario per il cammino, fino a condurli alla chiara e pura luce d'amore» (IN 10,3).

4. «Viva morte»

«Le conviene rimanere in questo sepolcro di oscura morte in vi­sta della risurrezione spirituale che l'attende» (2N 6,1). Dev'essere una «viva morte di croce» (2S 7,11), una «viva mortificazione» (2N 24,4).

L'intrecciarsi di morte e vita non è un gioco letterario o un semplice caricare le tinte, ma il compiersi del mistero di Cristo.

Dopo aver visto ciò che l'anima prova in questa partecipazione attiva di Dio a ciò che la riguarda, osserveremo più da vicino l'opera che si sta compiendo nell'uomo.

L'autore spinge agli estremi i dati: vizi, sofferenze, frutti di rinnovamento; avendo davanti a sé l'ideale e il modello delle realizzazioni più complete. Con le dovute riduzio­ni e varianti, lo schema serve ugualmente per altre notti meno spet­tacolari. Ecco il progetto:

Volendo quindi spogliarli effettivamente di questo uomo vecchio e rive­stirli del nuovo, che è creato secondo Dio nella novità dello spirito, co­me dice l'Apostolo (Ef 4,23-24), il Signore li spoglia di potenze, affezio­ni e i sensi, sia spirituali che sensibili, sia esterni che interni, lasciando l'intelletto nell'oscurità, la volontà nell'aridità, la memoria nel vuoto, le affezioni dell'anima in grande afflizione, amarezza e angustia, privan­dole del senso e del gusto che precedentemente trovavano nei beni spi­rituali, privazione la quale è uno dei principi che si richiedono perché nello spirito si introduca la forma spirituale di esso, che è l'unione di amore (2N 3,3).

La realizzazione si compie gradualmente, benché i vari fattori la­vorino insieme, intrecciati tra loro. Per maggiore chiarezza mentale li separeremo l'uno dall'altro:

-    vengono a galla i mali radicati nel soggetto;

-    gli strappano violentemente i suoi modi di essere e di operare;

-    rimane nel vuoto, senza più la realtà vecchia e senza quella nuo­va;

-    emergono lentamente nuove forme di vita dello spirito.

a).  La conoscenza viva e documentata della propria miseria, è uno dei tratti tipici della notte, e fonte delle sofferenze e miserie che essa porta con sé.

Non solamente l'anima le vede, ma le vengono messe apposta davanti agli occhi perché le veda e le senta: «Ciò le è causato dal tenere la mente profondamente immersa nella cono­scenza e nel sentimento dei suoi mali e delle sue miserie, poiché ora questa divina e oscura luce gliele mette tutte davanti agli occhi e le fa chiaramente conoscere come di suo ella non potrà avere altra co­sa» (2N 5,5).

Il santo non parla di «peccati», rari o frequenti che siano.[4]

Tali fatti sono come il gambo della radice perversa, ciò che appare all'e­sterno. I peggiori mali e vizi dell'uomo, compreso l'uomo spirituale, sono quelli che la coscienza non percepisce né giudica più come tali. È a questi che la notte oscura da ora la caccia.

 

b).  Estirpare il male alla radice, è un'operazione violenta e dolorosa.

Non sa come dirlo in linguaggio umano. Per avvicinarci in qualche modo all'esperienza di questi grandi strappi, ricorre a ogni sorta di espressioni figurate. Ha introdotto una lunga e svariata serie di termini disintegratori (come rivelano i prefissi: es-, de-, dis-, s-), ripetuti con insistenza: estenuare, espellere, denudare, disfare, di­struggere, disseccare, svezzare...

Senza necessità di entrare nelle sfumature del significato proprio di ciascuno di essi, si ricava dal loro complesso un'idea fedele di ciò che si vuol dire. È una purificazione dell'essere che sembra strappare brandelli d'anima, nello sradicare i vizi dell'uomo vecchio, «con il quale ella è molto unita e conformata» (2N 6,1).

Si tratta di «ogni af­fezione e abitudine imperfetta contratta durante tutta la vita. Inoltre, essendo queste molto radicate nella sua sostanza, l'anima... sof­fre una grave inquietudine e tormento interiore» (2N 6,5). È una pu­rificazione che priva l'anima di gusto, efficacia e senso in tutte le sue operazioni.

c). Terzo momento è il vuoto, la paralisi. Perché il cambiamento d'essere e di potenze sia effettivo, non basta cambiare oggetto. Il male sta nella potenza. Questa si disintossica con lunghi periodi di inazione. La notte lascia le potenze mortificate, compresse, inermi, legate, ottenebrate, aride, vuote e inutili; «soprattutto gravita sull'a­nima una densa e pesante nube, che la tiene angustiata e lontana da Dio» (2N 16,1).

d). Sta ormai penetrando nell'anima la nuova forma di luce mi­stica, di amore sostanziale, di attività. «Tuttavia in mezzo a queste dense pene d'amore, l'anima nel suo intimo sente una certa compagnia e forza, da cui è tanto assistita e rinvigorita che, se le viene a mancare il peso di queste fitte tenebre, ella si sente sola, vuota e de­bole» (2N 11,7).

Parlare di morte e risurrezione in questo caso è ben più di un'im­magine retorica. Sta sperimentando prima del tempo, in piena vita e nella pienezza delle proprie facoltà, la sua morte fisica, psichica e spirituale. Non lascia quasi nulla per il finale: solo lo squarciare l'ul­tima «tela» o velo, che impedisce l'incontro glorioso.

Meglio lasciarlo dire al santo, che ha esperienza, idee chiare e parole appropriate:

Con tali pene Dio umilia grandemente l'anima per innalzarla poi molto; se egli non disponesse che tali sentimenti, una volta provati, si assopis­sero presto, ella morirebbe entro pochi giorni; ma i momenti in cui l'a­nima sente la sua intima viltà sono ad intervalli. Questo sentimento è talvolta così vivo da sembrare a lei di vedere spalancato davanti a sé l'inferno e la sua perdizione. Queste anime appartengono al numero di coloro che discendono da vivi all'inferno (Sai 54,16), poiché ora fanno quel purgatorio che dovrebbero fare nell'altra vita. E così l'anima che passa per questo stato, o non vi entra o vi si ferma per poco tempo, poi­ché un'ora di qua giova più di molte di là (2N 6,6).

Per avere una visione d'insieme del processo di rigenerazione che si produce nella notte, delle sue cause, dei fattori che vi inter­vengono, dei frutti che ne derivano, ecc, è indispensabile rileggere con calma il capitolo-sintesi 2N 10, dove viene illustrata la dottrina con l'immagine del fuoco e del legno.

5. Passaggio obbligato

Quando si osservano le circostanze rare o casuali che sovente scatenano questi processi sconcertanti, è facile pensare che si tratti di una semplice disgrazia personale, o di una cosa dovuta all'altrui cattiveria; o, nel migliore dei casi, di un qualche privilegio fuori del comune che Dio concede ai suoi migliori amici.

San Giovanni della Croce non la considera una rarità, ma una fa­se normale e obbligata del cammino spirituale. Lo fa notare dal suo primo entrare in scena: «È necessario sapere che, per giungere allo stato di perfezione, l'anima generalmente deve prima passare attra­verso due aspetti principali di tenebre... o notte...» (1S 1,1). Si trat­ta di un passaggio speciale, non della condizione abituale del cre­dente, che vive «nella chiesa militante, dove ancora è notte» (2S 3,5).

L'uso del termine passare ha il vantaggio di esprimere con chia­rezza il carattere dinamico della notte oscura, come un modo di vi­vere attivo, animato. Non è paralisi, abbandono, abbattimento, inerzia. L'anima passa attraverso la notte, la notte passa attraverso l'anima. Accentua pure la forza di trasformazione; passa da un mo­do di essere all'altro, dall'uomo vecchio all'uomo nuovo.

Ma l'espressione ha un inconveniente. Alcuni la intendono come cosa provvisoria, senza particolare importanza, da vivere di passag­gio e tra parentesi.

Questa non è la notte. Il carattere di transito, via stretta, porta angusta, accentua la sua importanza. L'esperienza oscura di Dio è da vivere pienamente in se stessa, come forma pre­ziosa e insostituibile di vita teologale. Il soggetto deve concentrare le sue migliori energie nel viverla, non nel sognare quello che farà quando torni la «normalità».

Nessun riservarsi per dopo. Perderebbe i migliori anni della pro­pria vita, perché le prove forti durano anni di calendario: «se essa deve essere veramente profonda, per forte che sia, dura alcuni anni» (2N 7,4).

Giudica insostituibile questo passaggio, se la persona deve arri­vare a una vita di unione veramente qualificata. «Questi travagli so­no necessari per giungere a tale stato perché, come un eccellente li­quore si pone solo in un vaso robusto, preparato e pulito, così que­sta altissima unione può verificarsi soltanto nell'anima fortificata da travagli e tentazioni, e purificata da tribolazioni, tenebre e angustie» (F 2,25).

Quest'opera viene effettuata in maniera intensiva durante un lungo periodo di tempo, classificato tra le fasi del processo spirituale con caratteristiche e funzioni peculiari. La notte in questo senso ha una sua collocazione precisa, sia pure in linee generali, tra l'educa­zione teologale e la fase di unione.

San Giovanni della Croce ha operato una frattura nello schema tradizionale dei tre stati o tre vie, per inserirvi a pieno titolo la fase della notte oscura. Un apporto originale che solo con molto ritardo, la teologia spirituale ha saputo as­similare.[5]

Nella sua attuazione, la purificazione notturna presenta una infi­nita varietà di modi: più o meno intensa, duratura o interrotta. In quelli che hanno più forza previene i tempi e agisce con maggiore in­tensità; in altri si diluisce in piccole dosi lungo l'intera vita. I più fiac­chi «giungono tardi alla purezza di perfezione in questa vita, e alcuni di essi non arrivano mai. Costoro non stanno né dentro né fuori di questa notte» (IN 14,5).

Se invece parliamo del mistero della croce, delle prove riguar­danti la fede e l'amore, allora non esistono né date né fasi particola­ri. Queste realtà cristiane fondamentali sono distribuite in lungo e in largo per tutta la vita. Lo sa per esperienza fra Giovanni, nato nella miseria e nella privazione, morto nella calunnia, senza attenersi a periodi o fasi della spiritualità dottrinale. La stessa cosa succede nel­la vita di Gesù, che nasce povero e muore abbandonato.

Questi fatti non costituiscono un'eccezione allo schema che li classifica. Sono leggi di quel conformarsi a Cristo, morto e risorto, che va crescendo e intensificandosi con lo sviluppo dell'unione. In vetta all'unione, aspirando ormai alla gloria, egli canta:

«Dove è più folto, dentro penetriamo», in travagli e tribolazioni, per arrivare a conoscere maggiormente Dio. «Infatti il dolore più puro porta con sé una conoscenza più intima e più pura e quindi una gioia più subli­me e più pura, trattandosi di un sapere più intimo» (C 36,12).


 

17. Orientamenti sicuri nell'oscurità

«Anche se l'anima non va avanti appoggiandosi a qualche parti­colare lume interiore dell'intelletto e a qualche guida esterna per ri­ceverne soddisfazione in questo cammino, poiché queste tenebre oscure l'hanno privata di tutto, tuttavia il solo amore che arde in lei in questo tempo le sollecita il cuore per l'Amato, che la guida e la spinge, facendole spiccare il volo verso Dio per la via della solitudi­ne, senza che essa ne comprenda il modo» (2N 25,4).

Così termina il libro della Notte oscura. Come ultima immagine dell'uomo tribolato, ce lo presenta solo nell'oscurità, mentre cerca di aprirsi la strada a tentoni, spinto da un amore quasi istintivo che lo orienta verso il suo Dio. Questa conclusione dell'opera è indovinata dal punto di vista mistico e letterario, senza che l'autore se ne renda conto. Dopo tante analisi e ricomposizioni, torna alla vita rea­le in movimento: va in cerca dell'Amato con fede, speranza, amore.

Anche noi in questo capitolo cambieremo decisamente rotta, passando dalle analisi e dagli schemi, alle svariate e fluide forme dell'esperienza personale.

Non è che gli schemi disturbino. Al contra­rio anzi, è grazie ad essi che possiamo ora addentrarci nel mare ma-gnum della sofferenza umana e spirituale.

Dobbiamo però cedere il passo alla vita. La presentazione che abbiamo fatta della notte oscura, è stata qualcosa di scarno e di teori­co, mentre la realtà è pienamente immersa nell'esistenza e nella sto­ria.

Come fa in tutti i suoi grandi temi, l'autore vi lavora con elemen­ti di prima mano. Le sue parole riflettono al vivo la propria esistenza e quella di molte altre persone con nome e cognome, volti velati che non arriveremo mai a identificare. Ma non è il rispetto all'intimità delle persone a mantenere alla sua descrizione un tono di maggiore universalità.

Opera così perché è convinto che la formulazione am­pia raccolga meglio in sé le molteplici suggestioni dell'intuizione mi­stica, toccando un maggior numero di persone che forse non si senti­rebbero identificate con situazioni altrui descritte in dettaglio. «È preferibile spiegare i detti d'amore nella loro ampiezza, affinchè ciascuno ne approfitti a modo suo e a misura del suo spirito, piuttosto che restringerlo a un senso a cui non si accomoda ogni palato» (C prol. 2).

Riesce infatti nel suo intento. Una infinità di lettori di tutti i tem­pi hanno trovato, nelle pagine un po' generiche ed essenzialiste del dottore mistico, il riflesso esatto della propria realtà esistenziale. Lo stesso sta succedendo con particolare intensità ai nostri contempora­nei.

1. Varietà esistenziale

L'invocazione che parte dalla vita arriva a fra Giovanni, che si dedica a scrivere «per la necessità che ne hanno molte anime» (S prol. 3). Non sanno cosa stia loro succedendo. Quando chiedono lu­ce ai maestri, questi non fanno altro che aggravare la confusione. Parlano loro di peccati, temperamento, cattivi umori. Se n'intendo­no di tutto, meno che della realtà teologale che è veramente al centro di tutto.

Prima di continuare il ragionamento, conviene chiarire un po' la terminologia.

L'uso costante ed esclusivo dell'espressione «notte oscura», può finire per ridurla a puro simbolo letterario o a nome convenzionale, ripetuto abusivamente, senza più suscitare alcuna eco della vita reale. Il dottore mistico si mostra sobrio in questo senso. Se ne serve profusamente in Notte, con minore frequenza in Sa­lita. Il termine è però assente da Fiamma, benché l'opera sviluppi ampiamente il tema della notte.

Si trova rarissimamente in Cantico, e quelle poche volte non si riferiscono alle esperienze della notte passiva. L'espressione «notte oscura» è pure assente dalle lettere, dove spesso si parla delle sofferenze e prove della vita.

L'ampliamento del vocabolario, ricorrendo a svariate espressioni del linguaggio spirituale e umano corrente, permette ai lettori di associare più facilmente tale esperienza a fatti della vita stessa. Parla di croci, ardori, povertà, travagli nelle lettere.

In Fiamma allarga il vocabolario: «I travagli subiti dalle anime che devono giungere a ta­le stato sono di tre generi, e cioè: travagli e sconforti, timori e tenta­zioni di vario genere da parte del secolo; tentazioni, aridità e afflizioni da parte del senso; tribolazioni, tenebre, angustie, abbandoni, tentazioni e altre afflizioni da parte dello spirito...» (F 2,25).

La varietà dell'esistenza purificativa è originata da molti fattori. Essendo radicata nell'esistenza, assume elementi vari di natura e di grazia: vocazione, psicologia, vizi, compiti, circostanze storiche, ecc. Ognuna di queste componenti o circostanze storiche modifica alla sua maniera l'esperienza interiore.

Nei processi psicologici troviamo immediatamente incarnata l'a­zione trasformatrice della grazia. Tristezza, desolazione, stanchez­za, scoraggiamento, sono stati d'animo che si verificano con relativa frequenza nella vita umana. Dio può mescolarvi la grazia senza eli­minarli, dando luogo a un'esperienza teologale o mistica, che può essere intrisa di cattivo umore o di melanconia (IN 9,3).

La compo­nente psichica influisce molto sul grado, il ritmo, lo stile di purifica­zione (IN 14,5).

Altrettanto dicasi della situazione storica. All'origine della tene­bra o della nausea interiore, si trova ordinariamente un fatto doloro­so, un conflitto di relazione, una disgrazia.

Tali fatti ammettono molte interpretazioni: cattiva sorte, cattiveria umana, fatalità, errori personali. Può anche essere vero, ma tutto ciò non toglie che stia operando, nascosta ed efficace, la mano di Dio, che sa fare meravi­glie anche con materiali inficiati da errore o da peccato. Sono forse le prove più difficili da identificare, quelle che nascono dal vivere d'ogni giorno, mettendoci la propria mano tanti altri.

Queste sofferenze si inseriscono soprattutto in un contesto vocazionale. Hanno valore ed efficacia quando si abbattono su persone che hanno una vita tutta presa da servizi e impegni. La croce viene loro precisamente dal dover affrontare ripugnanze interne e resi­stenze esterne, se vogliono continuare a soddisfare generosamente le esigenze di tale vocazione.

Abbandonati da Dio, dagli uomini e dal­le proprie risorse, continuano a vivere e ad agire fedeli alla loro vo­cazione.

Dentro la varietà causata dall'influsso di innumerevoli fattori, si conservano punti fondamentali di convergenza. Cominci in un modo o nell'altro, l'oscurità si estende a poco a poco alla totalità del cam­po spirituale, caratterizzando in maniera permanente l'esperienza spirituale. Può iniziare da qualsiasi parte: aridità e perdita di signifi­cato della preghiera; tensioni nella carità fraterna e nella conviven­za; problemi di lavoro, di servizio o di apostolato; cambiamenti bru­schi e mancanza di adattamento; malattie e frustrazioni...

Alcuni hanno pensato che il dottore mistico si riferisse unica­mente a una notte oscura nel campo della preghiera. Sono stati tratti in errore dall'uso frequente che egli fa del termine «contemplazione».

Come ho già ripetuto varie volte, più che un grado elevato nell'esercizio della preghiera, contemplazione significa una modalità della vita teologale in tutte le manifestazioni dell'esistenza.

È una qualità nuova, più completa, passiva e divina, della comunione con Dio, che investe la preghiera, l'incontro nelle mediazioni, la cono­scenza di sé.

La notte sangiovannea può quindi essere molto con­templativa senza limitarsi all'ambito della preghiera. Esperienza contemplativa non è lo stesso che vita o attività contemplativa.

C'è un altro motivo per cui Giovanni incentra l'esperienza di una oscurità dolorosa nella contemplazione. È su questo punto che si fa sentire più vivamente la desolazione, come abbiamo detto nel capi­tolo precedente. Ciò che rende più dura ed efficace la notte oscura, è il sentimento di lontananza e abbandono da parte di Dio, anche quando intervengono altri fattori umani, come solitudine, calunnia, malattie, ecc.

Capita infatti, che i vari modelli che conosciamo di questa esperienza, nelle loro differenti realizzazioni, convergano tutti nel punto focale di un Dio assente, irritato, inesistente...

Qui vengono ugualmente a parare le notti che prendono spunto dalla vi­ta attiva.

La realizzazione concreta di questa fase, ammette modalità innu­merevoli, in relazione a fattori che dipendono alcuni da Dio, altri dal soggetto. Parlando del riassestamento del livello sensitivo, stabilisce un principio che serve da norma generale:

Non si può dire con certezza quanti siano i giorni in cui ella debba rima­nere in questo digiuno o penitenza del senso, poiché non accade a tutti allo stesso modo e non tutti soggiacciono alle stesse tentazioni, in quanto che, misura di ciò, è la volontà divina in conformità alle più o meno nu­merose imperfezioni che ciascuno deve purificare. Inoltre le umilierà più o meno intensamente, e più o meno a lungo, a seconda del grado di amore di unione a cui il Signore vuole elevarle.

Quelli che hanno più capacità e forza per soffrire, vengono purificati dal Signore con maggiore intensità e prontezza; coloro invece che sono molto fiacchi vengono condotti per questa notte a lungo con grande condiscendenza e con tentazioni deboli, poiché il Signore concede loro ordinariamente qualche sollievo al senso, affinchè non tornino indietro; così essi giungono tardi alla purezza di perfezione in questa vita, e alcu­ni di essi non arrivano mai (IN 14,5).

Ecco ben definiti i tre criteri del ritmo spirituale nella fase purifi­cativa. Il primo e fondamentale per tutto il cammino è il dono gra­tuito di Dio, la misura di grazia e di unione a cui egli chiama. Il se­condo criterio viene desunto dalla situazione e dal livello in cui si trova la persona; a parità di grazia o di meta prestabilita, richiede maggior lavoro chi si trova in peggiori condizioni morali e spirituali. Per ultimo, la libertà e la psicologia della persona, che impone an­che i suoi contraccolpi alla chiamata e al ritmo dell'opera di Dio.

Si danno realizzazioni piene della notte oscura, come quelle che conosciamo dalla storia della spiritualità, di carattere esemplare. Vi sono poi altre forme meno vistose, che si effettuano nel corso della vita quotidiana. Delle prime parla in Notte e in Fiamma; di queste ultime nelle Cautele, nei Consigli per raggiungere la perfezione, nel­le Lettere.

Al momento di organizzare lo sviluppo del tema per fasi succes­sive, ha optato per il criterio antropologico più che per quello esi­stenziale. Invece di fare uno schema diversificato in base alle situa­zioni e forme concrete in cui la purificazione passiva ha luogo (fede, affettività, preghiera, apostolato, convivenza fraterna, desolazione interiore, ecc), si attiene alla divisione familiare di senso-spirito. Lo fa indubbiamente in primo luogo per coerenza, dato che è il medesi­mo schema a cui ricorre in tutte le sue opere. Ha inoltre il vantaggio di far risaltare meglio il processo, la gradualità. È una distinzione molto fluida, che ammette gradi, intervalli e suddivisioni all'interno di ogni membro.

2. Aridità del senso

Alla pari di altri processi spirituali, è dalla sensibilità che comincia la purificazione passiva. Quest'ordine risponde alla psicologia dell'uomo e alla pedagogia di Dio.

La coscienza riceve i primi impat­ti nelle sue zone concentriche più esterne. E tra i vari settori della sensibilità predomina quello affettivo, capace di mettersi in prima linea, sia nel bene che nel male.

Il significato di senso è più profondo di quello che aveva nella purificazione attiva. Suppone un elevarsi della qualità morale della persona.

Si ha una certa ambivalenza quanto alla situazione spirituale di queste persone. Da una parte, hanno vizi radicati che richiedono un intervento immediato, per andare avanti nel cammino spirituale. Dall'altra, questo tipo di prove presuppone capacità di sopportazione, per non tornare indietro:

Giacché il modo di procedere dei principianti nella via di Dio è general­mente imperfetto e ha grande affinità con il loro gusto e amor proprio, allorché Dio vuole condurli avanti e toglierli da questo grado imperfetto di amore... essendosi esercitati per un po' nel cammino della virtù, per­severando nella meditazione e nell'orazione, mediante la quale, a causa del sapore e del gusto che vi hanno trovato, si sono disamorati delle cose del mondo, e hanno acquistato delle forze spirituali in Dio, con cui tengono a freno gli appetiti delle creature, essi per amore di Dio potran­no soffrire un po' di afflizione e aridità senza tornare indietro al tempo migliore; quando tali anime si dedicano a queste pratiche spirituali con loro maggior gusto, e allorché più chiaro agli occhi loro risplende il sole dei favori divini, il Signore ottenebra questa luce e chiude la porta e la sorgente della dolce acqua spirituale... (IN 8,3).

Il principiante ha già compiuto dei progressi e dimostra una forza capace di affrontare esperienze spiacevoli senza abbandonare programmi e sforzo. È normale perciò che il santo accentui maggior­mente il lato negativo, dal momento che è sua intenzione convincere il lettore di aver bisogno di essere purificato a fondo. Questi non de­ve però dimenticare il lato positivo, anche se solo adombrato a gran­di linee.

Il cristiano a cui Giovanni della Croce destina questa nuova esperienza, è una persona  spirituale e coerente nella sua vita: ha esi­genze, scrupolosità di coscienza; ha fatto rinunce importanti per orientare la sua vita verso il mondo spirituale; pratica le virtù con impegno, utilizza i mezzi spirituali, è mosso dalla carità e dallo zelo, fa penitenze e sacrifici...; è portato alle cose divine, come al centro stesso della sua vita.

Ma «quantunque le persone spirituali le pratichino con grande efficacia e costanza e ne trattino con molta cura, tuttavia spiritual­mente parlando, in via ordinaria vi si comportano con molta fiac­chezza e imperfezione» (IN 1,3).

È un'imperfezione inerente alla debolezza di abitudini e motivazioni. Negli sforzi della fase anterio­re, non avevano fatto altro che cambiare nelle loro affezioni l'oggetto profano con un altro più religioso, senza però modificare i mo­venti sensibili ed egoistici dell'affezione medesima.

Per dimostrarlo il nostro autore organizza un breve esame in ba­se ai sette vizi capitali (IN 2-7). Sono gli stessi appetiti di cui ha già parlato prima, con la differenza che non hanno più per oggetto le ricchezze, la bellezza, gli onori.

Si mascherano di pietà, desideri di santità, osservanze, zelo, ne­cessità spirituali. Ma dentro seguitano a essere gli stessi vizi di pri­ma, a volte anzi peggiori, per la maggiore raffinatezza e il travesti­mento di virtù con cui si presentano.

I tre più gravi, per le loro radici profonde e il pericolo di conta­gio, sono la superbia (c. 2), la lussuria (c. 4) e la gola (c. 6), manife­standosi tutte in attività di ordine spirituale. A prescindere dallo schema dei sette vizi che egli adotta, l'analisi è svolta con acutezza e in fedele aderenza alla situazione reale.

I peccati degli «spirituali» hanno una lunga storia nell'ascesi tradizionale, e quando non si riconoscono come tali, risultano più difficili da estirpare.

È necessario che Dio intervenga con mezzi più efficaci. Invece di sostituire oggetti buoni a quelli cattivi, o di fare altri interventi in su­perficie, quello che fa, è paralizzare la sensibilità nei confronti sia delle cose buone che di quelle cattive. Può aiutare l'esempio del bambino, paragonando l'intervento di rottura con lo svezzamento: «Dio invero, vedendo che tali anime sono alquanto cresciute, affin­ché diventino forti ed escano dalla fanciullezza, le allontana dal dol­ce petto, e, depostele dalle braccia, le avvezza a camminare con le proprie gambe» (IN 8,3).

Perfino in cielo ci si rallegra perché Dio tira via le fasce dall'anima, la depone dalle braccia e la fa camminare sulle sue gambe; perché privandola del latte delle mammelle le fa mangiare il pane con la crosta, e il cibo di chi è già robusto (IN 12,1).

Due i distacchi nel cambiamento di alimentazione e di appog­gio: dal latte al cibo solido, dalle braccia al camminare barcollando sulle proprie gambe.

Come sempre, in questi cambiamenti si sente quello che si per­de, ma non si apprezza ancora quello che si acquista.

Tre i segni, suggeriti da fra Giovanni, in base ai quali poter distinguere se si tratta di passività purificata o di semplice melanconia, svogliatezza o tiepidezza:

 

1). non trovare gusto nelle cose di Dio né in alcun'al-tra occupazione;

2). sentir nascere una sollecitudine e preoccupa­zione dolorosa per il servizio di Dio, pensando che non lo si sta servendo;

3). non poter riflettere in maniera sistematica nella me­ditazione.

 

Il primo e il terzo sono segni negativi, accusano una carenza. Per questo la sollecitudine di servire meglio è il segno più valido, come prova che una nuova grazia sta entrando in azione. È amore arido, senza compensazioni.

Le modalità di questa prima notte, quanto a espressioni esisten­ziali, non sono oggetto di ulteriore specificazione. Troviamo però tre esempi di possibili campi di verifica: lussuria, bestemmia e scru­poli (IN 14,1-3).

L'esistenza di tali ribellioni è ampiamente docu­mentata nelle vite dei santi. Sono ribellioni della sensibilità spiritua­le, o dello spirito sensibile. E rispondono precisamente a tre settori in cui l'uomo spirituale trova il massimo appoggio e da cui, come ho indicato prima, scaturiscono i tre vizi più rilevanti. Sono rimasti co­me scardinati e fuori posto, perché privati dell'oggetto sensibile abi­tuale.

La tentazione della bestemmia denuncia uno sfasamento nella connessione teologale. La lussuria è l'esplosione di tutta l'affettività sensibile immagazzinata e rimasta senza soddisfazione nelle relazio­ni e nell'attività. Infine gli scrupoli vengono a infrangere quella superba sicurezza con cui l'uomo si era reso padrone della propria vita e, in parte, giudice della vita altrui.

Quando si parla dei frutti che lascia questa prima fase della purificazione passiva, lo fa con una certa abbondanza, nell'intento di in­coraggiare chi soffre senza speranza (IN 12-13). Esagera un po'; in­fatti all'inizio del libro seguente, ci imbatteremo di nuovo in questi vizi, ma a un livello più profondo. A prescindere dal rimedio parzia­le che viene apprestato per i vizi capitali, la cosa più significativa di questo momento è senza dubbio la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio (e. 12).

Non è una conoscenza da esame di coscienza o da me­ditazione devozionale. È un toccare con mano la verità dell'essere, sia pure in maniera ancora molto parziale. Questo è fondamentale per l'unione d'amore. Quando prendono confidenza con Dio, i prin­cipianti perdono il senso della trascendenza.

A un'anima provata, fra Giovanni scrive: «Non è stata mai meglio di ora... prima non si re­putava tanto cattiva, né stimava Dio così buono» (L 18).

È un'esperienza frequente tra persone che coltivano la vita spiri­tuale: «Non passa molto tempo prima che incomincino a entrarvi; anzi, la maggior parte vi entra presto» (IN 8,4; F 3,32). «Intorno a questo tipo di purificazione passiva, che è tanto comune, potrei rife­rire un gran numero di testi della sacra Scrittura poiché, specialmen­te nei salmi e nei profeti, se ne trovano numerosi a ogni passo. Tut­tavia non voglio perdere tempo in ciò, poiché per colui il quale non saprà trovarle in quei libri, sarà sufficiente la comune esperienza che se ne ha» (IN 8,5).

Come situazioni in cui si manifesta più di frequente, sono da an­noverare l'aridità nella vita di preghiera, che spiega lungamente nel­la Notte, e le sofferenze nelle relazioni fraterne, come le descrive nelle Cautele e nei quattro Consigli. Questo è solo l'inizio. La conti­nuazione dipende ormai dalla capacità di sopportazione e dalla fe­deltà del soggetto nelle prime prove. Se quest'ultimo se ne esce pe­sto, Dio interrompe la prova.

3. Spirito nelle tenebre

Fra Giovanni accentua a tal punto la distinzione tra senso e spiri­to che, quando passiamo alla notte spirituale, sembra stia parlando di un uomo diverso. Ma egli stesso si incarica di correggere questa impressione, affermando una continuità essenziale. È urgente pas­sare alla purificazione dello spirito,

poiché nell'anima devono essere purificate perfettamente queste due parti, quella spirituale e quella sensitiva, dato che l'una non si purifica bene senza l'altra e che la purificazione del senso è valida quando comincia di proposito quella dello spirito.

Perciò la notte, che ho chiamata del senso, più che purificazione, si può e si deve chiamare riforma e im­brigliamento dell'appetito. Ciò accade perché le imperfezioni e i disor­dini della parte sensitiva ripetono la loro forza e radice nello spirito, do­ve trovano il loro soggetto tutti gli abiti buoni e cattivi... (2N 3,1).

Ha messo rapidamente termine alla fase precedente per arrivare a questa, che è la notte per antonomasia. Ve lo spinge anche il moti­vo pedagogico: pur essendo così importante, di questa «si parla di meno sia nelle prediche che negli scritti e, meno ancora, se ne fa esperienza» (IN 8,2). Ci sono strade differenti e differenti misure. Molti spirituali non vanno oltre la notte del senso; alcuni nemmeno la attraversano fino al termine. Non c'è necessità di aggiungere mol­ti dettagli, poiché la descrizione fatta nel capitolo precedente è presa dalla tenebra spirituale.

Per questo secondo grado di purificazione, l'autore non fornisce più segni o criteri di identificazione. In parte perché l'anima vive già nel mondo contemplativo e non è più così grande la sorpresa. Anche perché il soggetto non ammette alcun confronto del suo stato con schemi o esperienze altrui: «Crede che quelle persone le dicano così, perché non vedono quello che essa vede e sente e quindi, invece di conforto, riceve un nuovo dolore, sembrandole che quello non sia il rimedio del suo male. Ed è proprio così...» (2N 7,3).

È un'osservazione fondata e facile da verificare: quando le tenebre e le amarezze toccano il fondo dell'anima, a poco servono gli esempi di altre per­sone che hanno sofferto le stesse cose e ne sono uscite bene, o di li­bri che spiegano il valore della morte viva.

L'accettazione di questa tenebra essenziale segue un processo lento. Ai primi sintomi il soggetto la rifiuta, si ribella. Vuole seguitare a organizzarsi per proprio conto, e ad agire con i lumi di cui dispo­ne. Compie sforzi sovrumani per far funzionare i suoi mezzi abituali. Ma si accorge che non hanno più senso né sostanza. Non può più resistere e finisce per lasciarsi cascare le braccia in un abbattimento to­tale, che giunge talvolta fino alla depressione. Segue quindi la fase più oscura e più serena di accettazione totale, di collaborazione pas­siva. Lo spirito arriva ad acclimatarsi alla notte, e a vivere sereno in essa, perfino a trame gusto. Da un estremo all'altro: dalla ribellione iniziale al vuoto povero e ricco di speranza.

L'epicentro dello sconvolgimento spirituale e psichico si trova in Dio, com'è stato detto. Con l'aggravante che, per questa persona, Dio non è solamente il centro dei suoi atteggiamenti e attività reli­giose, ma la ragione unica di tutto il suo essere, vivere e operare reli­gioso e profano, personale e sociale. In tal modo, rimanendo sconvolta e scomparendo la relazione con lui, non rimane più nulla in piedi: senso, valore, progetti.

Perciò, solo persone profondamente religiose, dalla vita unificata, sperimentano questo tipo di notte. Non è strano che fra Giovanni la qualifichi come orrenda, orribile...

Spiega le sue funzioni in termini di rinnovamento dell'essere. Ha un compito di vasta portata davanti a sé. In primo luogo c'è da ri­prendere da capo la purificazione dei vizi capitali indicati nella pri­ma notte.

Aveva tagliato la pianta a livello col terreno; ci sono ades­so le radici da svellere: superbia, sensualità, egoismo, golosità spiri­tuale. Il santo torna ripetutamente su un vizio che si sviluppa con la crescita della vita spirituale: la superbia spirituale raffinata. Le gra­zie stesse che Dio concede e gli sforzi compiuti dal soggetto per eliminare i vizi, fomentano il peccato della superbia spirituale, fino a presentare la grazia mistica come titolo d'onore davanti a Dio e da­vanti agli uomini (2N 2,3).

L'inserimento esistenziale della tenebra spirituale ha luogo in forme svariate. Vi influiscono i fattori spiegati sopra: vocazione, temperamento, storia.

In ogni caso conserva sempre come punto centrale di riferimento la comunione con Dio. Si può perciò fonda­tamente affermare che ogni notte spirituale finisce per essere con­templativa, qualunque sia il suo punto d'origine e il preciso contesto esistenziale in cui è inserita.

I due momenti forti di notte oscura che meglio conosciamo nella vita di Giovanni della Croce, non concernono la preghiera. Si inseriscono nella storia e nella fedeltà a un servizio vocazionale. I nove mesi di carcere toledano e i sei mesi finali della sua vita, sono effetto di conflitti tra persone.

La causa immediata dei cattivi trattamenti che deve subire, è la fedeltà alla sua vocazione di carmelitano della riforma, la sua carità coraggiosa nel difendere altri dall'ingiustizia. Situazioni simili hanno avuto indubbiamente ripercussioni profonde di vuoto, di tristezza, di solitudine interiore.

Giovanni della Croce non trova la sua notte oscura in alcun angolo della cappella, ma in piena esistenza e in atto di servizio.

Nella prima notte, più facilmente identificabile, non volle ricor­rere a esempi. In questa seconda lo fa a profusione. Ha incontrato un buon numero di «santi» dell'Antico Testamento che hanno speri­mentato la lontananza e la mano dura di Dio. E lo esprimono con parole forti, in prima persona, così come lo sentono nel loro cuore. Sono amici abituali di fra Giovanni: Giobbe, Geremia, Davide o il salmista, Giona... Gesù Cristo è «nostro modello e nostra luce» nel­la tenebra spirituale (2S 7,9-11).

Avremmo potuto continuare per conto nostro a citare nomi di epoche successive: Maria dell'incarnazione (sec. XVII), san Paolo della Croce (sec. XVIII), santa Teresa di Lisieux (sec. XIX), Edith Stein (sec. XX).

Sono persone ed esperienze che, oltre a essere in­confondibili nella loro singolarità, presentano le caratteristiche del proprio secolo.[6]

4. Notti dell'umanità

Vasti settori della cultura contemporanea hanno dimostrato una strana predilezione nel rivolgere grande interesse alle notti oscure di san Giovanni della Croce. Non possiamo dire si tratti di una curiosi­tà morbosa. L'interesse nasce piuttosto da una affinità profonda. Il lettore moderno si sente illuminato e interpellato dalla parola del dottore mistico, scavalcando così barriere di cultura, di vita e lin­guaggio.

Dalle brevi indicazioni che precedono, si avverte come la notte spirituale, permeando tutta la storia fin dai tempi più remoti, sia di casa tra gli amici di Dio e coloro che lo ricercano con cuore sincero.

Ne sono pervasi anche la mente e il cuore di coloro che soffrono del­la propria mancanza di fede. In ogni uomo e in ogni epoca, l'oscurità presenta tonalità differenti. Notte di persone, notte di popoli, notte di epoche storiche.

Abbiamo diritto anche noi a una rilettura della tenebra mistica in chiave attuale.

Il vantaggio è reciproco. Ne trae profitto la parola profetica del mistico, che nelle nuove situazioni acquista maggior realismo, si apre a nuovi orizzonti di significato. Ne guadagniamo so­prattutto noi che, dovendo aprirci nell'oscurità una nuova strada verso Dio, possiamo contare sugli insegnamenti luminosi di un uo­mo chiaroveggente che ha percorso l'intero cammino, andata e ri­torno, lasciandoci le segnalazioni della sua parola.

Oggi, come in passato, ci sono credenti che vivono la notte mistica in tutta la loro forza personale. Dio purifica e rafforza il loro amore nell'oscurità. La loro esperienza vissuta non trapela dai mezzi di comunicazione: autobiografie, interviste, libri o riviste. Rimane nasco­sta questa sorgente di vita, che attraverso vene segrete, fa circolare la vita nella chiesa e nell'umanità; il mistico vive infatti tutto in nome e nella stessa carne dei suoi fratelli.

C'è anche un modo comunitario di vivere la notte. Si può dire anzi che ogni modo profondo di viverla è consciamente o inconscia­mente comunitario.

Molto prima che si parlasse della notte colletti­va o epocale, Baruzi aveva già scritto con la sua chiaroveggenza abi­tuale:

La tortura causata in noi dalla profonda trasformazione spirituale non proviene dalle nostre colpe. Stiamo attenti a non cadere nell'errore che Giovanni della Croce rimprovera ai direttori spirituali ignoranti, i quali impongono il peso di confessioni generali sulla povera anima, che a quel punto non trova più alcun rimedio.

La miseria dell'anima, durante la notte dello spirito, è individuale e superindividuale al tempo stesso. Giovanni della Croce non lo dice espressa­mente, ma tutta la sua dottrina lascia capire che l'anima sperimenta qui una espiazione universale. In realtà, quando afferma che la purificazio­ne è sostanziale, tocca certamente questo piano umano generale. Ciò premesso, cosa può mai avere di strano il fatto che il tormento di questa fase sia atroce e che abbiamo l'impressione che tutte le strade siano sbarrate davanti a noi?

L'applicazione di questa categoria, o nome simbolico, si è estesa a tutti gli strati della religiosità e della cultura. Così come si è genera­lizzato l'uso del termine «crisi» per indicare una situazione incerta e pericolosa, che preannuncia e provoca grandi trasformazioni in un senso o nell'altro, a seconda della risposta e collaborazione dell'uo­mo responsabilmente coinvolto in tale realtà. «Notte» ha un senso meno psicologico o sociologico, e più teologale, che «crisi». Per que­sto va maggiormente alla radice dell'esperienza collettiva attuale.

Tra le varie applicazioni che si fanno oggi della notte oscura, ne esiste una costante, che risponde al carattere fondamentale stabilito da san Giovanni della Croce: la presenza-assenza di Dio.

È l'oriz­zonte permanente dell'inquietudine contemporanea nelle sue diffe­renti formulazioni: esperienza o inesperienza, presenza o assenza, senso o morte di Dio.

E da questo obnubilamento scaturiscono con­seguenze a catena sull'essere dell'uomo, sul senso della vita e della storia: oscurità, noia, insicurezza, tristezza. Risponde, a grandi li­nee, alla descrizione sangiovannea.

Molti hanno scritto sulle modalità in cui il credente vive oggi la notte oscura.[7]

Vi sono novità e al tempo stesso continuità. Si applica alla vita di preghiera, alle esigenze della carità, alla lotta per la giu­stizia e la libertà, alla solitudine dell'uomo o di un intero popolo sra­dicato...

Ricorderò solo una di tali descrizioni, che riunisce in sé al­cuni tratti tipici dell'esperienza contemporanea. 

Classifica queste caratteristiche secondo le potenze dell'anima:

-    Notte dell'intelligenza:

è provocata dall'esercizio universale della critica razionale, ap­plicata a tutti i contenuti del linguaggio religioso, al carattere so­prannaturale della rivelazione nella sua dottrina, nei suoi sacra­menti di vita. Lo si fa anche all'interno della chiesa. San Giovan­ni della Croce si mostra esigente e severo quanto a immagini di Dio, ecc; ma al tempo stesso alimenta la fede del credente per­ché possa vivere con purezza e nella pace la relazione con il Dio trascendente.

-    Notte della volontà:

il credente moderno si è trovato di fronte al duro impatto della psicanalisi, che fa venire a galla desideri, tendenze, carenze, mo­tivazioni segrete; tutte cose che vede proiettate anche nella rela­zione con Dio. In tal modo si insinua sospetto e sfiducia in tutto il vivere spirituale. Pur avendo operato una grande purificazione nei beni naturali e spirituali, san Giovanni della Croce ha mante­nuto in pieno vigore ed esercizio le mediazioni oggettive e sog­gettive, nella comunione d'amore con Dio.

-    Notte della memoria:

La demitizzazione ha accumulato un gran numero di difficoltà in questo settore della fede. Il credente vive di una tradizione che è parola di Dio, consegnata per iscritto e conservata nella memo­ria viva. Nella notte oscura dell'attuale cultura è violentemente spogliato di questi appoggi, del retaggio della fede. Anche qui fra Giovanni viene in aiuto con il suo atteggiamento e la sua pa­rola. La rivelazione è la sostanza della sua vita e dei suoi scritti. Si sente identificato con l'azione di Dio e con la risposta degli uomini credenti, in profonda comunione, con un realismo che supera il mito.

 Se la nostra è davvero una notte oscura, oltre che tener conto delle alterazioni venute dal di fuori e della sofferenza da esse causa­ta, occorre anche poter contare sulla risposta teologale da parte no­stra. Notte oscura non è l'avversità che ci piomba addosso, ma ciò che ognuno fa di essa e in essa, in forza della grazia e della libertà. Quando abbia luogo questa risposta nella fede, nell'amore e nella speranza, avremo la notte oscura, per quanto cambino punti di inse­rimento e circostanze. Quando venga a mancare la risposta di fede, non esiste parallelismo di situazioni interiori o esteriori che ci per­metta di applicare al nostro caso la categoria sangiovannea.

Nella notte personale la fedeltà è dell'individuo; nella notte collettiva ba­sta una maggioranza o un gruppo molto rappresentativo.

Abbiamo noi proprio bisogno di questa dura prova? Sta essa di fatto producendo buoni frutti? Dobbiamo muoverci a tentoni, a cau­sa della troppa vicinanza. Se guardiamo alla presenza del peccato, ai vizi che il dottore mistico descrive con le loro radici, abbiamo ragio­ni d'avanzo per non meravigliarci di ciò che ci sta succedendo: Dio messo al bando, l'uomo che agisce secondo le convenienze della si­tuazione, che maltratta il proprio fratello, che fissa per suo conto e a suo rischio origine e destino dell'umanità, che prende la fede e l'at­teggiamento religioso per uno svago in più, che manipola il dono della vita e i beni della natura come un capitale da dilapidare, che di­vinizza surrettiziamente tutto ciò che gli piace o eccita la sua curio­sità...

Questa situazione sta producendo i suoi frutti, anche senza por­tarli a maturazione; quegli stessi frutti spiegati da fra Giovanni (IN 12,13). Dio ci sta rieducando per mezzo di attrazioni e punizioni, perché impariamo di nuovo a riconoscere chi è Dio e chi è l'uomo, e come vanno trattati. Insegna a non banalizzare l'immagine di Dio, a non identificarla con i mezzi che noi stessi fissiamo e usiamo per trattare con lui. Insegna a scoprire che lui è il Signore di tutto l'uo­mo e della sua storia, non solamente maestro di cerimonie nel tem­pio e nei suoi dintorni. Solo Dio è il Signore della tecnica e dell'in­dustria, dei valori e del destino. L'uomo non è suddito, manovale, comparsa. È figlio di Dio, adulto e responsabile.


 

18.  Ansie di Dio

L'ansia di Dio caratterizza uno dei momenti più vibranti della vita mistica.

In aperto contrasto con l'aridità totale della notte oscura, segue ora un periodo di ardori veementi, che recupera e moltiplica la vitalità apparentemente negata. Subito dopo la purificazione, Dio viene a occupare interamente l'orizzonte vitale dell'uomo, e questi tende al suo centro con tutta la forza dello spirito e l'ardore della passione.

Si crea una situazione ambigua di brevi gioie, mescolate a prolungata insoddisfazione. È una tappa intermedia, che il santo chiama in linguaggio tecnico «unione di volontà», e in quello simbo­lico «fidanzamento spirituale».

Più che per il suo contenuto peculiare, questa fase ci interessa perché da rilievo ed evidenza speciale a certi elementi della vita teologale, che sono ugualmente in azione in tutte le altre tappe. Ci offre l'occasione di analizzarli qui con più calma e più a lungo: l'appetito, il desiderio, le ansie, il gemito della solitudine...

In un modo o nell'altro, sotto l'uno o l'altro nome, la forza del desiderio mantiene e stimola la tensione dell'intero processo. È un desiderio che va cam­biando forma: dapprima sono i fervori iniziali, poi la sollecitudine spoglia, più avanti ancora le ansie...

Questa nuova prospettiva ci permette di vedere l'esperienza teo­logale in una luce più positiva. Dio è realmente il tutto della vita umana, e questo non solamente sul piano delle convinzioni di fede e di ragione, ma anche al livello spontaneo dell'amare e del volere.

«Lo stesso valore hanno tutte le cose agli occhi dell'anima: sono un niente, ed essa stessa è un nulla agli occhi suoi: solo Dio per lei è tutto» (F 1,32).

Il comandamento «Amerai il Signore tuo Dio con tut­to...», raggiunge in questi momenti un realismo che da le vertigini, nella misura stessa in cui nell'uomo emergono capacità insospettate:

«le profonde caverne del senso». Tale prospettiva viene sviluppata più diffusamente dall'autore nella seconda metà di Notte II, e nella prima metà di Cantico.

La si potrebbe caratterizzare con due parole: cercare l'Amato. Il centro che tutto assorbe e unifica è l'Amato: Cristo, Dio come cen­tro personale, vivo, attivo, che attira a sé, e trasforma. L'orienta­mento, la tendenza del soggetto consiste nel cercare e nelle sue im­plicazioni; ha assolutamente bisogno di